Programma economico e sociale del candidato presidente USA repubblicano John McCain. Considerazioni

Anche se nel suo partito non ha rivali per la corsa alla Casa Bianca, non sarà facile per il candidato repubblicano



Le ricette proposte dal Senatore dell’Arizona non sembrano discostarsi troppo dalla politica di George W. Bush, basata in gran parte sul taglio delle tasse per le grandi aziende e per i redditi più alti. Una posizione questa che suona come un cambio di rotta per McCain dopo che negli anni passati si era tenacemente opposto alla politica fiscale del Presidente uscente.

Nel tentativo di delineare un progetto di intervento globale per fronteggiare la crisi dell’economia americana, McCain ha finito dunque per allinearsi pressoché totalmente alla consolidata politica fiscale repubblicana costituita da misure volte a stimolare la crescita attraverso agevolazioni di cui potranno beneficiare solo quanti già hanno goduto dei favori dell’attuale inquilino della Casa Bianca in questi anni. Il solo provvedimento che dovrebbe alleviare le difficoltà nelle quali si dibatte la “working-class” d’oltreoceano sarebbe invece una momentanea sospensione della tassa federale che grava sui carburanti pari a 18,4 centesimi di dollaro al gallone per il periodo estivo. Una misura quest’ultima sostenuta anche da Hillary Clinton e osteggiata da Barack Obama a causa della modestia dei benefici che produrrebbe, per l’incoraggiamento ad un maggiore uso delle automobili in un momento nel quale è necessario piuttosto combattere il riscaldamento del pianeta e, non da ultimo, per il fatto che essa sottrarrebbe importanti risorse ai fondi destinati alla costruzione e alla riparazione della rete stradale americana.

Le linee guida della propria politica economica John McCain le ha spiegate per la prima volta ad un vasto pubblico di ascoltatori riunito presso la Carnegie Mellon University di Pittsburgh, in Pennsylvania, alla vigilia delle primarie in questo Stato. Riesumando fugacemente la sua fama di “maverick” della politica, il 71enne Senatore ex prigioniero di guerra in Vietnam ha rimproverato due dirigenti di grandi compagnie finanziarie statunitensi colpite dalla crisi dei mutui. A fare le spese delle critiche di McCain sono stati Angelo R. Mozilo e James E. Cayne, rispettivamente “chief executive” del colosso Countrywide e di Bear Stearns, entrambi liberatisi con profitti milionari delle proprie azioni delle due holding sull’orlo del tracollo e successivamente salvate dall’intervento governativo.

Nonostante le critiche rivolte alle Corporation, il candidato repubblicano alla Casa Bianca ha prospettato un pacchetto di provvedimenti che comprende il taglio del carico fiscale sui guadagni di queste ultime dal 35 al 25%, la possibilità di cancellare dalle loro tasse il costo degli investimenti nell’innovazione tecnologica ed altri interventi dello stesso tenore. Allo studio dello staff di McCain ci sarebbe poi l’abolizione della “Alternative Minimum Tax”, o “AMT”, un tassa che grava su 4 milioni di contribuenti americani, dei quali ben il 93% con redditi superiori ai 200.000 $, una misura che la propaganda di quest’ultimo sta cercando invece di spacciare come portatrice di qualche beneficio per la classe media in difficoltà.

A tutto ciò andrebbe poi aggiunta l’intenzione di rendere permanenti i già esistenti tagli alle tasse sempre per i redditi più alti già introdotti in via provvisoria dall’attuale amministrazione a partire dal 2001. Su questo aspetto si stanno concentrando gli attacchi su McCain da parte dei due candidati democratici Clinton e Obama, dal momento che il Senatore dell’Arizona aveva votato contro tali provvedimenti voluti fortemente da George W. Bush in due occasioni, nel 2001 e nel 2003, perché a suo dire offendevano la sua coscienza penalizzando le famiglie a basso reddito in tempo di guerra. Ma il voltafaccia di McCain, già oggetto di critiche durante la prima fase delle primarie anche da parte dell’ex candidato repubblicano Mitt Romney, era già iniziato nel maggio del 2006 quando la riproposizione dei tagli in Senato aveva ottenuto il suo voto favorevole, motivato dal fatto che un’eventuale opposizione ad essi sarebbe equivalso ad un aumento delle tasse.

Al di là dei costi che una tale politica fiscale richiederebbe se applicata integralmente, 200 miliardi di dollari all’anno secondo le stime dello stesso clan McCain, senza contare però il peso prodotto dal rendere permanenti i tagli alle tasse già in vigore, le scelte prospettate da quest’ultimo nel campo dell’economia non fanno che ribadire, oltre al suo cambiamento di rotta da qualche mese a questa parte per conquistarsi il favore dell’ala più conservatrice del Partito, la lontananza della proposta repubblicana dai bisogni e dalle richieste di cambiamento che emergono da una società americana sfiduciata da otto anni di presidenza Bush. Oltre al suo sostegno incondizionato all’intervento in Iraq, a segnare il solco che separa McCain dalle posizioni sostenute in questa campagna elettorale dai candidati democratici, vi è anche il progetto da lui messo in campo per riformare il delicatissimo ambito dell’assistenza sanitaria.

A differenza infatti di quanto sostenuto da Hillary Clinton e da Barack Obama, le cui proposte per una copertura universale prevedono necessariamente un più incisivo intervento del governo federale, McCain intende mettere sul tavolo minacciose azioni volte a creare una maggiore apertura al mercato dell’assicurazione sanitaria. Tra di esse ci sarebbe l’abolizione della copertura fornita direttamente da molte aziende americane ai propri dipendenti per privilegiare una libera scelta personale di ogni singolo assistito. Il tutto da finanziare con rimborsi fiscali nell’ordine dei 2.500 $ annui per persone singole e 5.000 $ per le famiglie. Somme ben lontane dal reale costo attuale di una polizza sanitaria decente negli Stati Uniti.

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