Lavoro: programma Pd di Veltroni raggiunge accordi con sindacati. Meno precariato, più salari

Continua il dibattito sulla riforma della contrattazione. Veltroni da parte sua promette meno lavori precari e più salari



Continua il dibattito sulla riforma della contrattazione. Si inseriscono elementi nuovi, come la fine dell'era Montezemolo, sancita dall'elezione di Emma Marcegaglia alla presidenza di Confindustria, e la presentazione da parte dell'area lavoro del Partito Democratico di un manifesto che va sotto il nome "Per dare valore al lavoro".

Questo documento, in un momento in cui sindacalisti e industriali sono divisi al tavolo ufficiale, segna la convergenza delle due parti in casa Pd: le firme in calce sono quelle di Baretta, famiglia Cisl, Nerozzi e Passoni, famiglia Cgil, del ministro del Lavoro Damiano, dei professori Ichino e Treu, dell'ex operaio Thyssen Boccuzzi, ma anche dell'ex presidente di Federmeccanica Calearo e dell'ex presidente dei giovani di Confindustria Colaninno. Si tratta di un manifesto di intenzioni per rilanciare occupazione e produttività e per combattere il precariato.
I firmatari ci tengono a ribadire la rispettiva autonomia di sindacato e politica, precisando che il primo deve occuparsi della risoluzione della dicotomia in termini di interessi tra lavoratori e imprenditori, mentre la seconda deve occuparsi di tradurre in misure efficaci l'interesse comune a imprese e lavoratori, ovvero il "miglior funzionamento possibile de sistema economico nazionale". Come raggiungere questo obiettivo? Innanzitutto attraverso l'aumento del 10% dell'occupazione, con particolare rilievo a quella femminile, aiutata da maggiori sgravi e servizi. Punti fondamentali sono poi garantire la sicurezza sui luoghi di lavoro, promuovere innovazione e competitività e lottare contro la precarietà.
Su quest'ultimo punto il dibattito è aperto: si parte dalla considerazione del fatto che solo la metà dei dipendenti è tutelata dallo statuto dei lavoratori, ma allo stesso tempo non si vuole 'ingessare' il mondo del lavoro. Come procedere allora? La ricetta Pd è tutelare le categorie più deboli con forme di assistenza, coperture previdenziali, sgravi fiscali e maggiore formazione. Il modello è quello della flexicurity europea. Modello non condiviso però da tutto il mondo sindacale: la Cgil ha sempre detto 'no', e su questioni come il famoso articolo 18 non ha intenzione di riaprire una parentesi. E' favorevole invece alla politica veltroniana di 'partire dai più deboli', nel lavoro come nel fisco.

Nel manifesto si parla anche di contratti: si vuole puntare a una maggiore contrattazione aziendale per premiare produttività e innovazione.
Ichino sostiene che "questo manifesto mostra l'importanza che può avere, sul terrreno politico, una sintesi avanzata degli interessi comuni di imprenditori e lavoratori", e sottolinea l'importanza politica di questo passo data la rottura delle trattative tra Confindustria e sindacati. E qui si apre lo spazio per qualche domanda. La crepa tra sindacati e industriali non è stata provocata proprio dalla proposta di riforma di Viale dell'Astronomia incentrata sul maggior peso della contrattazione aziendale a discapito di quella territoriale e nazionale? In un'intervista al quotidiano 'La Repubblica' Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, -unica delle confederazioni a non aver approvato la bozza di riforma presentata dai sindacati in sede di trattativa, che mancava di ogni riferimento a democrazia e rappresentanza- sostiene che spostando il baricentro della contrattazione dagli accordi nazionali a quelli aziendali si va incontro al rischio di riduzione delle retribuzioni di circa 10 milioni di lavoratori. Per i dipendenti delle piccole e piccolissime imprese, che costituiscono il 90% della torta nazionale e non hanno contratto integrativo, "le cose andrebbero peggio". Questa mossa depotenzierebbe il contratto nazionale e il ruolo del sindacato, introducendo una "logica di guerriglia". Partendo dal presupposto, condiviso da tutte le parti in causa, che una modifica agli accordi del 93 è necessaria, dati i cambiamenti degli ultimi quindici anni nel mondo del lavoro e nel modo di produrre, il leader della Cgil sostiene sia necessario che Confindustria abbassi i toni, riferendosi alle minacce di Bombassei ad agire senza il beneplacito della controparte sindacale.

La Cgil ribadisce l'importanza fondamentale del contratto nazionale, centro regolatore della politica contrattuale. Vuole arrivare ad una riforma, attraverso una piattaforma unitaria e prima del 13 aprile, che tenga conto del costo della vita e che adegui i salari all'inflazione, per consentire il recupero reale del potere d'acquisto delle retribuzioni. Per questo motivo è necessario avere un indicatore realistico dell'inflazione. Il sindacato di Epifani insiste poi sulla necessità di rispettare le decorrenze dei contratti, che devono essere certe, in modo da evitare periodi di tempo non coperti dalla contrattazione. Dirimente poi l'ampliamento della contrattazione decentrata di secondo livello, che comprende sia quella aziendale -su cui insistono gli industriali- sia quella territoriale -di cui invece Confindustria non vuole saperne-, poiché quest'ultima è indispensabile per mantenere e rafforzare un rapporto diretto con i lavoratori. Aumentare il peso della contrattazione aziendale non è quindi una concessione al nemico, ma è un punto che non intende né eliminare né depotenziare il contratto nazionale e quello legato al territorio.
Confindustria chiarisce che prima di parlare di un eventuale aumento dei salari ci si debba occupare del recupero della produttività: se ci sarà, le buste paga potrebbero riempirsi un po' di più, in caso contrario andrebbe mantenuto lo status quo. Prospettiva rafforzata dal monito della Banca Centrale Europea, che invita alla moderazione salariale, ma invisa al maggiore sindacato italiano, secondo cui non è questo il tempo per la moderazione dato che l'Italia è il paese con i salari netti più bassi d'Europa.

La situazione è complicata, e molti sono gli inviti per arrivare ad un cessate il fuoco con successivo trattato di pace che definisca una riforma necessaria e urgente. Primo tra tutti quello del segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, che chiede la riapertura del dialogo già da lunedì prossimo, parlando di "difficoltà momentanee" che vanno superate e sostenendo che "chi blocca il confronto si assume una responsabilità gravissima", chiaro riferimento ai cugini della Cgil e, soprattutto a quelli della Uil. E' stato proprio Angeletti, infatti, ad abbandonare il tavolo chiedendo alle altre confederazioni di arrivare alla presentazione formale di una piattaforma comune. "Mentre chiediamo al governo di intervenire con politiche fiscali e salariali, -continua Bonanni- poi sono le parti stesse che impediscono la creazione dei presupposti per andare avanti, che sfasciano le premesse che questo avvenga".

Anche il ministro del Lavoro Damiano richiama all'ordine, invitando a "non drammatizzare" la situazione e ribadendo l'importanza del contratto nazionale come elemento di "solidarietà e omogeneità", a cui bisogna però aggiungere "un secondo livello, un secondo risulatato legato alla produttività sul territorio. Le aziende che registrano una produttività più alta è giusto che redistribuiscano in parte i maggiori redditi anche ai lavoratori".

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