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Giovani che non lavorano e studiano per scelta. Ma continua anche la migrazione dal Sud al Nord

Sempre più giovani lasciano il Sud per torvare lavoro al Nord. Sono i laureati con il massimo dei voti. La situazione



I giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni, 270 mila ragazzi non studiano e non lavorano (il 9%), la maggior parte perché un lavoro non lo trova; 50 mila perché della loro inattività ne fanno una scelta; 11 mila proprio perché di lavorare o studiare non ne vogliono sapere.

Questi sono i dati emersi dall’ultimo Rapporto Giovani 2008, elaborato dal Dipartimento di Studi sociali, economici, attuariali e demografici della Sapienza di Roma per conto del ministro della Gioventù Gorgia Meloni. Non è diversa la situazione in Spagna, dove, secondo una recente indagine di Metroscopia pubblicata su El País, il 54% dei giovani tra i 18 e i 35 anni dichiara di non avere un progetto su cui riversare il proprio interesse o le proprie illusioni.

Il motivo? Perché lo studio sembra essere tempo perso e non apre le porte al futuro mentre il lavoro non si cerca perché tanto non si trova. E la crisi sembra aver accentuato la rinuncia a qualsiasi impegno. Anche chi sceglie di studiare, lo fa senza prospettive e “Appena si rendono conto di cosa li aspetta continuano a formarsi, viaggiano, lavorano magari come camerieri per pagarsi un master mentre mamma e papà a casa li aspettano”. Ma la situazione italiana è diversa, almeno per quanto riguarda lo studio.

I giovani che decidono di studiare sono tanti ed anche con tante ambizioni, sono concentrati soprattutto al Sud che, come accaduto già decenni fa, inizia di nuovo a ‘spopolarsi’ per le migrazioni verso le regioni del Nord. Secondo gli ultimi dati diffusi, sarebbe più della metà la fascia di giovani laureati al Sud, che hanno terminato il loro percorso di studi con il massimo dei voti e che, non trovando alcun impiego nonostante l’ottimo curriculum si trasferiscono al Nord in cerca di lavoro. E nella maggior parte dei casi lo trovano, potendo così riaprire le porte del loro desiderio di realizzazione e successo.

I dati dicono che nel 2004 si è mosso il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tre anni più tardi la percentuale è arrivata a quasi il 38%. Questo dato sottolinea, nella realtà, come effettivamente le risorse umane esistano, in grande misura, e siano molto valide nel nostro Paese, ma sottolinea anche una sorta di ‘devalorizzazione’ delle regioni meridionali che, continuando a far allontanare le menti che potrebbero aprire allo sviluppo, a nuovi sistemi di gestione e organizzazioni, finiscono col rimanere indietro nei processi di crescita.

Basti pensare solo che tra il 1997 e il 2008 circa 700mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. E, lo scorso anno, le regioni meridionali hanno perso oltre 122mila residenti a favore di quelle del Centro-Nord, a fronte di un rientro di circa 60mila persone, mentre, oltre l'87% delle partenze, ha origine in tre regioni: Campania, Puglia, Sicilia. L'emorragia più forte è in Campania (-25mila), seguita dalla Puglia (-12,2mila) e dalla Sicilia (-11,6 mila).

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il