Quando si può rifiutare il trasferimento ad un'altra sede di lavoro

L'azienda dispone della libera facoltà di trasferire il dipendente privato senza il suo consenso. Ma cosa succede se dice no e rifiuta la nuova assegnazione?

Il mondo del lavoro è profondamente cambiato rispetto a pochi anni fa. Le aziende sono sempre più destrutturate e al lavoratore si chiede sempre maggiore flessibilità, anche la prontezza ad accettare il trasferimento ad un'altra sede.

Proprio il trasferimento dipendenti privati è una delle questioni più delicate e non solo perché è importante capire se il lavoratore può essere trasferito in base alle regole 2019, ma anche fino a che distanza e come procedere con una eventuale impugnazione.

Che la questione sia importante è evidente perché la vicinanza (o la lontananza) della sede di lavoro dal propria residenza fa una grande differenza nell'organizzazione delle giornate, nella possibilità di disporre di maggiore tempo libero, ma anche in termini economici per via delle maggiori spese da affrontare e perfino relazionali per via del cambio di colleghi e dell'abbandono di abitudini più o meno consolidate.

Trasferimento dipendenti privati, quando è legittimo o illegittimo

Se all'inizio dell'esperienza lavorativa all'interno di un'azienda è lecito credere che non ci possa essere alcun trasferimento, a meno di accordi ben precisi, nel tempo le esigenze organizzative possono cambiare e il datore di lavoro può assegnare il dipendente privato in una sede differente.

Naturalmente non lo può fare senza alcuna motivazione valida ovvero senza che ricorrano valide ragioni produttive o di organizzazione del lavoro. E allo stesso tempo l'intera procedura va gestita correttamente dal punto di vista fiscale.

Significa che nella lettera di trasferimento del lavoratore in un'altra sede deve argomentare i motivi alla base di questa decisione, oltre a specificare la data e la nuova unità lavorativa per il dipendente privato.

Tutti i dettagli sono contenuti nei contratti collettivi nazionali di lavoro di categoria che cercano di bilanciare tutte le esigenze, quelle del lavoratore che deve affrontare il cambiamento e quelle dell'azienda per l'ottimizzazione dell'attività.

Appare quindi evidente l'aspetto centrale della procedura di trasferimento di un lavoratore.

Al netto delle regole da seguire - dal preavviso alla formalità di di predisporre la lettera di nuova assegnazione fino all'eventuale pagamento di spese supplementari (per spostamento, vitto o alloggio, ad esempio - e della presenza di valida motivazioni, l'azienda dispone della libera facoltà di trasferire il lavoratore ovvero non occorre il consenso.

Insomma, il trasferimento non è considerato illegittimo se le ragioni per la nuova assegnazione sono concrete e reali, se la figura del lavoratore era inutile nel luogo in cui era assegnato prima del trasferimento, se i criteri per la scelta di quel preciso dipendente sono oggettivi e rispettano i principi di buona fede e correttezza, se c'è bisogno di quel lavoratore nella nuova sede in cui è stato assegnato, magari per via delle competenze di cui è in possesso.

Trasferimento a un'altra sede di lavoro, si può rifiutare?

Se queste sono le regole per il 2019, resta da chiedersi se il dipendente privato può rifiutare il trasferimento a un'altra sede di lavoro. Senza dubbio può farlo e può procedere con la conseguente impugnazione se uno dei requisiti che rendono legittima la nuova assegnazione viene meno ovvero

In tutte queste circostanze, il lavoratore può impugnare la lettera di trasferimento dell'azienda (diverso il caso del trasferimento di un lavoratore disabile), attraverso un avvocato o un sindacato, e seguire la procedura formale per l'opposizione specificando le ragioni alla base del no. Tuttavia, in attesa della pronuncia del giudice, il lavoratore può opporsi al trasferimento?

Secondo recenti pronunce dei giudici, non può opporsi sia perché l'azienda dispone della libera facoltà di trasferire il lavoratore senza il suo consenso e sia perché l'eventuale illegittimità del trasferimento non legittima il rifiuto del dipendente privato in attesa della sentenza finale.