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Partita iva ma lavoro come dipendente o quasi: riforme richieste

Partite Iva a rischio: chieste nuove misure



La crisi del settore occupazionale e del terziario ha indotto molti lavoratori autonomi a voler chiudere la partita Iva. Il motivo? Crea costi di amministrazione e consente di scaricare poco. Le discussioni nate sul Corriere sulle partite IVA e sui professionisti senza tutele hanno il merito di aver richiamato l’attenzione su un aspetto trascurato ma preoccupante della attuale crisi.

Si tratta di oltre otto milioni di lavoratori giuridicamente autonomi ma spesso economicamente deboli. Sono poco visibili e per questo indifesi dai rischi della precarietà, della mancanza di lavoro e della insufficienza di reddito. La debolezza di questi lavoratori è precedente alla crisi ma è oggi aggravata. Per fare qualche esempio basti pensare che gli studi di architettura e ingegneria europei che in patria hanno dipendenti con regolare contratto, quando decidono di aprire una sede in Italia fanno aprire la partita Iva a chi si candida a lavorare con loro.

È chiaro che un legislatore deve affrontare questa bolla di occupazione dipendente mascherata. Gli economisti Ernesto Felli e Giovanni Tria optano per una ‘soluzione liberale’, cioè un abbattimento dei limiti tra lavoro autonomo, professionale e lavoro dipendente, per cui i giovani professionisti dovrebbero poter passare in modo fluido dal lavoro dipendente a quello indipendente, imprenditoriale o professionale, a seconda delle esigenze della domanda e del mutare dei propri interessi.

Per quanto riguarda la materia fiscale c’è un forte consenso per abolire l'Irap per le partite Iva prive di autonoma organizzazione e che svolgono un lavoro prevalentemente intellettuale. Complesso il giudizio sull’eventualità di estendere in funzione anti- crisi gli ammortizzatori sociali anche alle partite Iva: c’è chi sostiene che andrebbero subordinati all’effettivo pagamento delle tasse per evitare sperequazioni, mentre per Tiziano Treu la prima urgenza è di dare sostegno immediato a questi lavoratori di fronte alle conseguenze della crisi.

“Non si tratta di estendere loro gli stessi ammortizzatori sociali validi per i dipendenti e per i parasubordinati, perché i loro bisogni sono diversi. Occorre pensare a forme di sostegno ‘aperto’ che i singoli possano utilizzare entro tempi definiti, nei modi migliori per reagire alle loro specifiche difficoltà.

Inoltre, bisognerebbe adeguare le regole della pensione per tutti: l’attuale sistema contributivo prevede che le partite Iva siano destinate ad avere pensioni insufficienti, con l’aggravante che essi pagano più contributi degli altri lavoratori autonomi. E’ necessaria, dunque, un’ armonizzazione progressiva dei contributi fra i vari tipi di lavori autonomo e in prospettiva anche con il lavoro dipendente (ma non con il livello attuale del 33% di contribuzione)”.

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il