Apa contro i licenziamenti in sciopero e manifestazione

Apa è l'ennesimo caso di una situazione taciuta o quasi che farà perdere centinaia di posti di lavoro. E sono davvero tante in tutta Italia

Apa contro i licenziamenti in sciopero e

Allevatori Apa in sciopero contro i licenziamenti: sindacati sul piede di guerra


Continuano ad emergere situazioni di aziende o di interi o quasi settori fortemente in crisi che potrebbero probabilmente portare a migliaia di licenziamenti. E qualche volta nel silenzio più assoluto

Il caso Apa

Ci sono storie di aziende e di licenziamenti che riescono a conquistare e a rimanere per tutto il tempo necessario sotto le luci dei riflettori. Poi ci sono altre vicende che rimangono invece nell'ombra, come il caso dell'Apa Sardegna, l'Associazione provinciale allevatori.

Più esattamente sono 13 gli esuberi annunciati tra gli amministrativi dell'ente che propone servizi alla zootecnia con la delega dei libri genealogici e dei registri anagrafici dall'Aia, l'Associazione italiana allevatori. Inevitabile per le organizzazioni sindacali di categoria scendere sul piede di guerra per protestare contro la riorganizzazione del sodalizio ovvero il piano industriale che coinvolge anche i 13 dipendenti, di cui quattro per la sede di Oristano, tre per quelle di Nuoro, Cagliari e Sassari. Il punto è che, anziché i prepensionamenti e gli scivoli di cui si vociferava inizialmente, si è passati lettere di licenziamento. Le ragioni? Le solite: riduzione dei costi dell'ente.

Tuttavia, secondo i sindacati, la procedura di individuazione delle responsabilità va capovolta poiché - è la loro teoria - le responsabilità del fallimento delle Apa andrebbero ricercate in quelle associazioni di categoria che quasi hanno gestito poco efficientemente queste strutture. Due osservazioni sono indispensabili: la prima è che la Regione Sardegna non ha ancora assunto una posizione ufficiale sulla vicenda Apa. La seconda è che stiamo parlando di un ente finanziato per il 70 per cento dalla Regione Sardegna e per il resto dal Ministero delle Politiche Agricole e dagli stessi allevatori. In ogni caso, tutto il personale, pari a 93 lavoratori, ha proclamato uno sciopero in blocco tutti si sono dati appuntamento il 13 marzo a Cagliari per una manifestazione collettiva di protesta.

Primo caso poco risaputo

La crisi di Trony si è abbattuta come un fulmine a ciel sereno sulla situazione occupazionale italiana. Se, infatti, i dati divulgati dall’Istat parlano di una ripresa dell’occupazione, seppure non così massiccia come si poteva immaginare, si apprende ora che 800 lavoratori del gruppo Trony stanno vivendo il loro dramma personale legato all’incertezza sul proprio futuro.

Prospettive nere che si trascinano dallo scorso dicembre, infatti, i lavoratori stanno percependo solo un quinto del proprio stipendio a causa della crisi scaturita per alcune scelte sbagliate da parte della dirigenza e anche per il ruolo sempre più ingombrante che l’e-commerce si è ritagliato proprio a danno della grande distribuzione. Gli stabilimenti finiti nell’occhio del ciclone si trovano a Milano, Napoli, Genova e Savona. Una situazione drammatica come dimostra l’ammissione alla procedura del concordato in bianco. Da allora, era il 24 gennaio scorso è alla ricerca di un possibile acquirente

A Milano il rischio chiusura è molto reale. La Lombardia è una terra fertile per Trony visto che dei quaranta punti vendita presenti in Italia, ben nove sono presenti in Lombardia per un totale di centoquaranta dipendenti degli 800 totali che stanno vivendo ore di ansia per questa vicenda. Che continuano a lavorare quotidianamente ma con un grosso groppo in gola.

Perché la crisi non è per niente passeggera e le incognite maggiori riguardano le prospettive future. C’è grande attesa per capire se la notizia che circola da circa un mese riguardo un misterioso acquirente disposto a sobbarcarsi questa situazione, sia attendibile oppure no. ma non ci sono novità di rilievo né in un senso né nell’altro. Speranze che si affievoliscono sempre di più e che adesso vengono riposte anche nell’incontro, programmato la prossima settimana al Ministero del Lavoro, con l’obiettivo di sbloccare la situazione di una delle controllate.

Ma la situazione è critica anche in Campania e in Liguria dove gli stabilimenti di Napoli, Genova e Savona versano nelle medesime condizioni. Anzi forse in condizioni peggiori si trova senza dubbio il punto vendita di Luca Giordano a Napoli, dove lunedì 19 febbraio scadranno i 75 giorni previsti dalla legge per il licenziamento collettivo. I quarantuno dipendenti vedono ridursi ogni giorno di più le speranze di una risoluzione positiva anche dopo il fallimento dei reiterati incontri al Ministero del Lavoro. Stesso discorso in Liguria. Nel capoluogo il rivenditore Trony ha abbassato definitivamente la saracinesca con i dipendenti che sono subito scesi in strada a protestare sostenendo di essere stati avvisati appena quattro ore prima.

Nel savonese i dipendenti sono pronti a protestare davanti ai punti vendita di Albenga e Vado Ligure. Un incontro decisivo, per scongiurare il fallimento di questi stabilimenti è stato fissato a lunedì 19 febbraio al ministero del Lavoro. Già annunciato il presidio delle filiali di Albenga e Vado ligure da parte dei lavoratori riuniti in assemblea sindacale.

E uno ulteriore

Era successo qualche anno fa anche a Napoli e le reazioni erano state simili se non proprio uguali. A proposito della chiusura della sede di Via Toledo, sgomento ed incredulità la facevano da padroni, come accade oggi. Come è possibile? La domanda più frequente. Non potrebbe essere altrimenti quando la notizia della chiusura non riguarda negozi piccoli e grandi che siano.

Ma il marchio, e che marchio, che per anni, in Italia, ha incarnato il modello unico ed invincibile del grande magazzino, quando i grandi magazzini rappresentavano qualcosa di esotico. Non essendo ancora diffusi in maniera così capillare come sarebbe capitato qualche decennio più tardi, rappresentavano quasi la Mecca dell’acquirente più incallito, quello più furbo e quello che voleva dimostrare di avere orizzonti ampi. Stiamo parlando della Rinascente di Genova che chiude i battenti nel 2018 e apre l’ennesima crisi del lavoro in Italia.

Circa sessanta persone resteranno dall’oggi al domani senza più un’occupazione. Un dramma che non riguarda solo la Rinascente perché basta fare una panoramica anche suk web per capire che poi, tutto sommato, le aziende italiane non godono di ottima salute. E, come spesso accade, queste vicende si circondano di un’aura di beffa visto che alcuni indicatori economici suggerirebbero euforia e la certezza che la crisi è ormai alle spalle. Ma non è così come vedremo nel corso di questo articolo.

Incredulità e rabbia. Questi sono i sentimenti che la chiusura della Rinascente nel centro di Genova lascia in eredità a chi aveva sempre visto questo marchio come invincibile. Una chiusura che avverrà entro il ventotto ottobre del 2018. E d’altra parte la genesi della Rinascente, o meglio le speranze di chi a vario titolo ha contribuito a rendere la Rinascente il mito che è attualmente, voleva essere proprio questo. Alla stregua di altri grandi gruppi internazionali ai quali spesso questo marchio è stato accostato.

Un colpo all’occupazione della città visto che sessanta persone resteranno senza lavoro e alla città stessa che perde un’altra grande azienda presente nel capoluogo ligure dal 1960, a causa della sua scarsa appetibilità commerciale, a quanto pare. Incredibile ma vero. come incredibili ed inutili sono stati anche i sacrifici dei dipendenti che non si sono risparmiati ed hanno provato in tutti i modi a resistere come dimostra il contratto di solidarietà che avevano deciso di adottare negli ultimi cinque anni.

Tutte le crisi o quasi

A riportare tutti sulla terra e a ricordare che, purtroppo la crisi economica, nonostante un generale ma insufficiente miglioramento degli indici economici dell’Italia, continui a mordere, ci sono tutta una serie di esempi. Anche in questo caso si tratta di aziende storiche che hanno accompagnato intere generazioni nel corso della loro esistenza. Come non citare Melegatti, un secolo di vita e più con un fatturato che lo scorso anno si è chiuso a settanta milioni di euro e che, proprio in questo periodo, iniziava a fare capolino dagli schermi televisivi degli italiani con i suoi spot dolci e rassicuranti. Bene, anche Melegatti oggi è sull’orlo della chiusura come Ericsson he per anni ha fatto la voce grossa nel campo della telefonia della telefonia e non solo e che rischia di lasciare a casa seicento lavoratori italiani.

9mila persone e famiglia a rischio in una sola regione

Abbiamo ftto degli esempi, nominando alcune realtà specifiche della grande distribuzione (e non solo), ma solo in Toscana, ad esempio, vi sono poco meno di 40 tavoli aperti di crisi tra Regione, Statoe  Aziende per cercare di evitare chiusure e licenzienti totali o parziali che dovrebbero coinvolgere circa 9mila persone. E dietro queste 9mila persone ci sono le loro famiglie. E la chiusura di queste aziende, farebbe chiudere o limitare altre aziende sia del settore, sia dell'indotto. E parliamo di una realtà come la Toscana.

Trattative per evitare il peggio oltre 160 e solo grandi aziende

Sono circa centossesantadue, infatti, i tavoli aperti al Mise, il Ministero dello sviluppo economico tra Sindacati e Governo e dai primi di settembre si riparte con una fitta serie di appuntamenti che vanno dalla Perugina alla delicata situazione di Ilva, dall'ex Antonio Merloni ai supermercati Tuodì. Un tentativo di sciogliere diverse matasse che si sono create intorno a queste aziende. Vicende più complesse del previsto sia perché alcune di queste sono state lasciate a marcire e adesso sono incancrenite, sia perché con un contesto di ammortizzatori sociali meno forte del passato, lo spettro dei licenziamenti sono dietro l’angolo.

I 162 tavoli aperti interessano aziende che impiegano complessivamente circa centocinquanta mila persone. Le vertenze senza dubbio più importanti sul tavolo sono quelle dell’Ilva, dell’Alitalia, dell’la Aferpi di Piombino.