Amazon i dipendenti fanno pipì nelle bottiglie. E ulteriori divieti.

C'è chi confessa di non bere durante le sessioni lavorative per ridurre le pause per andare in bagno e centrare così gli obiettivi lavorativi di Amazon.

Amazon i dipendenti fanno pipì nelle bot

Pipì nelle bottiglie per non fare pausa


Se c'è un'azienda su cui sono costantemente puntate le attenzione è Amazon. A torto o a ragione, con intenzioni mirate a discreditare o meno, poco importa. Di certo c'è che quando c'è di mezzo la società la società di Jeff Bezos, le occasioni per discutere non mancano mai. Questa volta lo spunto arriva da un sondaggio della britannica Organise sulle condizioni di lavoro dei dipendenti. Più esattamente ha chiesto a un centinaio di dipendenti del magazzino di Rugeley, nello Staffordshire, nel nord dell'Inghilterra, come se la passassero nella quotidianità. E le risposte raccolte forniscono un quadro preoccupante ovvero molto lontano da un'atmosfera idilliaca.

Pipì nelle bottiglie per non fare pausa

Stando allora a quanto hanno riferito i lavoratori (e su cui non abbiamo la controprova), la metà di loro soffrirebbe di depressione. Di più: otto dipendenti avrebbero avuto tentazioni suicide. Insomma, viene fuori un ambiente da inferno, dal quale sarebbe anche difficile sottrarsi. A scendere ancora più a fondo delle risposte emergono infatti casi limiti che contrasterebbero sia con il buon senso e le normali dinamiche nell'organizzazione del lavoro e sia con le norme stesse. C'è infatti chi confessa di non bere durante le sessioni lavorative per ridurre le pause per andare in bagno e centrare così gli obiettivi lavorativi di Amazon. E se proprio il bisogno diventa impellente, in tanti preferirebbero fare la pipì nelle bottigliette.

Quest'ultima è in realtà una presunta rivelazione di James Bloodworth, autore di Hired, il libro in cui racconta la sua esperienza in incognito nel mondo della gig economy, in cui fa rientrare anche Amazon. Stando a quanto riferisce nel testo che sta naturalmente facendo discutere a tutte le latitudini, i bagni molto spesso potevano risultare anche a dieci minuti di distanza dalla postazione di lavoro o anche a quattro piani sotto o sopra. Questo non faceva che scoraggiare il lavoratore nell'andare fisicamente in bagno per non incorrere in sanzioni o altro. Da qui la necessità di trovare alternative perché l'occhio dei supervisori era sempre vigile e ben presente.

In questo contesto non sorprende allora il racconto di un dipendente che, dopo essere stato portato all'ospedale perché sofferente di epilessia, avrebbe ricevuto già il giorno dopo ho ricevuto una chiamata in cui gli chiedevano e ragioni della sua assenza. E poi ci sarebbe il triplice divieto di utilizzo sul posto di lavoro degli smartphone, degli occhiali da sole e dei cappucci.

Ci si interroga

Alla fine occorre fare sempre i conti con Amazon. La multinazionale dell'ecommerce ha infatti creato nuovi paradigmi nell'organizzazione del lavoro con i quali confrontarsi. Poi però resta da capire se la smaterializzazione dei rapporti e il ricorso sempre più frequente all'automazione sia benefica o meno sotto il profilo della creazione di posti di lavoro. Perché, intendiamoci, da una parte c'è una grande società che sta assumendo milioni di persone in tutto il mondo perché la sua crescita così come quella del commercio elettronico è praticamente inarrestabile. Ma dall'altra l'utilizzo sempre più frequente di robot sta portando alla cancellazione di alcune figure lavorative, delle cui competenze non c'è più bisogno. E, soprattutto, spazza via al concorrenza che non riesce a stare al passo.

A cercare di dare una risposta scientifica ci ha provato il sito Qz.com analizzando il numero di posti di lavoro creati e quelli spariti. Di positivo per il mondo lavorativo c'è che la società statunitense ha già annunciato l'assunzione di altri 50.000 dipendenti da impiegare nella nuova sede statunitense di prossima costruzione. Tanto per essere chiari, Amazon è l'ottavo più grande datore di lavoro privato negli States. C'è però l'altra faccia della medaglia da cui non si può prescindere. Ogni anno l'1% dei dipendenti nella vendita al dettaglio stanno perdendo il posto di lavoro. Non è una piccola percentuale perché si tratta di circa 170.000 persone l'anno. Tutti loro non sono in grado di fare concorrenza che si trova in una posizione di forza cresce e apparentemente inarrestabile.

Naturalmente occorre procedere con le giuste cautele del caso perché non è sempre così facile riuscire a dimostrare una correlazione così diretta e tante altre possono essere le cause e le concause. Tuttavia, come viene fatto notare nello studio, dai numeri non si scappa. E quelli più recenti riferiscono come da una parte ci sono 24.000 dipendenti umani che hanno perso l'impiego e dall'altra 75.000 dipendenti robotici che hanno fatto il loro ingresso nel mondo del lavoro. Questo perché Amazon ha introdotto 55.000 robot tra le sue file e ne sono stati ipotizzati altri 20.000 entro la fine dell'anno per un totale di 75.000. Come si legge nello studio, questo esercito è naturalmente benefico utile per le casse dell'azienda, ma non lo è nel caso del mantenimento della posizione lavorativa dei dipendenti del retail.

Ricordiamo questo natale, scioperi e tavoli sindacati. E un nulla di fatto

Ci potrebbero essere dei ritardi sulla consegna dei pacchi per Natale, se non venisse sistemata la questione dei diritti dei dipendenti, e le parti sono stati riconvocate in prefettura il 19 Dicembre. E al via una iniziativa social, una campagna dellla Ugl per dire di non comprare se sai che il dipendente viene sfruttato. Il ritardo dei pacchi, comuque, è tutto da vedere in base all'adesione allo sciopero

Già è stata ribattezzata la lotta di Natale. Che i lavoratori dei vari stabilimenti Amazon in Italia abbiano lanciato, soprattutto nella settimana del Black Friday, segnali importanti sulle condizioni di sfruttamento in cui versano i lavoratori non solo dell’azienda di e-commerce leader nel mondo, ma anche di tanti altri che non occupano il centro della scena.

Dopo un tira e molla che dura ormai da diverso tempo e dopo la fumata nera dell’ultimo incontro di qualche giorno fa che testimonia la scarsa volontà delle parti di trovare un accordo è arrivata la convocazione della prefettura per il 19 dicembre. Nel frattempo la sigla sindacale Ugl ha pensato di richiamare l’attenzione sulla questione usufruendo anche della cassa di risonanza dei social con la campagna “Tu non sfrutti io non compro”.

C’è bisogno di far fronte comune visto che colossi come Amazon, se non decidono di ascoltare la voce dei propri lavoratori, difficilmente si può interessare alle loro vicende e richieste. Serve dunque la scossa che può avvenire solo uscendo dal recinto stretto dei confini aziendali e territoriali.

Per quanto riguarda la vertenza che riguarda i lavoratori Amazon, dopo una serie di tentativi non andati a buon fine, le parti, ovvero i sindacalisti e i vertici italiani di Amazon, sono state convocate dalla Prefettura di Piacenza per il 19 dicembre. Una convocazione che, stando almeno alla nota pubblicata dai sindacati, dovrebbe concorrere a sbloccare una vicenda che solo qualche giorno fa ha vissuto l’ultimo capitolo di un romanzo poco entusiasmante.

Proprio per questo è nata anche la decisione di farsi sentire al di fuori del recinto locale provando, con le possibilità offerte dalla Rete di trovare alleati anche nel resto d’Italia e tra i lavoratori non solo di Amazon. Ecco perché ha preso il via, per iniziativa del sindacato Ugl la campagna Tu sfrutti io non compro che alcuni hanno già ribattezzato la “Lotta di Natale”.

Al via la campagna “Tu sfrutti io non compro” i sindacalisti vogliono mettere in evidenza lo sfruttamento a cui molti lavoratori sono soggetti. Tra le rivendicazioni quella del riconoscimento di un premio pari al 1,3% del margine realizzato. I sindacati rilanciano l’offensiva su Amazon perchè, come hanno spigato, di fronte alle sollecitazioni sulle condizioni di lavoro, non è sufficiente l’iniziativa dell’azienda che ha istituito gruppi di studio allargati ai delegati che, ogni settimana, valutano aspetti legati alla movimentazione carichi e all’organizzazione del lavoro, anche notturno.

La linea di Amazon, fatto che ha in qualche modo favorito la rottura delle trattative, al tavolo oltre a non essere esaustiva delle problematiche non è accettabile perchè estromette le strutture territoriali del sindacato e riduce le Rsa a un ruolo meramente consultivo”. È inoltre un meccanismo il cui controllo rimane unicamente in mano all’azienda e difetta per tempestività e trasparenza.

Ma sui bracciali, non c'è solo Amazon. Il caso recente

A Livorno gli spazzini devono indossare un bracciletto elettronico, come era già avvenuto recentemente per Amazon. E non mancano le polemiche. Occorre, erò, capire bene sia la situazione, sia quali sono le regole attuali attualmente in vigore.

Spazzini con il braccialetto elettronico. Il congegno è stato introdotto a Livorno e immediatamente sono scoppiate le polemiche anche perchè in qualche modo ricorda Amazon

Il funzionamento è presto detto: il dispositivo da allacciare al polso invia un bip tutte le volte che l'addetto alla pulizia delle strade pubbliche svuota un cestino. Più precisamente il braccialetto non sarebbe pensato per i dipendenti diretti di Aamps ovvero l'ex municipalizzata che si occupa di rifiuti nella città toscana, ma agli addetti della società che a Livorno ha in appalto i servizi di pulizia stradale.

Resta ora da scoprire se si registrerà la medesima protesta pubblica che ha caratterizzato anche la vicenda Amazon che aveva acquisito un brevetto simile. A oggi non si registrano prese di posizione dei vari Paolo Gentiloni, Carlo Calenda, Giuliano Poletti e Luigi Di Maio. I sindacati sono invece già sul piede di guerra e protesta a più voci, spiegando che i braccialetti elettronici non rappresentano uno strumento efficace per il controllo.

Dal punto di vista tecnico, un dispositivo di prossimità, applicato a ciascun cestino, si mette in comunicazione con il device al polso dei lavoratori. Ma in discussione non è tanto la tecnologia, ma l'opportunità di un dispositivo di questo tipo.

Ma se la Fp Cgil nazionale parlando di misura inaccettabile che lede la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, secondo l'amministrazione comunale di Livorno non c'è alcun controllo dei dipendenti perché il braccialetto è privo di Gps. Significa molto semplicemente che non c'è alcuna geolocalizzazione ovvero monitoraggio degli spostamenti.

Il funzionamento sarebbe simile a quello dei dispositivi in uso nei supermercati per fare la spesa. In buona sostanza non farebbe altro che accertare lo svuotamento di un cestino, al pari di quanto accade in altre città. Lucca, per esempio, con la raccolta porta a porta dei rifiuti. Insomma, nessun modello Amazon. Ma non la pensano evidentemente allo stesso modo i rappresentanti dei lavoratori, proclamare lo stato di agitazione.

Le norme attuali

Ha fatto discutere e non poco la notizia dei controlli a distanza che Amazon avrebbe messo in atto attraverso l’obbligo per i suoi lavoratori di indossare un braccialetto. Una storia che ha infiammato in un batter d’occhio anche il dibattito pubblico che già si attesta su livelli di guardia a causa della campagna elettorale che sta entrando nel vivo. Così è bastata qualche provocazione per accendere una polemica che è calata di intensità solo dopo qualche ora.

Al centro la responsabilità, secondo alcuni, della riforma che ha cambiato il mercato del lavoro in Italia fortemente voluta e realizzata dal governo Renzi tra il 2014 e il 2015. Vediamo allora cosa cambia davvero con il Jobs Act e se c’è qualche cosa di vero, rispetto al possibile utilizzo di congegni per effettuare controlli a distanza da parte dei datori di lavoro, nelle tesi che accusano in qualche modo la riforma epocale del mondo del lavoro italiano attuata da Renzi.

Vediamo allora cosa ha introdotto realmente il Jobs Act da quando è diventato una legge dello stato. Il provvedimento ha modificato in parte lo Statuto dei lavoratori varato nel 1970 e che per intere generazioni di lavoratori ha rappresentato una vera e propria Bibbia. O un Totem come venne definito dall’attuale segretario Dem quando abitava ancora le stanze di Palazzo Chigi e si preparava a varare questa riforma che non ha mai avuto vita facile. E bisogna dire che alcune novità introdotte riguardano l’articolo 4, proprio quello che regola il controllo dell'attività dei lavoratori.

Si parla infatti della possibilità di utilizzare dispositivi tecnologici come tablet, telefonini e pc messi a disposizione dei dipendenti dall'azienda oppure di altri strumenti utili a misurare accessi e presenze come i badge. Per i casi che differiscono da quelli appena citati ci sono regole ben precise da seguire. Per esempio se si vogliono installare impianti audiovisivi o altri congegni simili con lo scopo di controllare l’attività dei lavoratori è necessario prima stipulare un accordo con i sindacati oppure richiedere l'autorizzazione dell'Ispettorato o del Ministero del Lavoro. Ovviamente anche i dati che recuperati dovranno essere trattati con il massimo della prudenza e del rispetto della privacy.

Allora cosa cambia dopo l’approvazione del Jobs Act riguardo la possibilità di allestire controlli a distanza per monitorare l’attività della forza lavoro di un’azienda? Per prima cosa bisogna dire chiaramente che in Italia la legislazione impedisce il controllo a distanza dei dipendenti sui luoghi di lavoro. meno che sia giustificata da esigenze superiori, ad esempio ragioni di sicurezza e di incolumità dei lavoratori. L’introduzione di questi controlli è comunque sempre subordinata a un ok dell’Ispettorato del Lavoro.

Il Jobs Act dunque non ha per niente allentato i vincoli esistenti riguardo i controlli sui lavoratori, come ha specificato anche il Ministro del lavoro Poletti in una nota emanata in seguito alle polemiche che crescevano di intensità. Se qualche strumento simile può essere adottato, è il ragionamento del titolare del dicastero del lavoro, questo non può avvenire senza aver raggiunto in precedenza un accordo sindacale o dopo aver ricevuto un’autorizzazione dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro o del Ministero. Secondo Poletti, dunque il Jobs Act rafforza e tutela ancor meglio rispetto al passato la posizione del lavoratore.

La questione è più universale

Si fa presto a parlare di lavoretti quando di mezzo ci sono pezzi di una generazione pagata pochi euro all'ora dalla grande multinazionale che fattura centinaia su centinaia milioni di euro o di dollari. E si parla anche di lavori da schiavi e nuova schiavitù

Mai come adesso, in questi tempi di gig economy, si assista a una sperequazione di questi livelli. Qualcuno potrebbe dire che è sempre stato così, ricordando il rapporto tra capitalisti e lavoratori prima e tra imprenditori e dipendenti adesso. In realtà, la distanza tra queste categorie è spaventosamente aumentata e non solo dal punto di vista economico. Perché i precari di oggi hanno perso i diritti dei lavoratori di pochi decenni fa. Anche allora lo sfruttamento era la regola, ma in qualche modo erano più tutelati dalle norme.

La flessibilità estrema ha fatto saltare gli equilibri sociali tra precari che vivono praticamente alla giornata e ricchissimi imprenditori che spostano i ricavi in paradisi fiscali dove i profitti non sono tassati. Non tutti, intendiamoci, ma i casi di cronaca economica raccontano come il tratto è sempre più comune.

Per farsi un'idea è utile leggere le pagine del libro Lavoretti di Riccardo Staglianò. Secondo l'autore la sharing economy ci rende tutti un po' più poveri. Le occupazioni sottopagate dei vari Uber e Airbnb camufferebbero miserie, secondo l'autore, dietro al racconto della modernità, rischiando di consegnarci un futuro senza welfare. Diventa infatti piuttosto complicato impostare il presente sul lavoro on demand ovvero solo quando c'è richiesta per i propri servizi o competenze. E, ribadiamo, il punto centrale della questione non è (solo) lo scarso reddito percepito, ma l'azzeramento delle tutele per i lavoratori.

Il mondo è diviso in due parti: c'è chi ha un lavoro debitamente retribuito e chi è costretto a sbarcare il lunario per 4 euro l'ora. Definirlo low cost o nuova schiavitù cambia poco, resta il fatto che questo fenomeno ha subito una decisa accelerazione negli ultimi anni, complice anche la crisi che ha spinto le aziende a cercare e proporre impieghi a cottimo. E incrociando i dati ufficiali c'è stato chi è andato alla scoperta dei mestieri sottopagati. La fotografia scattata è piuttosto impressionante, anche e soprattutto perché alla fine del mese o della settimana, il guadagno rischia di essere pari a zero per la semplice ragione che nella contabilità generale occorre inserire anche i costi di spostamento o quelli necessario per lo svolgimento dell'attività.

Salta allora fuori un tariffario piuttosto imbarazzante: 4,5 euro l'ora per un operaio agricolo, 6 euro per una cameriera di catering, 4 euro per un autista, 7,5 euro per un addetto alle pulizie, 6 euro per un facchino magazziniere, 5,60 euro per un fattorino in bici, 6,50 euro per un lavapiatti, 4 euro per un postino privato, 6,70 euro per una badante, 8 euro per un educatore di una cooperativa in subappalto. Il lavoro è a chiamata e dinanzi a questa situazione, anche vivere alla giornata diventa un esercizio complicato. Inutile ricordare come le tutele contrattuali siano inesistenti e gli straordinari sono un miraggio. Anche perché sono gli stessi ordinari a mancare. C'è una ragione ben precisa alla base di questa deregulation: non esiste un salario minimo stabilito per legge se non nel caso della contrattazione collettiva.