Riforma pensioni proposta da Veltroni: 400 euro di aumento e indicizzate al costo della vita

La proposta di Veltroni di aumentare le pensioni da 100 ad un massimo di 400 euro annui, incontra il pensiero del sindacato più grande



Walter Veltroni, dalla sede di piazza Sant'Anastasia, ha ufficializzato le misure che un suo eventuale governo adotterebbe in caso di vittoria alle urne di aprile. Ha parlato, Veltroni, di un aumento da un minimo di 100 a un massimo di 400 euro annui, da subito, a partire da luglio. "Si tratta - ha detto nel corso di una conferenza stampa - di un intervento che avrebbe un'importanza concreta per milioni di persone, dal momento che il costo della vita è diventato intollerabile per moltissimi pensionati, in particolare donne: una situazione non tollerabile per un paese civile".

Tecnicamente, la proposta del Pd verrebbe finanziata tramite l'utilizzo della leva fiscale e riguarda i pensionati di oltre 65 anni. Dunque, la stragrande maggioranza ma non la totalità della platea: il 69 per cento circa del totale, undici milioni e mezzo di soggetti. L'incremento medio più alto arriverebbe a chi percepisce fino a 25mila euro l'anno, mentre per le pensioni tra 25 e 55mila euro annui l'aumento sarebbe compreso tra i 100 e i 250 euro. Non sarebbe tutto qui: Veltroni ha anche annunciato che il Pd sta lavorando a un'ipotesi che modifichi "le regole con cui il montante contributivo viene trasformato in vitalizio, al fine di migliorare l'indicizzazione delle pensioni" che, al momento è legata all'indice generale dei prezzi al consumo dell'Istat e risulterebbe inefficace nel tutelare il potere d'acquisto dei pensionati.

L'idea di Veltroni è "legare l'indicizzazione reale delle pensioni calcolate con il metodo contributivo all'andamento di un indice di sostenibilità dato dal rapporto tra spesa pensionistica e monte dei redditi da lavoro per permettere ai pensionati di partecipare ai frutti della crescita economica del Paese". Detto in un linguaggio meno profano, si tratterebbe di mettere le pensioni al rimorchio dell'andamento economico del Paese. Attualmente l'indice dei trattamenti previdenziali segue la dinamica dei prezzi, calcolata dall'Istat. Con il nuovo metodo messo sul tavolo dai tecnici del Pd, si "aggancerebbero" le pensioni ad un'altra variabile, ovvero quella che si potrebbe chiamare "massa salariale complessiva" in termini generali.

Se aumenta il totale dei soldi erogati per stipendi e salari (in valori assoluti, dunque a partire dal numero totale degli occupati) ne beneficiano in qualche modo anche le pensioni. E' un modo per cercare di adeguare il trattamento economico dei pensionati alla situazione economica del paese e, quindi, diminuire la manifesta disparità di cui soffrono, oggi, rispetto al mondo del lavoro. Certo che, se il paese si ritrovasse in fase di recessione e quindi "il monte contributivo totale" calasse, ne soffrirebbe anche l'indice previdenziale.

Renato Brunetta del Popolo della libertà, uno dei guru di Silvio Berlusconi per quanto riguarda le materie economiche, ha attaccato le proposte di Veltroni, tacciandole di irrealizzabilità: "L'ultima beffa di Walter Veltroni ha preso di mira i pensionati, ai quali promette un miglioramento del proprio reddito attraverso l'uso (sarebbe meglio dire l'abuso) della leva fiscale. Le proposte illustrate dal Pd sono sottostimate nei costi e non hanno indicazioni adeguate per quanto riguarda la copertura finanziaria, dal momento che gli oneri richiesti sopravanzeranno di almeno un miliardo di euro l'anno l'ammontare indicato". Sostiene Brunetta che "la platea dei pensionati ultrasessantacinquenni è sicuramente molto più ampia di quella presa a riferimento nei calcoli del Pd, soprattutto perché la manovra tende a coinvolgere (considerando le fasce di reddito interessate) almeno il 98% dei trattamenti pensionistici vigenti".

Critica anche la Sinistra arcobaleno, con il responsabile economico di Rifondazione comunista, Maurizio Zipponi, secondo cui basterebbe mettere in pratica quanto già approvato dal governo Prodi: "Il protocollo su welfare approvato a dicembre prevede già un obiettivo di garanzia che stabilisce il riconoscimento del 65% dell'ultimo stipendio a fronte dell'attuale 40%. Le risorse per sostenerlo non possono che essere trovate nell'equilibrio dei fondi pensionistici dove ci sono i privilegi a partire dalla ‘Cassa dirigenti' perennemente in passivo e sostenuta da chi prende pensioni di 500 euro al mese. La Sinistra arcobaleno, pertanto, propone due soluzioni praticabili: la prima è garantire con il sistema contributivo il 65% dell'ultimo stipendio come prevede la legge e portare le minime a ottocento euro al mese. Secondo, stabilire un adeguamento annuale automatico delle pensioni legate all'andamento salari. Altre formule - ha concluso Zipponi - sono pura fantasia che non intervengono sulla sostanza".

Il sistema previdenziale, in effetti, è fresco di intervento. Nel protocollo del Welfare del 23 luglio scorso si è stabilito un triplice intervento sui trattamenti previdenziali. Un aumento medio annuo, a partire dal 2008 (per il 2007 venne erogato un "assaggio") di 400 euro circa, che salivano (fino a 504) o scendevano (fino a 336) a seconda degli anni di contributi versati. Una modifica nel meccanismo degli "scatti" , che passavano da tre a due rendendo più facile, per la fascia intermedia, l'aumento. Infine, l'incremento dei trattamenti assistenziali, quelle che una volta si sarebbero chiamate "pensioni sociali".

La proposta del Pd raccoglie comunque l'approvazione del sindacato più grande. Luciano Caon, segretario nazionale dello Spi-Cgil, ha commentato positivamente lo schema di Veltroni: "Finalmente il tema della perdita del potere d'acquisto delle pensioni viene assunto, dalle forze politiche, come una delle priorità che il futuro governo dovrà affrontare". Secondo Caon le proposte del Pd "rappresentano le prime risposte alla piattaforma dei sindacati, anche se non esauriscono le rivendicazioni presentate che faremmo valere nei confronti del prossimo governo".

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