Cambiamento di strategia nella politica estera Usa da quando Condoleezza Rice è più indipendente ?

La svolta imposta da Condoleezza Rice alla politica estera degli Stati Uniti non costituisce tuttavia un ripiegamento verso l'isolazionismo.


Da quando Condoleezza Rice è scesa dal carro di Dick Cheney e si è messa fare, con tre anni di ritardo, il ministro degli Esteri, qualcosa sta cambiando. Qualcosa, non tutto e neppure molto. Troppo il terreno da recuperare, troppo il discredito in cui gli Stati Uniti sono piombati in tutto il mondo a causa della loro politica imperiale, troppi gli errori commessi perché si possa pensare che il "soft power" della diplomazia ottenga nel breve termine risultati eclatanti rispetto allo "hard power" dell'aggressione - armata o verbale che sia.

In questi ultimi mesi, di fronte allo stallo della situazione in Iraq, in Afghanistan e su tutti gli altri fronti caldi, si sono moltiplicate le iniziative diplomatiche e gli aggiustamenti di strategia. In Iraq si è scelta la strada (di dubbia efficacia nel lungo termine, ma che intanto ha prodotto il risultato di diminuire gli attacchi) di armare le fazioni sunnite contro lo strapotere degli sciiti e contro gli estremisti di Al Qaeda in Mesopotamia. In Medioriente il dipartimento di stato ha deciso di riprendere l'iniziativa convocando una conferenza di pace (ad Annapolis, ora fissata per il 26 novembre) spingendo perché palestinesi e israeliani ci arrivino con qualcosa di sostanzioso per rilanciare la trattativa bloccata da almeno sette anni.

Verso il Libano e la Siria è stata adottata una linea più morbida, accettando di fare un passo indietro e lasciando che l'Unione europea e vari paesi (tra cui l'Italia) esercitino un'autonoma funzione di mediazione. Accantonato lo slogan di una "vecchia Europa" ostile e di una "nuova Europa" favorevole agli Stati Uniti, sono stati riaperti i canali di dialogo e cercate le convergenze. Anche sull'Iran, nonostante vengano quotidianamente fatti rullare i tamburi di guerra, sembra di cogliere segni di una maggiore flessibilità, peraltro improntata al modello Corea del Nord, dove a settembre è stato raggiunto l'accordo per lo smantellamento del programma nucleare - un accordo ancora da verificare, ma che costituisce un primo passo importante.

E' difficile dire dove porteranno tutti questi cambiamenti e aggiustamenti, peraltro ancora parziali. Per ogni mossa in una direzione rimangono aree di conflitto potenziale irrisolto: lo scudo antimissilistico in Europa orientale, i rapporti generalmente tesi con la Russia, la competizione economica con la Cina, pronta ad esplodere in confronto armato, la crisi del Pakistan, il principale alleato nella guerra al terrore nell'Asia centro-meridionale, i pessimi rapporti con la generalità del paesi dell'America latina. Tutto fa pensare al perdurare di contrasti strategici all'interno dell'amministrazione Bush e, in ogni caso, al peso delle scelte passate che rendono difficile e lento ogni spostamento della corazzata Stati Uniti.

Allo stesso tempo non bisogna pensare che questa parziale inversione di rotta preluda ad una nuova stagione di pace e di non ingerenza negli affari interni di altri paesi. E' vero che nello scontro, in atto da almeno quattro anni, tra "idealisti" e "realisti", tra "neocons" e vecchia guardia repubblicana, hanno per il momento prevalso i realisti, ma i due gruppi non sono mai stati divisi sugli obbiettivi, quanto sulle strategie per raggiungerli. L'obbiettivo della difesa della sicurezza e degli interessi economici e militari del paese è sempre stato comune ad entrambi. Nessuno di loro ha messo in discussione l'esigenza di consolidare il primato degli Stati Uniti dopo che la vittoria nella guerra fredda li ha catapultati nel ruolo di unica superpotenza mondiale.
Neocons e realisti sono stati divisi sui mezzi: i primi sostenendo che per raggiungere i comuni obbiettivi strategici è necessario ingerire negli affari interni dei paesi che minacciano gli interessi o la sicurezza degli Stati Uniti, con cambiamenti di regime e con l'intervento armato; i secondi, partendo dal presupposto che il mondo è popolato da soggetti (stati sovrani) che perseguono ognuno il proprio interesse, ritengono che cercare di operare cambiamenti al loro interno può portare a risultati imprevedibili e controproducenti. Per i realisti la forza va usata selettivamente, come ultima istanza di fronte ad un pericolo concreto e immediato e, una volta raggiunto l'obbiettivo (realistico) che ci si prefiggeva, con una chiara strategia di uscita. In essenza questa è la cosiddetta "dottrina Powell" (di quando Colin Powell era capo di stato maggiore), in contrasto con la dottrina Bush-Cheney della guerra preventiva e del cambiamento forzoso di regime.

La svolta imposta da Condoleezza Rice (indubbiamente con l'avvallo del presidente) alla politica estera degli Stati Uniti non costituisce tuttavia un ripiegamento verso l'isolazionismo che contrassegnò la politica estera americana tra le due guerre mondiali. La Rice è un'allieva di Henry Kissinger, il principe dei realisti, e si è formata accademicamente in politica estera studiando i rapporti tra USA e Unione sovietica, che sono stati per cinquanta anni il modello della politica realista basata sulla deterrenza e il "containment". Con l'avvento del gruppo dei neocons al potere la Rice si è schierata con loro, probabilmente più per opportunismo che per convinzione, ma ora, di fronte al fallimento di quella politica e all'indebolimento di quel gruppo dirigente, è pronta a ritornare alla politica realista per provare a salvare qualcosa della disastrosa presidenza di Bush figlio.

Secondo questa nuova "dottrina", che un politologo conservatore come Francis Fukuyama ha definito un "neo-wilsonianismo realistico", gli Stati Uniti, che lo vogliano o no, non possono più ritirarsi nella sicura fortezza del loro continente protetto da due oceani. Non debbono quindi rinunciare ad una presenza attiva su tutti gli scacchieri mondiali, in particolare nell'area, strategica per i rifornimenti energetici, che va dal Medioriente alla Cina. Debbono continuare a "promuovere la democrazia" in quei paesi che, altrimenti, potrebbero costituire una minaccia per i loro interessi e la loro sicurezza. La differenza cruciale con la dottrina Bush-Cheney è che questi obbiettivi dovranno essere perseguiti più con il "soft power" dell'intervento diplomatico, degli aiuti economici e degli scambi culturali che con lo "hard power" dell'intervento armato -che comunque non è escluso come ultima risorsa.




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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il