Buono da spendere di 600 euro per famiglie con minor reddito proposto da Veltroni. Basterà?

Walter Veltroni propone un suo piano per aiutare le famiglie con un basso reddito: un buono annuale del valore massimo di 600 euro. Tutti i dettagli



Per un nucleo familiare con due figli a carico e un reddito non superiore a 18 mila euro, Veltroni propone di assegnare un buono spesa annuo di 600 euro a partire dal 1 Luglio. 

Il valore del buono, ha spiegato lo stesso Veltroni, e la soglia di reddito saranno diverse a seconda del numero di persone che compongono il nucleo familiare: per una persona sola con un reddito di 7.500 euro, il buono sarà di 250 euro; per due persone con un reddito di 11.500 euro, il buono sarà di 390; per due persone con un figlio a carico e con un reddito intorno a 15 mila euro, di 500. Inoltre, sempre secondo quanto prospettato dal leader democratico, non sarà usato come riferimento il solo reddito, bensì il parametro Isee, cioè un paramento documentato con la dichiarazione dei redditi che ci offre la certezza che si sta agendo su condizioni di vera incapienza e non di evasione fiscale mascherata.

Il giudizio rispetto a questa ipotesi non può che essere positivo. Finalmente infatti ci si torna ad occupare degli incapienti, finalmente si rompe il muro di silenzio che per anni è aleggiato intorno a questa realtà sociale rispetto a cui anche le norme di detrazione fiscale, quando sono state messe in atto, non hanno prodotto alcun effetto. Le misure odierne non possono dunque che essere valutate positivamente, ma è altrettanto onesto sottolineare come ci sia bisogno anche di ulteriori forme di intervento.

Un esempio? L'introduzione e il rafforzamento delle cosiddette tariffe sociali, fino ad ora previste solo per quanto riguarda il consumo del gas, con risultati per altro positivi perché si registrano riduzioni consistenti a vantaggio di persone e nuclei familiari che sono costretti a vivere con redditi bassi.

Oltre a questo, sarebbe opportuno lavorare per ottenere un serio controllo dei prezzi e la liberalizzazione nelle filiere distributive, dove si annidano posizioni di rendita che favoriscono la speculazione e la lievitazione dei costi.

Ma sarebbe soprattutto saggio mettere in atto un'azione di intervento strutturale sul mercato dell'occupazione, partendo dalla constatazione che sono molti i lavoratori dipendenti incapienti. Si tratta di coloro che sono impiegati nei cosiddetti lavori poveri, per bassa qualifica professionale, ma anche per la precarietà e l'orario ridotto che li caratterizza: consistenti settori del terziario, del commercio, le imprese di pulizie, giusto per fornire qualche riferimento concreto. Tra questi lavoratori poveri, poi, spicca la componente femminile. Per questo, accanto a proposte positive come quella odierna, sarebbe auspicabile arrivare ad un intervento sulla qualità del lavoro, sulla sua renumerazione, oltre naturalmente ad un sostegno consistente verso l'occupazione femminile.

Quando si parla di qualità del lavoro si intende sostanzialmente la garanzia che esso sia continuativo e stabile: fattori che ne favoriscono anche la consistenza remunerativa. Allora, di fronte a occupazioni a basso contenuto professionale o a orario ridotto, pagate conseguentemente poco, bisogna tentare di rafforzare proprio la quantità di orario, pur con tutta la flessibilità che queste stesse attività richiedono. In tal senso ha agito anche la legge finanziaria introducendo il meccanismo con cui prevede il riconoscimento di agevolazione alle aziende che vanno in questa direzione. 

Altrettanto vantaggioso, per una politica che voglia rispondere all'emergenza dei bassi redditi, sarebbe il sostegno verso una posizione contrattuale dei lavoratori. Sul terreno della precarietà, di cui si parla molto e spesso in modo propagandistico, si dovrebbe scegliere la strada dei correttivi legislativi, soprattutto facendo in modo che un contratto precario costi all'azienda in modo uguale, se addirittura maggiore rispetto a quello a tempo indeterminato. Con ciò non si vuole negare l'esigenza della flessibilità di accesso al mondo del lavoro, richiesta da Confindustria, ma soltanto superare la precarietà per la precarietà. Dunque, non è con l'abolizione di una legge, la 30 nello specifico, che si abolisce la precarizzazione del lavoro, ma con una politica diversa che sappia spingere le imprese verso gli investimenti nel settore della ricerca e dell'innovazione e che sappia garantire un' elevata qualità dell'occupazione.

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