Pena di morte legale con iniezione è legale negli Stati Uniti. Lo ha deciso Corte Suprema

La Corte suprema americana è giunta ad un verdetto: l'iniezione letale sarà legale!



La molto attesa sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti sulla pena di morte non doveva giudicare se fosse legittima nell'ordinamento costituzionale, ma "solo" se l'attuale e prevalentemente usato metodo del "cocktail letale" violasse l'ottavo emendamento della costituzione, infliggendo una "pena inusuale e crudele al condannato".

Che la pena di morte non sia "inusuale" sta nelle cose, dal momento che dal 1976, anno in cui è stata reintrodotta con un'altra sentenza della Corte, le condanne capitali negli Stati Uniti sono state 1098. Tutta la questione, quindi, verteva sulla "crudeltà" della messa a morte, cioè sulla quantità di dolore che è legittimo infliggere a qualcuno come punizione.

La stessa questione era stata dibattuta a lungo da fini giuristi (professori universitari al servizio della Casa bianca come John Yoo o consiglieri giuridici come Alberto Gozales, poi ministro della Giustizia) all'inizio della guerra mondiale al terrore, ma per altre finalità. In quell'occasione si trattava di stabilire quanto dolore fosse legittimo infliggere per far parlare un detenuto senza superare la soglia della tortura vietata dalle leggi interne e dal diritto internazionale.

La conclusione cui pervennero gli esperti giuridici e che venne fatta propria dal Presidente fu molto semplice: alzare l'asticella del dolore sopportabile. "Nella lotta contro il terrorismo - scrissero - non deve essere considerata tortura qualunque azione, per quanto dolorosa, che non porti direttamente alla morte o alla distruzione di un organo vitale". Come è noto a tutti i torturatori, tra la vita e la morte c'è spazio per tantissime torture che solo l'ingegnosità umana può ideare.

Nel caso dei giudici supremi il problema era perfino più semplice. Il prigioniero debitamente (o indebitamente - ma questo non era affar loro) condannato doveva comunque essere messo a morte. Si trattava solo di capire quanta tortura fosse legittimo infliggergli per porre fine alla sua vita. Come si ricorderà, il caso era nato sulla stampa e alla fine approdato alla Corte suprema perché erano emersi numerosi episodi in cui i condannati a morte avevano sofferto in modo terribile prima di morire. L'esatta ragione di queste sofferenze era uno dei punti del contendere: liquidi letali fuori vena? Inadeguato dosaggio? Inefficacia di uno dei veleni? Robusta costituzione del detenuto? Difficile decidere.

A fianco di questi dubbiosi intenzionati a mantenere la pena di morte senza fare soffrire troppo il condannato, c'erano anche gli "estremisti", le anime candide, che sostenevano che in ogni caso mettere a morte qualcuno è di fatto "una forma inusuale e crudele di punizione", e quindi dovrebbe essere vietato in base alla Costituzione.
Nella sentenza dell'altro ieri la tesi estremista è stata fatta propria da un solo giudice, il cui nome, a suo onore, va ricordato: John Paul Stevens. Il giudice Stevens non ha dissentito dall'opinione della maggioranza, ritenendo che il caso specifico andava risolto sulla base dei precedenti.

Ma nella sua opinione ha affermato che la pena di morte è soggetta a così tanti errori e rischi di discriminazione -particolarmente nei confronti degli afroamericani che sono la maggior parte dei condannati- e produce così scarsi effetti deterrenti, che dovrebbe essere dichiarata incostituzionale.

Ma la maggioranza (sette giudici su nove) ha ritenuto diversamente. John Roberts, l'estensore della sentenza e presidente della Corte (nominato da George W. Bush), si è profuso in una lunga dissertazione per sostenere che sì, forse vi era dolore inflitto ai condannati nel metodo di messa a morte usato dallo stato del Kentucky (e da 37 altri stati), ma non c'erano prove sufficienti che questo dolore fosse insopportabile. Del resto, per sapere quanto è insopportabile si dovrebbe chiederlo al condannato che purtroppo, essendo morto, non è in grado di testimoniare.

In sostanza: nel caso di Abu Ghraib ecc. la tortura è lecita se non porta alla morte, mentre nel caso dell'iniezione letale è lecita perché porta alla morte. I due giudici più reazionari della Corte (per la cronaca, l'afroamericano Clarence Thomas e l'italoamericano Anthony Scalia) hanno integrato la sentenza con una chiosa che perfeziona l'analogia tra torturati e condannati a morte: "il dolore procurato è sempre legittimo se non vi sono prove che venga inflitto intenzionalmente".

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