Guerra in Iraq: Barack Obama spiega perchè bisogna ritirarsi, mentre Bush parla sempre di successo

La situazione in Iraq è sempre più difficile. Ecco il discorso di Obama sul perchè bisogna ritirarsi



Anche se non avete figli che vanno a scuola, provate ad immaginare una classe di venti ragazzi. All'improvviso un boato e un lampo accecante e tutta la classe viene obliterata, i corpi dilaniati vengono scagliati dappertutto, macchiando le pareti e il soffitto di resti umani. Oppure immaginate che qualcuno entri in classe e li freddi tutti, studenti e insegnante, mentre stanno ascoltando o chiacchierando o pensando ai fatti loro, a raffiche di armi automatiche. E che questo succeda ogni giorno per trenta giorni ogni mese che passa. Immaginate anche il seguito: le ambulanze, i pianti dei genitori e dei parenti, dei sopravvissuti nelle altre classi, immaginate la scuola crollata e le macerie che ingombrano le strade. 

E adesso fate un altro esperimento mentale: stipate nella palestra della scuola 300 soldati americani con tutte le loro armi, giubbotti corazzati, visori notturni, blindati - ragazzi e ragazze da poco adulti o uomini e donne maturi - e fateli sparire nello stesso modo un istante dopo. Poi raccogliete i corpi, una trentina metteteli nelle bare e i sopravvissuti rispediteli negli Stati Uniti, cechi, sordi, senza braccia o senza gambe. 

Questa, molto in sintesi, è la situazione attuale in Iraq, dove ogni mese, dall'inizio dell'anno, muoiono 500-600 civili - adulti, bambini, donne - per strada, nelle piazze, nei mercati, anche nelle scuole e negli ospedali, e una media di 35 soldati americani colpiti negli scontri a fuoco o fatti saltare in aria con i loro automezzi.

Certo prima era peggio - cioè era meglio nel primo anno di guerra - ma dopo è diventato molto peggio: fino all'autunno del 2007 di soldati americani e di civili iracheni ne morivano più del doppio. Basta questo per dire - come ha dichiarato ieri il presidente Bush in occasione del quinto anniversario della guerra irachena - che si può essere soddisfatti dei progressi conseguiti? Questi "progressi" Bush li ha descritti ieri ai dipendenti del Pentagono (altrove per lui sarebbe ormai impossibile parlare senza essere contestato), che lo hanno diligentemente applaudito. Ha detto che la "surge", l'aumento delle truppe disposto un anno fa, è stato un successo, ma ha messo in guardia contro altri ritiri di truppe dopo quelle previste entro luglio. Centoquarantamila soldati americani rimarranno ancora per un numero imprecisato di anni in Iraq, "fino alla vittoria finale".

In cosa consista questa vittoria finale non è chiaro. All'inizio dell'anno scorso lui stesso aveva vincolato la permanenza delle truppe americane al "miglioramento della situazione politica interna" e alla capacità del governo iracheno di Nuri al-Maliki di controllare il paese. Erano stati anche fissati dei parametri, chiamati "benchmarks" come nel mondo della finanza, per valutare questi miglioramenti; che però non ci sono stati, se non in minima parte. Il parlamento iracheno ha approvato alcune leggi, che restano tuttavia sulla carta: non si sa ad esempio quando e se si terranno le elezioni amministrative, non si sa come verranno divise le risorse petrolifere tra le varie regioni, non si sa se e quando i sunniti verranno riassorbiti nell'amministrazione dello stato invertendo il processo di epurazione che è alla radice degli scontri settari. Ma le truppe americane, afferma il loro presidente, dovranno rimanere.

Gli analisti militari e politici hanno spiegato perché ci sono oggi meno morti. La prima ragione è che il comandante americano David Petraeus, un generale navigato nelle vie di Washington, ha ideato una nuova strategia, peraltro molto semplice, per ridurre le perdite: mandare meno pattuglie per le strade e tenere il più possibile i suoi uomini nelle basi. La seconda è che il leader sciita Moqtada al-Sadr ha proclamato da sei mesi un cessate il fuoco, cioè la riduzione degli attacchi contro gli americani e dei massacri nei confronti dei civili (o miliziani) sunniti. Il mese scorso ha prorogato la tregua di altri sei mesi prima di ritirarsi in seminario per completare i suoi studi teologici, ma i suoi uomini, già divisi per bande scarsamente controllate, scalpitano per riprendere i regolamenti di conti contro i sunniti, contro gli americani e contro i rivali del partito Sciiri. La terza ragione è che gli americani hanno deciso di armare le milizie sunnite - cioè gli uomini che li hanno combattuti con maggiore determinazione - per farli combattere contro al Qaeda in Mesopotamia.

Per adesso la strategia sta funzionando, anche se ci sono segnali di una inversione di tendenza, ma quanto tempo passerà prima che queste bande armate rivolgano le armi contro i loro protettori e contro il governo sciita? 
Insomma, che gli americani restino o se ne vadano la situazione di instabilità è destinata a durare a lungo e le violenze potrebbero riesplodere in qualsiasi momento, finché le diverse etnie e componenti religiose del paese non saranno riappacificate e disarmate - e questo avverrà o non avverrà indipendentemente dalla presenza delle truppe americane. La motivazione del governo americano per continuare a tenere soldati in Iraq non è più "rimaniamo finché la situazione non è stabilizzata", ma "rimaniamo perché se ce ne andiamo la situazione peggiorerà". Il che si riduce alla scommessa - da cinque anni ogni volta rinnovata e ogni volta persa - che le cose si risolvano da sé.

Il candidato repubblicano alla presidenza John McCain, che ha ricevuto il pieno sostegno del suo antico rivale George Bush, ha sposato in pieno questa strategia inconsistente; anzi, l'ha rincarata affermando che i soldati americani dovranno rimanere in Iraq "per almeno altri cento anni". I candidati democratici, anche se con posizioni leggermente diverse, sono in maggiore sintonia con la stragrande maggioranza dell'elettorato che vuole che le truppe vengano ritirate gradualmente, ma con scadenze certe, qualunque cosa succeda in Iraq.

Ma è stato Barack Obama che, essendosi espresso fin dall'inizio contro la guerra (a differenza di Hillary Clinton che l'ha approvata), ha tutte le carte in regola sull'argomento, a indicare la ragione più convincente per portare via i soldati americani: "Quale migliore favore si poteva fare ad al Qaeda - si è chiesto - di quello che abbiamo fatto e stiamo facendo noi trasformando con la nostra presenza l'Iraq in un perfetto campo di addestramento per i terroristi di tutto il mondo, dove possono reclutare nuovi adepti, abbattere con tutta calma un paio di soldati americani al giorno e prepararsi a nuovi sanguinosi attentati"?

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Fonte: pubblicato il