Armi nucleari: Cina, Giappone, Taiwan, Corea, Russia acquirenti di plutonio per scopi bellici?

Il Giappone ha accumulato plutonio per 38mila kg. E continua a farlo. Anche per scopi militari?



“Il Giappone - annuncia l’agenzia IAA - ha accumulato una riserva strategica di 38mila chilogrammi di plutonio 239, sufficienti a fabbricare circa settemila testate nucleari, e le scorte sono destinate a crescere ogni anno”. Conferme in tal senso vengono anche dal “Kato institue” che è uno dei più prestigiosi ed attivi think-tank economici del mondo. La corsa all’atomo quindi continua, pur se alle spalle di Tokio ci sono sempre quelle pagine nere di vari incidenti verificatisi nelle catene produttive della “Tepco” (Tokyo Electric Power Company), la società locale che a suo tempo ammise di aver falsificato molti test relativi alla funzionalità dei suoi impianti. Ed ora il Giappone si ritrova a gestire un piano di costruzione di nuovi reattori che - a detta degli esperti - non ha eguali al mondo. Si usano, pertanto, migliaia di chili di plutonio. Ed è “plutonio extra” che può essere riciclato per generare energia, ma volendo anche per essere utilizzato per la costruzione di bombe atomiche (“Ogni miscela di isotopi di plutonio può essere utilizzata per costruire ordigni nucleari” dichiara Matthias Dembinski, dell’Istituto Ricerche sulla Pace di Francoforte) oppure per essere immesso semplicemente nei mercati mondiali.

Di fronte a questa escalation intervengono un ente di grande prestigio (il Cisac che è il Comitato per la Sicurezza Internazionale e il Controllo degli Armamenti) e una pubblicazione specialistica come il Phisics Today della Societа americana di Fisica. Il loro giudizio è netto: Giappone, Cina, Taiwan, Corea del Nord, Corea del Sud, Indonesia, Malesia e Thailandia “stanno sviluppando capacità nucleari belliche con la copertura di programmi civili per l’energia atomica”. E l‘Agenzia dell’Onu per l’energia atomica (Aiea) rincara la dose affermando che nel 2010, Cina, Taiwan e Corea del Sud, produrranno energia nucleare per 748 milioni di megawatt-ore rispetto ai 330 milioni di oggi.

L’attenzione, per il momento, si concentra sul plutonio, tenendo conto che per un ordigno con una resa energetica dell’ordine di quella che distrusse Hiroshima e Nagasaki, bastano venti chilogrammi di uranio o quasi otto di plutonio. E sono soprattutto gli stabilimenti dotati di reattori a riproduzione veloce che operano in Giappone ad assegnare il primo posto a Tokio nella graduatoria mondiale. Perchè gli ultimi dati ufficiali rivelano che un solo impianto di trasformazione civile produce ben 50 tonnellate all’anno di plutonio.

Di fronte a queste “notizie nucleari” è ovvio che - sempre nel quadro di una globalizzazione percorsa da un’inquietudine permanente - scatti l’allarme negli ambienti più sensibili alla sicurezza. La Russia, in tal senso, rivela un certo allarme. Nei bollettini interni approntati dagli istituti scientifici di Mosca si fa cenno al fatto che l’Atomic Energy Commission - l’ente responsabile giapponese della politica nucleare - avrebbe scelto l’opzione del riciclaggio dell’uranio. E che proprio per tale motivo sarebbe stato costruito un impianto di “reprocessing” a Tokai e un altro gemello a Rokkasho. E sempre in Giappone sono attivi nuovi stabilimenti per il trattamento commerciale del plutonio. Tutto questo - secondo le fonti russe - si verifica perchè i giapponesi sono stremamente preoccupati per la loro autonomia energetica. Insistono così sul nucleare (sono 53 i loro impianti in funzione ed altri 2 sono in costruzione). Ai piani di Tokio fanno seguito quelli della vicina Cina dove il governo ritiene che l’industria nucleare va considerata come un metro di giudizio per misurare la vera forza del paese. E in tal senso i piani di sviluppo (lo scrive un autorevole quotidiano russo come il Kommersant) prevedono la realizzazione di almeno dieci stazioni atomiche per arrivare a costituire nel 2010 un network nucleare.

Nell’agenda di Pechino resta segnata tutta la fase che riguarda la sicurezza. In tal senso i dirigenti cinesi hanno avviato una serie di rapporti diretti con enti americani che si occupano dei sistemi di prevenzione. C’è stato, in tal senso, un forum bilaterale che ha dato il via ad una commissione di supervisione e controllo sulla sicurezza che dovrà approntare un piano che preveda leggi, regolamenti, norme, standard e documenti tecnici relativi alla supervisione per la sicurezza nucleare e l'utilizzo del software per la valutazione della sicurezza e la supevisione sulla produzione delle più importanti istallazioni nucleari. Gli americani, in tal senso, si sono impegnati a fornire ai cinesi tutte le informazioni di valutazione e di consulenza anche per l'addestramento del personale.

Notizie controverse, intanto, arrivano dalla Russia. Qui - secono i dati pubblicati dal quotidiano Izvestija - metà delle centrali nucleari non corrisponde agli standard di custodia adottati a livello internazionale. Ciò significa, ad esempio, che circa 300 tonnellate di materiale radioattivo non sono adeguatamente tutelate dalla possibilità di venire trafugate da qualche organizzazione terroristica intenzionata a creare una cosiddetta "bomba sporca". E’ questo il parere di Viktor Misin, un ex diplomatico dell’ex Urss, che ha fondato un proprio centro di ricerche sui problemi della sicurezza, chiamato “Istituto indipendente di valutazioni strategiche”. Misin sostiene che se in Russia gli obiettivi militari in linea di massima vengono custoditi in maniera efficace, altrettanto non si può dire per ciò che concerne le centrali nucleari. "Solamente il 47% - dice Misin - viene custodito in maniera adeguata. Ciò significa che circa 300 tonnellate di materiale radioattivo necessitano di una più efficace tutela nonchè di una radicale modernizzazione del personale di guardia, soprattutto adesso quando organizzazioni terroristiche internazionali sul tipo di Al-Qaeda tentano in tutti i modi di impossessarsi di materiali di questo genere".

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