Aprire partita iva per i precari: le aziende risparmiano il 33% dei costi

I precari titolari di partita Iva: la nuova piaga del mercato del lavoro



Titolari di partita Iva per non perdere il lavoro, anche se precario. E’ questa l’ultima novità in materia di lavoro. Nel 2007 al Fondo Gestione Separata le partite Iva di professionisti non iscritti ad albi o associazioni erano circa 250 mila, 30 mila in più in un solo anno. Reddito medio intorno ai 15 mila euro, poco più di mille al mese.

Dai grafici pubblicitari ai web designer; dai redattori delle grandi case editrici alla tradizionale segretaria, ma tutti a mono-committenza, cioè fornitori di una sola azienda. Non si trattava, dunque, di vere partite Iva. Per molte aziende obiettivo di questo sistema è quello di tagliare i costi per provare a sopravvivere, anche se si tratta di un fenomeno che spinge una categoria già debole ai livelli più bassi della scala della precarietà.

A risentire di questo rinnovato processo, già esistente ma riaffiorato con maggiore forza a seguito della crisi, sono, ancora una volta, i giovani, quei 30enni di oggi che, già in difficoltà nella ricerca di un lavoro e dell’ottenimento di un contratto, si trovano a fare i conti anche con un’ennesima problematica che non facilita di certo il loro ingresso nel mondo occupazionale.

Trentacinque anni, maschio, sposato, reddito medio di 22mila euro l'anno: questo, secondo le tabelle del ministero delle Finanze, l'identikit del contribuente tipo che apre una partita Iva.

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Autore: Marianna Quatraro
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pubblicato il