Fotografia e abbronzatura

C’è una relazione tra la fotografia e la tintarella? L’effetto dei raggi solari sulla pelle ha qualcosa in comune con il processo fotografico?



C’era una volta la fotografia tradizionale, con i suoi materiali fotosensibili, il suo “realismo”, ...

Così dovremmo, forse, più appropriatamente parlare della fotografia nell’era digitale.

In questa fase, in  effetti, con l’avvento della digitalizzazione delle immagini il noema fondamentale della fotografia - quel celebre “è stato” di barthesiana memoria - sembra ormai definitivamente spiazzato dall’eventualità che ciò che vediamo potrebbe non essere neanche mai essere esistito e, tanto meno, essere stato da qualche parte.

La fotografia – in particolare quella non digitale, secondo l’analisi duboisiana del 1983 - avrebbe, invece, una certa relazione con il reale.

Un rapporto che, considerando le sue circostanze di produzione, andrebbe però distinto da quello che può instaurarsi con modalità rappresentative quali il disegno o la pittura, da una parte, così come le codificazioni linguistiche, dall’altra. Nel primo caso, poiché occorrerebbe distinguerla dalle icone (similari), ovvero da quelle immagini che con il referente originario conservano una corrispondenza basata prioritariamente sulla somiglianza. Nel secondo caso, perché  la fotografia andrebbe separata anche dai simboli (normativi); questi, analogamente a quanto avviene per le parole sono legati ad un soggetto da forme di codificazione arbitraria, non necessariamente collegate al contesto - reale o meno che sia - di provenienza.

Degli elementi di collegamento con questa forma di pensiero sono peraltro rilevabili anche nelle speculazioni teoriche a noi più vicine, di norma reindirizzate verso il concetto di traccia, anziché verso concezioni volte, per un verso, a legare la fotografia all’idea di icona (somiglianza) o, per l’altro, al concetto di simbolo (parole, numeri, ecc.) nell’ipotesi di sistemi linguistici codificati.

Tale tendenza rafforzerebbe l’idea secondo la quale l’immagine fotografica apparterebbe, piuttosto, a quell’ordine di “segni” – da intendersi in senso lato – che lo studioso di filosofia e di semiotica Charles Sanders Peirce definiva “indici” (index), opposti proprio ai concetti di icona (similare) e di simbolo (codicato).

L’indice appartiene a quella categoria di segni che hanno, o possono aver avuto durante un certo lasso temporale, una “connessione” reale, di prossimità concreta, di “compresenza immediata” con qualcosa. Un legame che non sia fondato, però, soltanto su una lineare quanto stabile somiglianza, come potrebbe essere nel caso delle icone, o su un rapporto di dipendenza da un codice, come comunemente avviene per i simboli. Per tale ragione, la fotografia avrebbe, invece, una parentela molto stretta con tutti quegli elementi indicali che segnalano un collegamento tra la rappresentazione visuale finale e il contesto di riferimento originario di cui l’immagine sarebbe una riproduzione ottica.

Detto questo, ora potrà forse risultare più chiara la ragione per cui la fotografia – per lo meno quella classica - manifesterebbe un certa affinità con la diffusa e comune pratica della tintarella. L’abbronzatura, secondo la riflessione duboisiana, sembrerebbe in effetti poter essere eletta come una delle migliori “metafore” rappresentative della fotografia nel suo insieme. La pelle, effettivamente, è una vera e propria “pellicola”, una reattiva superficie fotosensibile che, reagendo all’azione dei raggi solari, “scurisce” progressivamente in relazione al grado e alla durata dell’“esposizione” alla luce del sole. L’epidermide, quindi, è uno strato sensibile così come lo sono certi materiali ancora utilizzati nell’ambito della fotografia tradizionale (quali le carte e pellicole fotografiche). “Esposta” alle irradiazioni solari la nostra cute, al pari di una normale pellicola fotografica, diviene una sorta di negativo che nelle zone “non esposte” della nostra anatomia cela delle aree candide, non alterate cromaticamente dall’irraggiamento del nostro astro maggiore.

Queste aree sono inoltre - al di là, quindi, della loro possibile natura di traccia testimoniante l’ipotizzabile processo di “esposizione” alla luce del sole - sintetici quanto esplicativi indici simbolici dei nostri costumi e, pertanto, un’autorevole ed emblematica manifestazione culturale, anch’essa assai interessante da indagare.

Ritornando al nostro tema, il pretesto dell’abbronzatura e il relativo parallelismo con la fotografia sono stati utilizzati per sottolineare quello che è stato definito come lo “statuto indiziale dell’immagine fotografica”. Da questo punto di vista, in effetti, l’immagine fotografica risulta essere un’entità molto particolare, capace di accomunare in se sia caratteristiche comunemente presenti in ogni impronta tangibile sia talune sue specifiche peculiarità. Tra queste, vi è sicuramente la ricorrente somiglianza della raffigurazione fotografica con il proprio referente reale, ma questo, nella prospettiva duboisiana, non che è un “effetto generale” che fa si che vi sia una stretta analogia con la realtà quale conseguenza di determinati processi fisici e chimici. Ciò non toglie, in effetti, che, così come appare più palesemente nel caso del simbolo, il soggetto/contesto ripreso nell’icona potrebbe persino non essere mai esistito.

Pensando alla fotografia è dunque possibile considerarla una specie di icona del reale, purché lo si faccia tenendo ben presente che essa rimane pur sempre una rappresentazione della realtà, per quanto apparentemente obiettiva data la schiacciante specularità che la lega al proprio referente “reale”. Tali raffigurazioni, in ogni caso, non possono essere fondate esclusivamente sulla somiglianza con un determinato s-oggetto originario. Di quest’ultimo, semmai, simboleggiano la “modificazione” nel tempo e nello spazio, lo “scarto” esistente rispetto alla situazione d’origine.

Ciascuna immagine, materiale o immateriale che sia, tende sempre, in effetti, a scostarsi dal rappresentato in virtù del fatto che, non trattandosi di una sua riproduzione, bensì di qualcosa di differente, benché somigliante, esisterà, comunque, una “differenza” rispetto al modello originale. Senza dimenticare, inoltre, le conseguenze implicate nell’atto mentale stesso di chi realizza l’immagine; manifestazione di volontà nella quale, di conseguenza, eserciterà inevitabilmente un suo ruolo specifico anche parte del bagaglio culturale dell’individuo coinvolto nell’azione del fotografare.

L’icona, così come il simbolo, non sono dunque necessariamente legati al fatto che sia esistito davvero qualcosa essendo, in definitiva, una sorta di “segni mentali”, distinti dalle cose reali, a differenza dell’indice che conserverebbe, invece, una relazione con qualche cosa a cui in qualche modo risulterà essere stato “connesso”.

I tre elementi della celebre tricotomia peirciana icona/indice/simbolo possono, comunque, coesistere tranquillamente insieme, non escludendo la presenza dell’uno, quella dell’altro. Per tale ragione, in uno stesso segno è quindi possibile rilevare la presenza contemporanea di ciascuna delle categorie analizzate da Peirce che, in realtà, non potrebbero agevolmente vivere in solitudine, necessitando dell’appoggio delle altre due a causa di una costante interdipendenza, un vera e propria specie di rapporto simbiotico.

Sono queste, quindi, le ragioni per cui la tintarella potrà essere considerata, al tempo stesso: icona di qualcosa alla quale in una certa misura “somiglierà” (pensiamo, ad esempio, alla “figura” in chiaroscuro che si formerà in quelle zone del corpo vicine tra loro che, essendo state coperte per una ragione qualsiasi, potranno risultare più o meno abbronzate), indice della cosa stessa in relazione all’esistenza di un rapporto di “connessione fisica” (immaginiamo l’eventuale arrossamento della pelle o l’abbronzatura stessa quale causa del “contatto”, della connessione dell’epidermide con i raggi solari) e, insieme, un simbolo, cioè un atto intellettuale, e culturale al tempo stesso, che da significato e valore a quella dimensione estetica (a livello sociale, ad esempio) concorrendo anche – per lo meno nel caso in cui l’esposizione al sole sia “volontaria” - alla formazione delle motivazioni che sono alla base stessa della decisione di una persona di abbronzarsi.

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