Campagna elettorale elezioni 2008: si è parlato pochissimo di programmi e iniziative concrete

I fatti dimostrano che quella di quest'anno è stata la campagna elettorale più inconsistente che si ricordi. Poche o nessuna argomentazione e iniziative esposte



di Severino Galante


Il dibattito di questa campagna elettorale è stato tra i più inconsistenti, dal punto di vista dei contenuti, che si ricordino, concretizzandosi essenzialmente in "sparate" mediatiche, soprattutto da parte dei due agglomerati maggiori, il Pd ed il Pdl.

Ognuno dei due, fedele al modello del partito "pigliatutto", ha evitato di entrare in profondità nei problemi, lanciandosi in una sfida demagogica a chi offriva di più. La verità è che, data la legge elettorale, è molto difficile che uno dei due agglomerati abbia i numeri per durare molto più di Prodi.

Ma, soprattutto, la mancanza di dibattito sui contenuti nasconde il fatto che Pdl e Pd sono entrambi animati da una aspirazione più totalitaria che maggioritaria, e portatori di un pensiero, ormai egemonico nella società italiana, il cui nocciolo sta nell'esaltazione al "nuovo", identificato con la necessità di stravolgere la Costituzione e con essa le istituzioni prodotte dalla Resistenza e dalla sconfitta del fascismo, nelle quali si erano formalizzati rapporti di forza più favorevoli alla classe operaia e ai salariati. Nel momento in cui si registra il mutamento dei rapporti di forza a sfavore dei lavoratori, anche per gli errori ed i fallimenti delle loro organizzazioni economiche e politiche, la Costituzione "formale" deve adeguarsi, secondo i fautori del "nuovo", a quella "reale", fatta di diritti disattesi o apertamente negati come fossero antimoderni: il diritto al lavoro, alla scuola ed alla sanità pubbliche, alla pensione.

Alla perdita dei diritti sociali deve corrispondere la perdita dei diritti politici, attraverso un sistema elettorale e parlamentare che minimizzi o elimini finanche la possibilità di un controllo delle classi subalterne sullo Stato, secondo il modello anglosassone. Si tratta dunque di un "nuovo" in realtà molto vecchio, reazionario si sarebbe detto in altri tempi, in cui le conquiste del lavoro salariato novecentesco sono messe alla porta. La prossima legislatura sarà, quindi, una forse breve ma di sicuro pericolosa legislatura "costituente", che sulla base di una sostanziale convergenza tra Pdl e Pd tenterà di porre le basi per il ritorno al passato.

Ma tutto questo è assente dal dibattito sui mass media, che volutamente naviga sulla superficie delle cose. Eppure, i temi sui quali esercitare il dibattito non mancano, in una situazione di profonda trasformazione ed in cui, mai come oggi, l'Italia dipende da quello che avviene a livello europeo e mondiale. Recessione, crisi del processo di globalizzazione, riarmo, guerra sono fatti che influenzeranno profondamente le scelte dei prossimi governi. Il fallimento del neoliberismo, deus ex machina che tutto doveva risolvere, è sotto gli occhi di tutti, tanto che persino il noto finanziere Soros lo critica dalle pagine non sospette del Financial Times. Ciò dovrebbe rimettere al centro di un dibattito elettorale serio la questione del rilancio del ruolo dello Stato nell'economia e, soprattutto, di come questo debba esplicitarsi. Per troppo tempo l'intervento dello Stato è stato colpevolmente ridotto a terreno di produzione inefficiente di servizi, perché caratterizzato da spartizione di posti, stipendi esagerati a top manager incapaci e superpagati, appalti spreconi, magari attraverso la pratica massiccia delle esternalizzazioni. 

Oggi, se si parla di intervento dello Stato lo si intende come recupero di un obsoleto protezionismo, come fa Tremonti, oppure come socializzazione delle perdite delle imprese e delle banche private, come i casi della Northern Rock, in Gran Bretagna, e della Bear Stearns, negli Usa, dimostrano. Del resto, anziché affrontare il tema del reperimento delle risorse per il rilancio dell'intervento dello Stato, attraverso un sistema fiscale efficace contro le evasioni e, come prevede la Costituzione, progressivo, Berlusconi e Veltroni rispolverano il concetto ottocentesco di carità, promettendo regalie ai più poveri, mentre le rendite ed i profitti, iperbolicamente accresciutisi negli ultimi anni, sono salvaguardati. Va restituita, invece, credibilità all'intervento del pubblico con l'adozione di misure che salvaguardino i posti di lavoro e leghino le retribuzioni dei manager ai risultati. Ma, soprattutto, va chiarito che i monopoli naturali, acqua, luce, gas, così come la sanità e la scuola gestiti dallo stato non possono essere trasformati in rendite private, il cui sviluppo, come i bassi salari, disincentiva il mondo imprenditoriale dall'innovare.

Il rilancio del pubblico, però, non può essere il risultato di una critica alla "casta" dei politici, semplicisticamente visti come un tutto omogeneo, come pretenderebbe tra le altre l'ideologia impolitica del "grillismo", oggi tanto popolare. Tale critica legge la società come una realtà in cui non ci sono interessi e scontro di classe, secondo la tragicomica convinzione di Veltroni, disarmando di fatto l'azione dei lavoratori il cui malcontento viene astutamente orientato contro i politici per distogliere l'attenzione dai reali responsabili e profittatori della situazione attuale. Sono, infatti, gli animal spirits del capitale, lasciati liberi di esercitare egoistici interessi di classe, ad averci portati a questo punto. E, la critica alla "casta", seppure non priva di ragioni e di basi reali, fa da velo ai lauti profitti e stipendi realizzati dai tantissimi Montezemolo di turno, ai danni di salari privati della scala mobile, e finisce per rivolgersi contro le istituzioni parlamentari in quanto tali, indebolendole e preparando la strada al loro stravolgimento in senso oligarchico.

Il nuovo ruolo dello Stato deve essere un ruolo forte perché capace di dare direzione all'economia. Ma può essere tale sono nella misura in cui si esercita su di esso un vero controllo democratico, basato sul rilancio e non sullo stravolgimento delle istituzioni repubblicane. E', dunque, di una critica di parte, di classe, che c'è bisogno. Ma non basta rivendicare, come pure è giusto, più soldi per i lavoratori, bisogna soprattutto operare per incidere sulla società complessivamente intesa, mettendone in discussione l'indirizzo e cercando di modificare i rapporti sociali. Fare questo è possibile solo attaccando il nocciolo della questione: l'idea liberista dello Stato. Anche nella sua versione veltroniana, quella dello stato "corporativo", in cui, non a caso, non è più prevista l'esistenza di interessi di classe, ma solo di interessi comuni a lavoratori e padroni.

Serve, quindi, il rilancio della partecipazione alla vita politica e istituzionale della classe salariata, anche attraverso la difesa dell'idea della possibilità della trasformazione sociale.

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