Governo larghe intese in Italia dopo elezioni 13-14 aprile: lo auspicano gli Stati Uniti

Gli Usa sperano in un governo italiano di larghe intese, dove la sinistra e la destra collaborino tra loro in modo pacifico



Ronald Spogli, incontrando i giornalisti a New York, con una presa di posizione sorprendente, ha auspicato un governo di "larghe intese" fra il Popolo della libertà e il Partito democratico per fare le riforme. "Le ricette dei due schieramenti si sovrappongono", ha osservato l'ambasciatore degli Stati Uniti in Italia. Se l'Italia vuole evitare il pericolo di un declino economico e politico, ha sostenuto il diplomatico statunitense, la strada è quella di costituire un governissimo.
Strano, stranissimo intervento sia sul piano del metodo sia sul piano dei contenuti. Spogli non è né un politologo né un osservatore esterno. Deve stare attento quando parla. E' l'ambasciatore della più grande potenza del mondo che, caso inedito, traccia la rotta per un paese alleato in un momento delicato, alla vigilia delle elezioni politiche.

Il discorso non suona molto bene. E' inopportuno, stona come un invito a votare per uno dei due partiti maggiori ed adombra una rischiosa interferenza. Gli elettori italiani non hanno bisogno di tutori. Non hanno bisogno né di consigli né d'indicazioni su come votare. Spogli non ha parlato del cosiddetto "voto utile", chiesto dal Pdl e dal Pd in loro favore ed a danno degli altri partiti medi e piccoli, ma poco ci è mancato.
Un fatto è sicuro. Il Cavaliere e il segretario del Pd, al di là degli insulti che si sono lanciati negli ultimi giorni, si sono sempre detti grandi ammiratori degli Stati Uniti. Berlusconi si è sperticato in lodi "per l'amico Bush" e per la rivoluzione reaganiana. Veltroni da anni si definisce un kennedyano innamorato dell'America democratica: ha perfino copiato e rilanciato lo slogan elettorale di Barack Obama: "Yes, we can"; si può fare.
Il loro obiettivo è realizzare il modello politico americano; vogliono trasformare il sistema politico italiano in un meccanismo bipartitico, dicendo addio al bipolarismo e azzerando la storia politica italiana. C'è, però, un problema non proprio piccolo: per realizzare questo progetto devono cancellare i medi e piccoli partiti.

L'America ha una vicenda politica diversa dalla nostra, che nasce nel lontano 1776, con la dichiarazione d'indipendenza dalla Gran Bretagna. E' un modello politico democratico vecchio di 250 anni, liberale e individualista; certamente non migliore di quello europeo più sofisticato e solidale. Si tratta di un modello attento, grazie alle dure battaglie dei partiti socialisti, cattolici e dei movimenti operai europei, alle esigenze dei ceti popolari. In Europa e in Italia, ad esempio, esiste una Stato sociale che garantisce istruzione, sanità e previdenza intese come diritti universali per tutti: dai lavoratori ai disoccupati, dagli imprenditori agli studenti.
Berlusconi e Veltroni un giorno escludono ogni ipotesi di grande coalizione e un altro parlano della possibilità di varare insieme un pacchetto di riforme istituzionali (in testa è prevista una nuova legge elettorale con una forte caratura maggioritaria). Vogliono vincere le elezioni, assicurano, e respingono tutte le accuse di un accordo di governo, di un "inciucio".

Certo c'è l'incognita del voto al Senato. I senatori vengono eletti con il sistema proporzionale, una soglia di sbarramento (3% per i partiti coalizzati ed 8% per le forze non coalizzate) e un premio di maggioranza assegnato su base regionale e non nazionale (come avviene per la Camera). Ed è il premio di maggioranza regionale a provocare molte incognite perché non è detto che, chi vinca a livello nazionale possa ottenere una netta maggioranza o, comunque, una maggioranza sufficiente di seggi a Palazzo Madama. Dietro l'angolo appare lo spauracchio della risicata maggioranza ottenuta dal governo Prodi a Palazzo Madama grazie ai senatori eletti all'estero. E l'esecutivo Prodi non è durato nemmeno due anni.

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