Quando lo stipendio di un mese può essere più bassi del previsto? Tutti i casi 2021

La sola voce retributiva che può essere revocata in maniera unilaterale dal datore di lavoro è l'indennità di mansione specifica.

Quando lo stipendio di un mese può esser

Stipendio di un mese più basso, quando è ammesso?

Il datore di lavoro non può quindi ridurre unilateralmente lo stipendio del dipendente, a meno che non raggiunga una intesa con il dipendente nel suo 'interesse ovvero per la conservazione del posto di lavoro, l'acquisizione di una diversa professionalità o il miglioramento delle condizioni di vita.

La disposizione di base parla chiaro: il datore di lavoro non può ridurre la retribuzione senza il consenso del lavoratore. Questo divieto vale per lo stipendio base, ma anche per i bonus: gli elementi della retribuzione che compaiono nel contratto di lavoro non possono essere modificati dal datore di lavoro.

Allo stesso tempo, le clausole del contratto di lavoro che prevedono che il datore di lavoro possa modificare unilateralmente la retribuzione, o quelle che consentono al datore di lavoro di modificare la struttura della retribuzione, ad esempio modificando la parte fissa e quella variabile.

Tuttavia ci sono alcuni casi in cui il lavoratore può ritrovare per uno o più mesi con la busta paga alleggerita. Ci domandiamo quindi se si tratta di una procedura riconosciuta o meno:

  • Stipendio di un mese più basso, quando è ammesso

  • Casi e normativa 2021 stipendio ridotto dal datore

Stipendio di un mese più basso, quando è ammesso

Il primo principio di base che regolare il riconoscimento dello stipendio ai lavoratori riguarda la sua obbligatorietà. In pratica, il datore è tenuto al versamento delle somme indicate nel contratto di lavoro sottoscritto con il dipendente.

Naturalmente la retribuzione viene corrisposta in cambio di una sua prestazione. Fanno parte dello stipendio gli elementi corrisposti con frequenza e continuità. C'è quindi un punto centrale: nei casi, peraltro molto ridotti e circoscritti a eventi molto particolari, in cui il datore di lavoro assegna al dipendente a mansioni inferiori, vige l'obbligo di conservazione del medesimo livello di retribuzione.

Il datore di lavoro non può quindi ridurre unilateralmente lo stipendio del dipendente, a meno che non raggiunga una intesa con il dipendente. Tuttavia, alla base di questa decisione ci deve essere l'interesse del dipendente ovvero per la conservazione del posto di lavoro, l'acquisizione di una diversa professionalità o il miglioramento delle condizioni di vita.

La sola voce retributiva che può essere revocata in maniera unilaterale dal datore di lavoro è l'indennità di mansione specifica così come le attribuzioni patrimoniali che non hanno natura retributiva.

Casi e normativa 2021 stipendio ridotto dal datore

Dal punto di vista normativo, il primo punto di riferimento sul rapporto tra stipendio, datore di lavoro e dipendente è la Costituzione, nella parte in cui stabilisce il principio che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. Quindi entra in gioco il Codice civile in più momenti.

Innanzitutto quando statuisce che in caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali che incide sulla posizione del lavoratore, lo stesso può essere assegnato a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore purché rientranti nella medesima categoria legale.

Poi quando precisa che possono essere stipulati accordi individuali di modifica delle mansioni, della categoria legale e del livello di inquadramento e della relativa retribuzione, nell'interesse del lavoratore alla conservazione dell'occupazione, all'acquisizione di una diversa professionalità o al miglioramento delle condizioni di vita.

Il lavoratore può farsi assistere da un rappresentante dell'associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato o da un avvocato o da un consulente del lavoro. Infine, le rinunce e le transazioni, che hanno per oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi, non sono valide.

Dal punto di vista procedurale, l'impugnazione deve essere proposta, a pena di decadenza entro sei mesi dalla data di cessazione del rapporto o dalla data della rinunzia o della transazione, se queste sono intervenute dopo la cessazione. Le rinunce e le transazioni di cui ai commi precedenti possono essere impugnate con qualsiasi atto scritto, anche stragiudiziale, del lavoratore idoneo a renderne nota la volontà.

Autore: Chiara Compagnucci
pubblicato il