Raccolta differenziata e riciclaggio funzionano solo se creano ricchezza alla società

Se i rifiuti fossero preziosi, cioè considerati una fonte di ricchezza per i cittadini e per l'erario, allora si potrebbero ottenerne almeno due effetti benefici



Sino ad oggi tutto il Meridione è molto indietro nella raccolta differenziata. Il che semplicemente vuol dire che noi meridionali mandiamo in discarica o agli inceneritori troppo materiale, con elevati costi ambientali. In più si tratta di materiale che ci costa caro smaltire, invece di provare a riutilizzarlo e realizzarne un guadagno, sociale e privato. Si dice che ciò dipenda da una scarsa sensibilità ambientale dei cittadini meridionali, dal loro limitato senso civico. Anche se c'è qualcosa di vero in questo pregiudizio, io penso che esistano altre ragioni strutturali che rendono la raccolta differenziata problematica nel Sud d'Italia.

Raccolta differenziata e riciclaggio sono solo due stadi della filiera completa dei rifiuti e funzionano solo se parallelamente si realizzano altre condizioni. Affinché la filiera funzioni davvero, deve esistere a monte un sistema industriale in grado di recepire, processare e commercializzare i rifiuti pregiati. Bisogna, infatti, chiedersi cosa ne faranno gli ATO o altre aziende, private o miste, dei materiali raccolti. Analizziamo, per esempio il destino delle balle di cartone, che, con costi non indifferenti, vengono preparate in appositi e costosi impianti. Prima le balle dovranno essere stoccate in depositi puliti, difese da topi, insetti ed umidità, per poi essere avviate, con il costo del trasporto, alle cartiere. Purtroppo tutti questi passaggi potrebbero rendere costosa e forse antieconomica tutta l'operazione. Anzi, una volta che i depositi saranno saturi, potrebbe essere più conveniente conferirle in discarica o bruciarle. Il che ogni tanto avviene, si mormora. Va, quindi, posta la seguente domanda: se in una regione/provincia non c'è un sistema industriale in grado di recepire e processare i rifiuti pregiati in maniera economicamente conveniente, la raccolta differenziata è davvero utile o è un ulteriore spreco?

Certo, una classe imprenditoriale lungimirante potrebbe pensare di costruire al sud degli impianti industriali in grado di creare lavoro e reddito, usando il materiale pregiato recuperato e acquisibile dagli ATO, a prezzi modici. Ma ci vogliono investimenti cospicui, competenze specifiche e voglia di rischiare. Purtroppo esistono anche altri modi, e non sempre leciti, di far soldi con i rifiuti. Fra questi, l'incenerimento per produrre energia elettrica e termica (la pretesa termovalorizzazione) è sicuramente fra i meno rischiosi e più redditizi, nella situazione attuale, ma offre la tentazione di bruciare di tutto, anche i rifiuti pregiati.
Il fatto è che la raccolta differenziata è in qualche modo concorrenziale con la termovalorizzazione. Infatti, siccome il 60% dei nostri rifiuti solidi è costituito da inutili imballaggi, la quantità di rifiuti da incenerire potrebbe essere fortemente ridotta: la famosa opzione zero rifiuti. Il che rischia di rendere l'affare dei grandi termovalorizzatori non conveniente, perché questi dovrebbero raggiungere un minimo giornaliero di energia da produrre (rifiuti da bruciare) per non andare in perdita.

Alcuni recenti servizi televisivi (Report, Exit, Striscia la Notizia) hanno evidenziato che perfino a Milano e nelle regioni più virtuose talvolta ci si distrae e si manda all'inceneritore di tutto. Questo fa sospettare che potrebbe convenire a comuni ed imprese bruciare i rifiuti anziché processarli. E forse non è un caso che, invece di investire nella raccolta differenziata, il commissariato regionale siciliano per i rifiuti ha pensato di far costruire quattro giganteschi termovalorizzatori, che insieme potrebbero incenerire molto di più di tutti i rifiuti indifferenziati che la Sicilia produce. E se a ciò aggiungiamo la spinta mediatica, l'orrore della immondizia per le strade, ci saranno certamente, e per molto tempo a venire, importanti contributi pubblici per chi vorrà produrre dai rifiuti almeno energia - oltre che inevitabili gas serra, polveri sottili e diossine - perché il loro servizio sarà ritenuto importante per la comunità. Tutto ciò rende l'affare conveniente e con rischi assolutamente minimi, per i privati. In questa situazione, le aziende vorranno bruciare il più possibile pur di far soldi. Anche quello che con fatica, disciplina e senso civico i cittadini raccolgono in bidoni separati, trasportano alle isole ecologiche o affidano alla raccolta porta a porta. Tutti costi pubblici e sforzi lodevoli che rischiano di essere vanificati dalla ricerca del profitto di pochi furbi.

C'è, poi, un altro rischio. Senza costosissimi sistemi di filtraggio, gli inceneritori potrebbero produrre tanta diossina, gas nocivi e polveri sottili. Senza rigorosi controlli pubblici, i privati potrebbero avere la tentazione di ridurre i loro costi vivi a discapito della qualità dell'aria. E forse potranno farlo se i controlli saranno morbidi, come si conviene ad un servizio utile e importante per la comunità. Pertanto, più profitto per le imprese che gestiranno i termovalorizzatori, più rischi per la nostra salute, per l'agricoltura, la pastorizia, le falde acquifere, ecc.

La mia principale osservazione è che la filiera dei rifiuti presuppone una rivoluzione culturale: fino a quando essi sono puzzolente spazzatura, mefitico ingombro dei nostri marciapiedi e della nostra tranquilla vita borghese, bisognerà sbarazzarsene. Presto, in tutti i modi ed a tutti i costi. Anche pagando con soldi pubblici dei furbetti, affinché li portino lontano dalla nostra vista e dal nostro naso. Magari trasformandoli in gas velenosi e polveri che non si vedono. Ovvero nascondendoli nel profondo di cave (da domani militarizzate!) lontane da noi, poco importa se in periferia, vicino ad altri cittadini, che a loro volta protesteranno, perché si sentiranno cittadini di serie B.

Se invece i rifiuti fossero preziosi, cioè considerati una fonte di ricchezza per i cittadini e per l'erario, allora si potrebbero ottenerne almeno due effetti benefici: 1) Il cittadino ne conserva più che può, forse li riutilizza o addirittura cerca di guadagnarci qualcosa, cedendoli ad imprese, consorzi, ecc., o agli ATO magari per ottenere solo una riduzione della TARSU; 2) Le istituzioni (Stato, regioni, enti locali) non avranno solo il compito gestionale di svuotare i cassonetti, pulire le strade e trovare discariche o inceneritori dove nascondere il pattume (che è esattamente ciò che accade oggi) ma il dovere politico-amministrativo di gestire e tutelare un bene comune, una proprietà di tutti i cittadini. Le istituzioni dovranno far fruttare i rifiuti e realizzarne entrate per migliorare altri servizi pubblici, senza aumentare le tasse.

Allora c'è una soluzione politica che sembra l'uovo di Colombo: basta far diventare i rifiuti un bene pubblico per legge. L'ente pubblico che sarà l'affidatario di questo bene, al contrario dei privati, ha l'obbligo costituzionale (Art. 32) di difendere la salute dei cittadini e l'obbligo, oltre che l'interesse di farli fruttare. Così i rifiuti non si potranno incenerire indiscriminatamente, ma solo in misura marginale e solo quando potrebbe essere dannoso per la salute pubblica.
Forse c'è pure un fondamento giuridico per questa idea quasi paradossale. Quando butto via un flacone, esso non è più mio, cioè io rinuncio al diritto di proprietà. Da quel momento chiunque può appropriarsene e ricavarne un reddito, anzi c'è proprio chi lo fa. Fra i potenziali fruitori c'è, però, anche lo Stato, per il quale i rifiuti non saranno più solo un costo ma una risorsa da valorizzare per obbligo di legge.

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