Conto corrente e libretto postale: banche più rischiose e comportamenti illegali. Bollo, regole e calcolo

Per gli intestatari di un conto corrente, l'imposta di bollo è di base pari a 34,2 euro nel caso delle persone fisiche e di 100 euro per i soggetti giuridici.

Conto corrente e libretto postale: banch

L'imposta di bollo sul conto corrente


Bollo cosa cambia tra conto corrente e libretto postale, tutte le differenza tra regole, normele e calcolo. L'elenco delle banche più rischiose e meno sicure al momento in Italia aggiornate e poi alcuni comportamenti illegali non leciti che vi sono stati sia livello locale che nazionale.

Quando si pensa di attivare o un conto corrente o aprire un libretto postale occorre calcolare tutte le spese di gestione per capire la convenienza. Anche quella relative all'imposta di bollo. Non si tratta di un dettaglio di poco conto perché le cifre sono variabili e possono fare la differenza su una scelta anziché su un'altra. In quanti sanno ad esempio come tra le voci che incidono ci sono anche lo stato della persona tra fisica e giuridica, il numero di conti intestati e la giacenza media? Meglio dunque conoscere le regole in vigore e il sistema di calcolo così da evitare di trovarsi in difficoltà ovvero evitare sorprese al momento dell'estratto conto.

L'imposta di bollo sul conto corrente

Per gli intestatari di un conto corrente, l'imposta di bollo è di base pari a 34,2 euro nel caso delle persone fisiche e di 100 euro per i soggetti diversi dalla persone fisiche. Ma con un vincolo riguardante la giacenza media, valevole solo per le persone fisiche: sul conto deve essere maggiore della soglia minima di 5.000 euro. Per quanto riguarda le tempistiche, in linea di massima è trimestrale, semestrale o annuale ovvero al momento dell'emissione dell'estratto conto o del rendiconto. Nella maggior parte dei casi, questi ultimi sono inviati il 31 dicembre di ogni anno ed è proprio in quei fogli che arrivano a a casa (oppure via posta elettronica) è contenuto l'importo dell'imposta di bollo.

L'imposta di bollo sul libretto postale

Situazione molto simile con i libretti di risparmio: 32,4 euro le persone fisiche e 100 euro per i soggetti diversi dalle persone fisiche. Vale la soglia di 5.000 euro per le persone fisiche affinché sia applicato il bollo. Nessun limite massimo o minimo per tutti gli altri: l'imposta va pagata sempre e comunque. Poste Italiane fa testualmente presente come nessuna spesa o commissione sia dovuta per l'apertura, la gestione e l'estinzione del libretto postale. Tuttavia occorre mettere in conto l'applicazione di oneri fiscali secondo quanto previsto dalla legislazione tempo per tempo vigente in materia.

Banche a rischio: il rapporto Moody's

In questa situazione di grande incertezza, Moody's mette sotto osservazione il rating di 12 banche, 6 utility, Eni, Poste e Rai. Già, perché gli osservati speciali continuano a essere gli istituti di credito ovvero i principali sottoscrittori del debito pubblico. E Moody's mette in guardia sul possibile declassamento il rating di 12 banche ovvero Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banca Imi, Cassa Depositi e Prestiti, Mediobanca, Fca Bank, Banca Nazionale del Lavoro, Credito Emiliano, Credit Agricole Cariparma, Cassa Centrale Raiffeisen, Invitalia e Banca del Mezzogiorno. A queste banche si aggiungono sei utilities: Cdp Reti, Compagnia Valdostana Acque, Hera, Italgas e Terna. E a chiudere il cerchio dell'allarmismo c'è l'inserimento di Eni, Poste e Rai per via della decisione sul rating dell'Italia. A dirla tutta, tra gli assicurativi sotto osservazione c'è Allianz mentre Generali mantiene l'outlook stabile.

Il rischio per le 12 banche italiane è di un possibile downgrade del rating e di conseguenza ha messo sotto osservazione il giudizio assegnato all'Italia per una possibile revisione al ribasso. Come formalmente comunicato, Moody's potrebbe procedere al taglio del giudizio a seguito del downgrade del rating sovrano italiano o per un deterioramento delle valutazioni del merito di credito delle banche coinvolte, dovuto, per esempio, a un peggioramento dell'ambiente operativo o a istanze specifiche di peggioramento della qualità degli attivi, con perdite o riduzione della capitalizzazione. L'agenzia potrebbe procedere al ribasso sia in caso di una revisione del rating sovrano italiano e sia in caso di un peggioramento delle valutazioni di merito di credito degli istituti coinvolti.

Problema rischi Poste

Innanzitutto le parti in causa: da una parte c'è Vegagest, società di gestione del FIA italiano immobiliare, istituito in forma chiusa e denominato Europa Immobiliare 1. Dall'altra c'è Poste italiane, presso cui il Fondo è stato collocato. Nel mezzo c'è l'Aduc, associazione dei consumatori, che riferisce di un episodio paradossale: la sospensione del pagamento da parte della società di gestione nello stesso giorno in cui era previsto. Secondo il sodalizio, dietro questo improvviso dietro fronte c'è qualcosa di molto grave e non convince il richiamo a "circostanze non note e non prevedibili" di Vegagest che, si ricorda apparteneva alla Cassa di Risparmio di Ferrara, adesso in liquidazione coatta.

L'Associazione per i diritti degli utenti e consumatori ricorda che tra i motivi per cui Carife era finita in dissesto ci sono anche finanziamenti discutibili concessi alla controllata Vegagest. Vale la pena ricordare che il procedimento penale si era concluso con l'assoluzione per alcuni reati e la prescrizione di altri. Il passato è passato e della nuova situazione è ancora da scrivere il finale. Ma secondo Aduc, Poste dovrà rifare i conti, "e molto in peggio". A rimetterci potrebbero essere proprio i clienti finali.

Altro problema finanziario che potrebbe interessare milioni di italiani 

Il problema di fondo è la scarsa trasparenza nei confronti dei clienti. Il mancato rispetto del puntuale obbligo di informazione di prodotti finanziari ad alto rischio è infatti costato caro a Poste Italiane. E si tratta di un aspetto che, come ha sottolineato il giudice nella sua sentenza di accoglimento delle istanze formulate da due anziani coniugi con tanto di restituzione dei 100.000 investiti, ha una valore maggiore se la clientela non è qualificata. Ovvero non è in possesso di tutte le conoscenza e della preparazione di base per comprendere adeguatamente il grado di rischio a cui va incontro. In circostanze come queste la responsabilità di Poste (ma anche di banche e intermediari italiani) è evidentemente maggiore.

La sentenza del Tribunale di Ragusa è allora importante perché crea un importante precedente giurisprudenziale sui versanti della vendita e della commercializzazione di strumenti finanziari a rischio a soggetti ignari e privi di minime competenze in materia; sulla sottoscrizione di moduli e prospetti informativi in bianco; sulla promessa di ottimi rendimenti a fini previdenziali. Secondo il giudice, Poste Italiane non si è comportata con diligenza nel caso dell'investimento di 100.000 euro di due anziani coniugi di Modica nel fondo immobiliare chiuso Europa Immobiliare 1 avvenuto nel lontano 2004. I due hanno sottoscritto il modulo prestampato di autorizzazione all'investimento rischioso, ma evidentemente non basta a dimostrate la dovuta diligenza di Poste rispetto agli obblighi informativi dei risparmiatori.

E se l'obbligo di puntuale informazione ai clienti è universale, ha ancora più valore nel caso di una coppia - come questa di anziani siciliani - uno dei due ha solo la licenza elementare. Ecco allora che il magistrato non ha alcun dubbio e nella sua sentenza di condanna dell'importante player spiega come non possa essere dato dall'intermediario mediante una generica frase prestampata, ma comunicato mediante una condotta intesa a rappresentare in modo puntuale e compiuto le caratteristiche dell'operazione, con peculiare riguardo ai rischi.

Da qui l'imposizione della restituzione di 100.000 euro, oltre agli interessi, a distanza di circa 14 anni dall'impegno dei risparmi perché gli ordini di acquisto delle quote sono risultati nulli. Secondo lo Sportello dei Diritti, che si è occupato della vicenda, sono da mettere in conto casi simili anche per i vari Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara, Mps.

Scandali locali

La vicenda che vede come protagonista il direttore di una filiale della Banca Popolare di Sestri Levante, indagato dal sostituto procuratore Luca Scorza Azzarà con l’accusa di appropriazione indebita, risale al 2016. L’inchiesta era nata dalla segnalazione della stessa banca, che aveva notato il trasferimento durante un controllo interno. Stando a quanto reso noto dopo la ricostruzione dei fatti, i soldi prelevati dal direttore non sarebbero stati usati per fini personali. Il direttore si è presto affrettato a precisare che non si sarebbe trattato di un gesto volontariamente compiuto da lui, ma sarebbero stati gli stessi clienti a chiedergli di trasferire i soldi su altri conti.

Stando a quanto riportano le ultime notizie, l’uomo, difeso dagli avvocati Nicola Scodnik e Sandro Vaccaro, avrebbe già provveduto alla restituzione della maggior parte dei soldi presi, avviandosi pertanto alla chiusura definitiva dell’indagine.

Altra vicenda

Ancora una situazione grave per le banche, anche se questa volta sembrare centrare i dipendenti. Ma non è l'unico fatto che a come soggetto le banche e i rapporti con la clientela

Gli indagati per una vicenda che ha dell’incedibile sono otto. A causa di prestiti concessi a tassi unitari sono scattate le indagini per quanto riguarda otto dipendenti di banca. Che, stando alle indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Lecce, avrebbero concesso presunti prestiti a tassi usurai a persone in difficoltà.

Sarebbero dunque persone senza scrupolo che non avendo alcun rispetto per la situazione di queste persone ne avrebbero approfittato. I fatti risalirebbero, al periodo compreso tra il 2004 e il 2015, e coinvolgerebbero alcuni istituti di credito attivi nel Basso Salento.

L’accusa a loro rivolta è quella di usura aggravata e gli otto dipendenti finiti sotto il mirino della Procura adesso dovranno rispettare il termine di venti giorni per presentare memorie difensive o chiedere di essere ascoltati dal Pubblico Ministero.

E scandali nazionali

La Procura di Lecce vuole vederci chiaro soprattutto per quanto riguarda la concessione di mutui ipotecari con tassi di mora; conti correnti ordinari, conto anticipi e linee di credito con tassi nominali annui, tutti ritenuti oltre la soglia legale. In alcuni casi, gli otto dipendenti di banca indagati avrebbero agito, nell’esercizio della loro professione, in danno di persone che si trovavano in stato di bisogno e imprenditori, professionisti ed artigiani.

Sono tre le banche oggetto della multa per anatocismo da parte dell’Antitrust. Un provvedimento atteso dalle tante realtà civiche nate in questi anni per denunciare una pratica disdicevole, quella dell’anatocismo per l’appunto, ovvero l’applicazione degli interessi sugli interessi a debito, che tanti problemi ha creato ai consumatori italiani. La multa comminata dall’Antitrust, che in totale ammonta a ben 11 milioni di euro, inizia a fare chiarezza anche dal punto di vista normativo visto e considerato che le banche, in questi anni, hanno approfittato di un contesto in evoluzione che consente l’applicazione dell’anatocismo solo ed esclusivamente per gli interessi che il cliente autorizzi preventivamente ad addebitare sul conto corrente.

E invece, secondo quanto accertato dall’Antitrust, gli istituti di credito hanno deragliato dai binari della correttezza spingendo, attraverso comunicazioni parziali e non corrette, i clienti a rilasciare le autorizzazioni all’addebito in conto corrente. Facendo credere che questo iter fosse la prassi da seguire, ha spinto i clienti a concedere l’autorizzazione. In pratica l'Antitrust contesta questo metodo perché sottintende che la pratica utilizzata per convincere i clienti non è assolutamente regolare. Anche perché le conseguenze della scelta sul fronte del conteggio degli interessi sui debitori non venivano mostrate agli stessi.

Sono tre le banche che hanno ricevuto la multa la parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per anatocismo la sgradevole pratica dell’applicazione degli interessi sugli interessi a debito che comporta l’istruzione delle sanzioni in oggetto. Una pratica che va a danno dei consumatori costretti quindi ingiustamente a pagare soldi non dovuti. E sono tanti i movimenti civici nati in questi anni con il preciso scopo di denunciare il ricorso all’anatocismo da parte di diversi istituti di credito. Le tre banche che sono state oggetto di questo provvedimento sono UniCredit, Banca Nazionale del Lavoro e Intesa San Paolo. Le cifre da pagare sono rispettivamente di cinque, quattro e due milioni di euro per un totale di undici milioni da versare nelle casse dell’erario. La motivazione del provvedimento preso dall’Antitrust è che le tre banche hanno adottato condotte aggressive volto all’applicazione dell’anatocismo bancario.

Tali condotte sono state poste in essere in un quadro normativo in evoluzione che attualmente ne consente l’applicazione solo ed esclusivamente per gli interessi che il cliente autorizzi preventivamente ad addebitare sul conto corrente. Tale strategia è stata sostenuta da varie azioni finalizzate all’acquisizione delle autorizzazioni da parte della clientela che ancora non aveva effettuato la scelta, attraverso sollecitazioni e monitoraggio da parte della rete e delle funzioni/strutture interne coinvolte, sia sui canali fisici, sia sull’internet banking.

Ecco spiegate in breve le motivazioni che hanno spinto l’Antitrust a comminare la multa i tre istituti di credito. Una multa che ammonta complessivamente a ben 11 milioni di euro. Le banche, nell’adottare queste politiche aziendali, hanno fornito informazioni non attinenti al vero, o quanto meno parziali, volte cioè a scoraggiare, evidenziando solo gli effetti negativi che si sarebbero manifestati in caso di pagamento non effettuato degli interessi di mora e la conseguente iscrizione negli elenchi dei cattivi pagatori. Inoltre nelle informative non si accennava minimamente a quello che sarebbe successo in seguito all’autorizzazione connesse con l’applicazione di interessi anatocistici.

L’Autorità ha dunque ritenuto scorrette le modalità utilizzate per ottenere le necessarie autorizzazioni dai clienti condizionati a prendere decisioni che non avrebbero altrimenti preso in considerazione dell’applicazione, in caso di addebito degli interessi in conto, dell’anatocismo bancario. Nel corso dell’istruttoria sono stati svolti accertamenti ispettivi con l’ausilio del Nucleo speciale Antitrust della Guardia di Finanza.