Bankitalia alto debito e difficoltà banche, Italia è vulnerabile. E pesanti tasse in arrivo. Ecco per chi

Bankitalia analizza la situazione finanziaria Italia nel suo rapporto sulla Stabilità e le incertezze, molte, rimangono

Bankitalia alto debito e difficoltà banc

L'Arena Bankitalia: il debito alto rende vulnerabile l'Italia


Rapporo semestrale della Banca d'Italia che disegna una situazione di chiaro e scuro per l'economia italia con il rischio ancora di una crisi e di un forte rialzo delle imposte.
 

Il rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria della Banca d'Italia mette in risalto una serie di luce e ombre e punta sulla benche e il debito pubblico.

Il rapporto

Vi è un sostanziale miglioramento per le banche, soprattutto per le maggiori, anche se non da tutti gli esperti qusto punto è condiviso.  In generale vi sono più utili e patrimonio per le banche italiane, menoc redti deteiorati e la possibilità di gestirli con più tempo a disposizione. Anche il settore del credito presenta un evolversi incorraggiante. I rischi del sistema banca in Italia dimninuiscono, ma vi sono ancora rishci per la bassa redditività degli istituti e le banche pi+ piccole sono vulnerabili ancora.

L'altro elemento analizzato è il debito pubblico, che pur se ci fosse il rialzo dei tassi dello spread  non dovrebbe patirne molto grazie grazie al debito che è stato splamato molto sul lungo periodo con tassi di interessi bassi. Ma il debito pubblico sottolinea il rapporto è sempre troppo alto e un aument potrebbe pesare sullo sviluppo della ripresa che ancora langue ed essere pericoloso.

C'è chi parla di passività della politica italiana rispetto al tema della riforma delle banche credito cooperativo. La stessa che ha caratterizzato l'introduzione delle norme del bail-in ovvero la progressiva responsabilità dei clienti nel caso di fallimento della. Nel mirino ci sono adesso quelle regole sugli istituti di credito cooperativo, adesso al giro di bocca. La loro applicazione è infatti a un passo. In realtà, sin dal giorno della loro definizione non sono mancate polemiche e discussioni tra chi riteneva questo impianto di regole indispensabile e, anzi, voluto dallo stesso sistema del credito cooperativo in Italia. E chi invece ricostruisce i fatti in maniera differente, senza tirarsi indietro dall'utilizzo di toni duri, come storia di tradimenti.

Cosa cambia con la riforma delle banche credito cooperativo

Non dimentichiamo che stiamo parlando di circa 300 banche che, negli anni di piena crisi economica, quando il sistema bancario era a un passo da crac collettivo, esibiva coefficienti patrimoniali più elevati della media del resto del sistema bancario. Si trattava di perfomance al limite dello stupefacente, considerando anche l'aumento dei crediti deteriorati (a oggi non ancora smaltiti) per molte banche italiane. Ci stiamo naturalmente riferendo a una media generale, ben considerando che anche all'interno del mondo del credito cooperativo non mancano i casi di cattiva gestione, di cattivo funzionamento, di errori anche gravi, di alto rischio e di disfunzioni.

I contestatori lamentano che mentre gli altri paesi europei hanno evitato che i loro istituti di credito finissero sotto la vigilanza della Bce la strada seguita è stata opposta. Perfino in contrasto con l'interesse nazionale. Sulla base delle nuove regole le banche di credito cooperativo devono essere autorizzate dalla Banca d'Italia prima dell'iscrizione nel Registro imprese e nell'Albo delle società cooperative. L'adesione a un gruppo bancario cooperativo rappresenta adesso condizione indispensabile per il rilascio dell'autorizzazione all'attività bancaria in forma di BCC. Come dire, senza questo passaggio la cooperativa non può essere iscritta nell'Albo delle società cooperative.

Le altre novità

Altra novità: per costituire una BCC è necessario un numero di soci non inferiore a 500 e nessuno di loro può possedere azioni il cui valore nominale complessivo superi 500.000 euro. La riforma delle banche credito cooperativo punta al rafforzamento del patrimonio degli istituti di credito attraverso una base sociale più ampia e la possibilità di detenere un complesso più elevato di quote azionarie. Nasce poi il Gruppo bancario cooperativo formato da una società per azioni, dalle banche di credito cooperativo aderenti al gruppo, dalle società bancarie, finanziarie e strumentali controllate dalla capogruppo, da eventuali altri sottogruppi a livello territoriale che fanno capo ad una banca spa.

Si addensano nubi oscure sul futuro dell’Italia. E sul nuovo Paese che verrà fuori dalle elezioni del 4 marzo, peseranno diversi nodi che la legislatura che si è appena conclusa, non è riuscita a sciogliere. Il primo e forse quello che agita di più i sogni di coloro che conoscono la materia, è quello delle banche. L’attività della Commissione Parlamentare sulle banche convocata per fare chiarezza su alcuni aspetti oscuri che riguardavano anche importanti esponenti del Governo, oltre a rivelarsi un boomerang per la stessa forza politica che l’ha voluta ad ogni costo, si è rivelata praticamente inutili ai fini di una questione che lentamente è uscita dal dibattito pubblico anche in quella che molti hanno già definito come la campagna elettorale peggiore dal dopoguerra ad oggi.

Non sono solo queste banche

E la questione rischia quindi di diventare una bomba sociale. L’eredità dei Governi Gentiloni e Renzi, che pure hanno provato a rimettere in moto un Paese fiaccato da dieci anni di crisi economica e anche di rappresentanza politica rischia quindi di pesare in maniera negativa sul futuro dell’Italia. E il caso Mps suscita paure che basta evocarle per capire la complessità della situazione che il nuovo Governo dovrà gestire nei prossimi anni. Vediamo quali sono tutti i motivi.

Tanto inchiostro è stato sprecato per descrivere una ripresa economica che, seppure c’è stata, non ha raggiunto gli standard europei. E soprattutto non ha dispiegato concretamente i suoi effetti benefici alla maggioranza della popolazione che ha continuato ad arrancare e a temere per il proprio futuro. Lavorativo e non. Sulla questione delle banche, su cui evidentemente non è stata fatta la necessaria chiarezza, l’eredità lasciata dai Governi Gentiloni e Renzi rischia di essere pesante.

Addirittura, per alcuni osservatori, una vera e propria bomba. Il problema intorno al quale ruota la questione è essenzialmente quella della qualità dei crediti in capo alle banche italiane. Non si potrà ancora per molto fare come lo struzzo e mettere la testa sotto la sabbia per far finta di non vedere come ad esempio Mps, istituto che già è salito agli onori della cronaca diverse volte negli ultimi anni (con risvolti anche tragici come la morte di David Rossi, una vicenda ancora oscura), sia l’emblema di questo pericoloso impasse. Costato agli italiani decine e decine di miliardi di euro (alcune stime parlano di 26 miliardi di euro serviti a salvare l’istituto senese e le altre banche interessate da questa crisi). E a nulla sono servite le operazioni dei prestigiatori della finanza. Che hanno provato a nascondere con varie operazioni, lo stato reale del sistema bancario italiano. Ma il mercato prima o poi arriverà alla verità. E quello sarà il momento in cui i nodi verranno al pettine. E saranno molto probabilmente guai.

Il caso Mps è sufficiente a spiegare quali sono i motivi del grave problema sociale rappresentata dalle banche. Una bomba pronta ad esplodere. Più presto di quanto si possa immaginare. La ricapitalizzazione “preventiva” dell’istituto senese avrebbe dovuto rimettere le cose a posto riportando la banca a livelli di redditività e di efficienza accettabili. In realtà, nonostante la ripresa economica e l’iniezione di fondi pubblici, Mps continua a essere un malato grave. Il rischio è che alla fine al consolidamento del settore bancario l’Italia debba assistere all’estinzione di una grossa fetta di aziende di credito, con costi economici e sociali molto elevati.

Banca italiana, per la prima volta conti correnti congelati

Si tratta di un provvedimento destinato a passare alla storia perché si tratta delle prima volta che una banca decide di bloccare i conti correnti dei propri clienti. È successo alla Banca Base di Catania per via del commissariamento dell'istituto di credito. In buona sostanza, ai clienti viene inibita la gestione per 30 giorni e il bancomat delle due filiali è adesso bloccato. Confedercontribuenti ha inviato una lettera a ministro dell'Economia, al direttorio e all'Unità gestione delle crisi della Banca d'Italia con la richiesta della revoca del provvedimento di sospensione dell'operatività dei correntisti. Secondo il presidente nazionale Carmelo Finocchiaro, la decisione è semplicemente ingiusta. A suo dire, non possono essere i clienti correntisti a pagare le conseguenze di responsabilità gestionali. Di conseguenza chiede che si proceda con immediatezza allo sblocco delle disponibilità finanziarie dei correntisti. Un mese per aziende e famiglie - riflette - costituisce un atto che ancora una volta Banca d'Italia fa nei confronti di coloro che non hanno alcuna responsabilità
Il presidente dell'associazione a difesa dei cittadini rileva che per le imprese è anche un discredito nei confronti dei fornitori che si vedono tornare indietro assegni con il rischio del blocco delle forniture. Una situazione che non è mai avvenuta in Italia per nessun altro commissariamento. Quale sarà la risposta del Ministero dell'Economia? Arriverà il decreto di sospensione di tutti i pagamenti dovuti all'Erario in questi trenta giorni, non essendoci alcuna responsabilità da parte dei contribuenti, clienti di Banca Base?

Governatore della Banca d’Italia su banche italiane

Secondo quanto dichiarato dal governatore Visco nel corso di una lectio magistralis tenutasi all’università di Tor Vergata, le banche italiane, si sarebbero riprese dalla profondissima crisi che qualche tempo fa le ha colpite nonostante, avverte, vi siano ancora delle debolezze. Visco, infatti, si è dimostrato fortemente ottimista sta sullo stato di salute complessivo delle banche, spiegando che i problemi non dipendono da una vigilanza lenta o disattenta, ma dalla forte crisi economica che il nostro Paese sta ancora affrontando e che ha acuito il peso dei crediti in sofferenza e degli altri crediti deteriorati. Con la crisi, infatti, il problema si è, appunto, acuito, ma già esisteva.

E a rendere la situazione ancor più complessa l’arretratezza tecnologica delle banche italiane, che hanno ancora troppi sportelli e troppi dipendenti ma una efficienza più bassa in media rispetto alle concorrenti straniere; la valutazione dei titoli di stato nei portafogli delle banche non più a rischio zero. E sono sostanzialmente proprio queste le debolezze delle banche italiane sottolineate da Visco e che bisognerebbe superare ripartendo da operazioni che risolvano innanzitutto il problema dell’inefficienza strutturale in modo da rendere le stesse banche italiane più pronte ad affrontare le sfide del futuro.  

La prima, secondo Visco, è proprio la valutazione dei titoli di stato nei portafogli delle banche, che dopo la crisi non sono più a rischio zero, ma da cui le banche non si possono nemmeno liberare velocemente e facilmente. Tocca al governo risolvere questo problema e perché ci riesca è necessario, quasi obbligatorio, che sia forte e se consideriamo che nonostante le elezioni l’Italia un governo ancora non lo ha, la situazione non è certo delle migliori.

Situazione banche italiane: come risolvere le debolezze

Le dichiarazioni di Visco sulla buona salute delle banche italiane vengono dunque smentite dalla scarsa liquidità che esse detengono ancora, dalla sofferenza di diversi crediti che ancora si registra, dall’inadeguatezza di diversi sistemi di gestione degli stessi istituti. D’altro canto, pur parlando di ritrovata buona salute ne sottolinea le debolezze e per risolvere le debolezze delle banche italiane spiegate da Visco servono, dunque, stabilità e fiducia con interventi mirati e non generalizzati e bisognerebbe rivedere le regole troppo rigide imposte dall’Europa per la gestione delle crisi bancarie. Visco ha poi spiegato che quello attuale potrebbe essere il momento migliore, data la fase congiunturale, perchè le banche rafforzino i loro bilanci ma occorre che colgano tale opportunità con interventi giusti e specifici. Per Visco, infatti, la questione delle modalità di soluzione delle crisi bancarie nell’Unione bancaria in modo efficiente, rapido e ordinato, anche alla luce delle difficoltà di gestire e coordinare tutte le autorità e le istituzioni, deve ancora essere affrontato in modo concreto, profondo e soddisfacente. Per il governatore della Banca di Italia, il lavoro da compiere in tal senso è ancora tantissimo.  

Prima i clienti e poi le banche

Le raccomandazioni arrivano da Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, e di conseguenza non passano nell'indifferenza, ma sollecitano un confronto nel comparto. Riguarda il vivace mercato della cessione del quinto dello stipendio e le sue parole suonano forte e chiaro. A detta del numero uno di Via Nazionale è arrivato il momento di ridurre il contenzioso, garantire una maggiore tutela dei clienti e mitigare i rischi operativi, reputazionali e legali per gli intermediari. Una presa di posizione netta che non arriva a caso, ma rappresenta piuttosto la sintesi di un bisogno di cambiamento da una parte e di regolamentazione dall'altra, sia da parte dei clienti e sia di chi fa un business di questo segmento di mercato.

Ma c'è soprattutto un passaggio che merita maggiore attenzione ed è quello dei diversi livelli di priorità indicati dal numero uno di Bankitalia. In estrema sintesi, il primo livello di tutela spetta ai clienti e solo in subordine le banche. Visco non le manda a dire spiegando che l'attività di controllo più recente e il confronto con il mercato hanno messo in evidenza la presenza di problemi nel settore del mercato del quinto dello stipendio ovvero nei comportamenti verso i clienti. In occasione degli "Orientamenti di vigilanza sui prestiti contro cessione del quinto dello stipendio" ha rivelato come a incidere in maniera decisiva siano le condotte ritenute opportunistiche di alcuni operatori.

Qualcosa non funzione

E che qualcosa non funzioni per il verso giusto è dimostrato dal contenzioso tra intermediari e clienti all'Arbitro bancario finanziario. L'appello è estremamente chiaro: le banche sono invitate a rivedere subito le soluzioni di carattere organizzativo e applicativo e apportare le necessarie correzioni. E c'è anche un'altra dichiarazione di Ignazio Visco che scuote il comparto: le nuove regole applicate al sistema bancario mondiale devono essere estese allo shadow banking, il settore finanziario ombra. Si tratta di un settore ancora inesplorato.

Si addensano nubi oscure sul futuro dell’Italia. E sul nuovo Paese che verrà fuori dalle elezioni del 4 marzo, peseranno diversi nodi che la legislatura che si è appena conclusa, non è riuscita a sciogliere. Il primo e forse quello che agita di più i sogni di coloro che conoscono la materia, è quello delle banche. L’attività della Commissione Parlamentare sulle banche convocata per fare chiarezza su alcuni aspetti oscuri che riguardavano anche importanti esponenti del Governo, oltre a rivelarsi un boomerang per la stessa forza politica che l’ha voluta ad ogni costo, si è rivelata praticamente inutili ai fini di una questione che lentamente è uscita dal dibattito pubblico anche in quella che molti hanno già definito come la campagna elettorale peggiore dal dopoguerra ad oggi.

E la questione rischia quindi di diventare un problema sociale molto pesante L’eredità dei Governi Gentiloni e Renzi, che pure hanno provato a rimettere in moto un Paese fiaccato da dieci anni di crisi economica e anche di rappresentanza politica rischia quindi di pesare in maniera negativa sul futuro dell’Italia. E il caso Mps suscita paure che basta evocarle per capire la complessità della situazione che il nuovo Governo dovrà gestire nei prossimi anni. Vediamo quali sono tutti i motivi.

I conti dell'Italia non sono in ordine e lo sapevamo da tempo. Ma la questione è anche un'altra: nonostante la consapevolezza sul debito pubblico alle spalle e sulle difficoltà a far ripartire il Paese, la situazione è migliorata o comunque non è peggiorata?

Le risposte

Le risposte che stanno circolando non sono affatto rassicuranti perché negli ultimi tre anni il debito è salito a 119 miliardi di euro. Non solo, ma secondo l'Osservatorio di Carlo Cottarelli, l'ex commissario alla spending review il cui programma di taglio della spesa pubblica è rimasto chiuso nel cassetti, nell'arco di tre anni il debito pubblico aumenterà ulteriormente di 55 miliardi di euro.

E il tutto, dettaglio di primissimo piano, mentre la stretta attualità passa dai 26,5 miliardi di euro di clausole di salvaguardia da sterilizzare perché il primo gennaio 2019, a meno di correttivi, scatterà l'aumento dell'Iva. Viene naturalmente da riflettere perché la situazione raccontata nei giorni precedente al voto era ben differente rispetto a quella attuale.

E anzi, veniva raccontata una realtà ben differente e piuttosto rassicurante. Di positivo (ma fino a che punto?), a fronte di un debito cresciuto in valore assoluto, c'è solo che il rapporto tra debito e Prodotto interno lordo è calato da 132 a 131,8%.

I richiami

Il debito pubblico italiano è, senza giri di parola, il vero e proprio nodo cruciale che rende precaria la situazione economica dell’Italia. Anche la ripresa, per quanto evidenziata dalle cifre, sembra essere stata ostacolata da questo fardello che non sembra conoscere crisi. Nonostante gli sforzi messi in campo a vario titolo e da varie istituzioni nel corso di questi anni il toro sbizzarrito del debito pubblico non è stato riportato nei ranghi. La conferma giunge anche dai primi mesi del 2018 che hanno confermato la crescita sfrenata di questo parametro. Per farsi un’idea: in media cresce di 4.469 euro in più ogni secondo. L’anno precedente la stessa media si attestava intorno ai 1.160 euro al secondo.

A nulla sono serviti i richiami della Banca d’Italia e di altri istituti sulla pericolosità di questa palla al piede mostruosa. Che costringe lo Stato a pagare interessi elevatissimi. Cifre che vengono così sottratte al bilancio e a una destinazione certamente più adeguata alle esigenze dei cittadini. Richiami messi in campo anche dall'Ufficio parlamentare di bilancio, di Confindustria e dalla Ue, con lo sesso esito. Fino ad oggi i provvedimenti presi per provare a fermare questa locomotiva impazzita si sono rivelati insufficienti. E l’instabilità politica dopo le elezioni del 4 marzo non aiuta di certo.

Vendesi oro Bankitalia?

C’è chi inizia allora a domandarsi se è verosimile l’ipotesi della vendita dell’ora conservato nei caveau di Bankitalia. L’istituto di credito nazionale conserva circa duemila e cinquecento tonnellate di oro in lingotti e monete per un controvalore, aggiornato al 31 dicembre 2015 di 77 miliardi di euro. Una cifra sufficiente a garantire che in ogni caso, la Banca Centrale nazionale ha la necessaria autonomia per svolgere regolarmente le proprie funzioni anche in caso di turbolenze sui mercati finanziari. Quindi non c’è bisogno, almeno per il momento, di prendere per vera questa ipotesi.

D’altra parte come lo stesso vice direttore generale di Bankitalia Fabio Panetta ha avuto modo di osservare durante i lavori di un congresso organizzato in memoria di Giacomo Vaciago, che la bassa inflazione rende necessaria la politica attuale. E poi che l’economia italiana è in grado di reggere l’urto di un’eventuale innalzamento della curva dei rendimenti in contemporanea all'irrobustimento della congiuntura reale. Questo perché l’Italia ha fatto enormi passi avanti rispetto alla fase più grave della crisi. E sono alcuni indicatori ben precisi a dimostrarlo. Per esempio il Pil è tornato a crescere stabilmente negli ultimi anni in una dimensione di stabilità anche estera.

Come ridurre davvero debito pubblico tra volontà reale e non

Sono ormai anni, anzi, decenni che si parla di debito pubblico e di come ridurlo. Azzerarlo no, perché non è possibile e forse non ha neanche molto senso. Tuttavia è un dato di fatto che il livello raggiunto dall'Italia sia adesso insostenibile: circa 2.280 miliardi di euro, ma soprattutto è pari a circa il 130% del Pil. Frutto di anni di sperpero o comunque di spese facili e poco lungimiranti, smaltirne solo una parte è una impresa titanica e infatti le variazioni di cui i vari governi si fanno vanto sono così modeste da non impattare nel quadro dell'economia generale. Di più: dando uno sguardo ai programmi elettorali dei vari partiti, appare evidente come la riduzione del debito pubblico non rappresenti affatto una priorità nonostante gli allarmi di cittadini, esperti e non, e delle principali istituzioni comunitarie e internazionali. Eppure, ammorbidirne l'impatto è possibile

La strada maestra per la riduzione del debito pubblico è ovviamente la crescita economica. Se il Paese si riprende ovvero riesce ad andare al di là degli impercettibili aumenti della produzione, può intervenire con più efficacia per limitare il peso dell'indebitamento. Se il livello raggiunto è pari a circa il 130% del Pil significa che non basterebbe - in via del tutto ipotetica - destinare tutti gli incassi di un anno e azzerare qualsiasi voce di spesa pubblica per ripianare il debito e rimborsare tutti i titoli di Stato alla regolare scadenza. Occorre un lavoro costante che dia risultati nel lungo periodo così da fare calare il rapporto tra il debito e la ricchezza nazionale, ma finora è stato fatto poco e male. Forse anche perché si tratta di un misura poco conveniente e produttiva a livello elettorale. Alla base occorre però un crescita economica sostenuta, costantemente al di sopra del 2% all'anno.

Ma se il Paese è non riesce a raggiungere questa soglia ci sarebbe il piano B ovvero frenare il deficit. Quanto? Al di sotto dell'1% del Pil così da fare scendere il rapporto tra debito e Prodotto interno lordo al ritmo di 3 punti percentuali ogni 12 mesi. Ma sempre con una crescita economica sopra il 2%, vera e proprio conditio sine qua non. In fin dei conti è proprio questa la logica del fiscal compact ovvero il trattato europeo che impone a tutti i Paesi dell'area euro, Italia inclusa, di riportare il rapporto tra debito pubblico e Pil al 60% nel giro di 20 anni.

Come premesso, sono gli stessi partiti politici a non voler ridurre il debito pubblico. O almeno a non volerlo con i fatti perché a livello di annunci sono tutti pronti a scommettere che la prossima sia la legislatura della svolta. Le prove? Il Partito democratico che ha come obiettivo la riduzione del debito di 30 punti in 10 anni. Forza Italia che promette una riduzione del debito di 30 punti in cinque anni o il Movimento 5 Stelle che rilancia: 40 punti in 10 anni. E se per la Lega non è un problema, Liberi e Uguali suggerisce di ridurre il debito facendo più deficit.

Tragedia o frode...

Iniziamo da un numero che può apparire spaventoso: oltre 2.000 miliardi di debito pubblico. La cifra è in continuo mutamento, come si capisce molto facilmente osservando i pannelli che l'Istituto Bruno Leoni ha fatto installare anche nelle frequentate stazioni di Roma Termini, Roma Tiburtina e Milano Centrale. E come emerge ancora più chiaramente dalla presenza di un contatore sul sito web. Il periodo non è casuale perché tra pochi giorni si vota e, come si legge con un abile gioco di parole, ogni promessa è debito. Significa che tutte le rassicurazioni su riforme, taglio delle tasse, concessione di bonus hanno un costo economico e sociale da non trascurare. Perché se siamo arrivati nelle condizioni attuali è anche per via delle scelte allegre dei decenni passati. L'utilità di questa trovata è però un'altra: fare luce sull'annosa questione del debito pubblico: è un bene o è un male?

Due premesse sono indispensabili. La prima è che i dati dimostrano come l'Eurozona sia riuscita a recuperare la ricchezza andata in fumo in seguito alla crisi del biennio 2007-08. La strada per la normalizzazione è stata imboccata. L'Italia no perché il Pil è cresciuto (poco), ma anche il fardello debito è sempre più pesante. E un parte delle ragioni è presto detta: da una parte i vincoli che l'Europa ha imposto per via dell'elevato debito pubblico, dall'altra il sistema fiscale non troppo progressivo associato a una distribuzione della ricchezza e produttività perlomeno differente rispetto a quanto accada al di fuori dei confini nazionali. La seconda premessa è invece nel merito dell'opportunità di avere debito pubblico: siamo sicuri che sia un male e non un'opportunità per l'Italia? Studi, ricerche e valutazioni si sono sprecati negli anni. Punto in comune è che fare debito pubblico può essere salutare, ma entro certi limiti.

Ebbene, il centro studi Istituto Bruno Leoni ha deciso di installare il contatore del debito pubblico nelle principali stazioni di Roma e Milano, sottolineando come in questa campagna elettorale, la politica prometta a più non posso e che ogni promessa è debito e fa debito. Gli oltre 2.000 miliardi di euro si traducono in quasi 40.000 euro sulle spalle di ogni italiano, bebè compresi. E ancora: la consapevolezza che prima o poi il debito andrà ripagato è il principale vincolo alla crescita italiana, il più forte freno agli investimenti e la più pesante eredità per le generazioni future. Singolare che sia anche il tema più trascurato della campagna elettorale. Ma non tutti la pensano in questo modo. Il sito ilprimatonazionale.it, ad esempio. O meglio, l'autore Filippo Burla, secondo cui la maxi cifra non deve spaventare perché il debito pubblico non va pagato, almeno completamente.

Il problema è piuttosto la sua sostenibilità e tira in ballo il caso giapponese come esempio. Si tratta di un punto di vista, come quello di chi fa presente che a un certo punto, i costi del debito diventano superiori al debito stesso. Di conseguenza per coprire i costi i governi intervengono sulla fiscalità che a suo volta mortifica i consumi, innescando un processo negativo.

I dati della Uil sono chiari, le famiglie italiane sono schiacciate sempre da più tasse locali, sottolineando che pure quelle nazionali nonostante si dica siano in diminuzione (e lo sarebbero di circa 1 punto o 1,5 che comunque è pochissimo) non cessano di essere pesanti e molte, anzi, sono nscoste e occulte e le cose non sembrano tendere a migliorare. Anzi....nonostante tutte le promesse per il voto in arrivo, anche percè il debito pubblico è ancora altissimo

E la soluzioni sono sempre....le tasse

Che le tasse siano uno degli incubi peggiori per gli italiani che, nonostante le cicliche promesse di alleviamento del carico fiscale, sono ormai consapevoli di pagare un prezzo salatissimo per non avere in cambio servizi adeguati. Un mantra che torna soprattutto quando c’è una campagna elettorale in atto. E in un paese che vive questa condizione in maniera quasi permanente, si capisce che anche le tasse rappresentano un argomento spesso al centro di dibattiti e polemiche. Così quando l’analisi del servizio Politiche territoriali della Uil sull'andamento delle tasse locali nel 2017 svela che sono stati quarantasette i miliardi di euro pagati dagli italiani nel 2017 per tasse e balzelli regionali e comunali, il discorso si infiamma e prende vigore nuovamente. Questo significa, infatti, che in media ogni famiglia nel 2017 ha sborsato più di duemila euro per l'Imu o Tasi,  addizionali regionali Irpef, Irpef comunale, tassa sui rifiuti. In particolare, per l'Imu o Tasi, per immobili diversi dalla prima casa, l'esborso medio è stato di 814 euro; per le Addizionali Regionali Irpef mediamente l'esborso è stato di 726 euro; per le Addizionali Comunali Irpef 224 euro; per la Tari 302 euro.

Tanto per fare qualche esempio, in Lombardia il costo a tonnellata è di 253 euro, a Isernia 249 euro, a Pesaro Urbino 263 euro. E fin qui le differenze sono contenute, ma a Roma la stessa tonnellata di spazzatura costa 406,26 euro l'anno, a Napoli 430 euro, ad Avellino 451, a Palermo 550,47 euro. Siamo insomma davanti a una vera e propria giungla di tariffe attuale. A quanto pare, alla base di questi scompensi ci sono gli scarsi controlli sugli Ato ovvero gli Ambiti territoriali ottimali, introdotti con l'obiettivo di creare un modello di gestione aggregata dei rifiuti accorpando più ambiti comunali per abbassare le tariffe grazie alle economie di scala. Tra l'altro, i singoli comuni hanno la facoltà di introdurre agevolazioni ed esenzioni anche al di à degli specifici casi individuati dalla legge. Godono insomma della massima autonomia regolamentare che può essere utilizzata bene o male a seconda delle circostanze.

Un peso fiscale altissimo del valore di 40 miliardi di euro pesa sui proprietari di immobili in Italia come se si trattasse di una patrimoniale. Secondo le ultime notizie rese note dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, i 40 miliardi di euro rappresenterebbero il valore totale di Irpef, Ires, imposta di registro e di bollo e cedolare secca, che, stando alle ultime notizie, pesano per 9,1 miliardi e alle quali si sommano ulteriori 9,9 miliardi di tasse legate al trasferimento (dall'iva alle imposte su successioni e donazioni, dagli oneri catastali alle imposte di registro) e 21,2 miliardi di euro di imposte a carico dei proprietari degli immobili, da Imu, a Tasi, Tari e ulteriori eventuali.

Sempre secondo la Cgia, i maggior colpiti dal peso delle imposte sugli immobili sono soprattutto i proprietari di seconde case, per cui chi oggi, oltre all’abitazione principale, possiede una casa ‘in più’ al mare o in montagna, è decisamente penalizzato per quanto riguarda il carico fiscale sugli immobili. Secondo la stessa Cgia, infatti l'aumento del gettito prodotto da Ici, Imu e Tasi tra 2011 e 2016 è passato da poco più di un miliardo di euro a ben 11 miliardi e mezzo di euro. Elevato è stato anche l’aumento delle imposte registrato per immobili strumentali. Nello stesso periodo appena riportato, infatti, i proprietari di questa tipologia di immobili si sono visti più che raddoppiare il prelievo fiscale, salito da meno di 5 miliardi del 2011 (4,88 miliardi di euro) a quasi 10 oggi (9,72 miliardi).

Un occhio favorevole, pagano sempre i soliti

Le multinazionali in Italia, ma anche in generale, nell'area Ue, da recenti studi e statistiche pagano smepre meno tasse con un occhio che si chiude del Fisco e un'altro della politica, mentre aumenta la pressione fiscale o rimane costante per i normali cittadini. Senza contare il discorso, strettamente collegato dei controlli.

Se la reputazione delle multinazionali è, generalmente, in discesa, qualche motivo dovrà pur esserci. E senza scavare troppo ed arrovellarsi in analisi economiche di grande respiro, un aspetto che potrebbe orientare l’opinione generale verso un deciso parere negativo, c’è quello che riguarda la pressione fiscale.

Se i cittadini, infatti, sono tartassati dalle tasse (la pressione fiscale sui redditi delle persone fisiche è aumentata del 6%, non soltanto in Italia ma in tutti i Paesi OCSE, come ha avuto modo di scrivere il Sole 24Ore riportando i dati di uno studio del Financial Times), ma, esclusi gli evasori che sono comunque una minoranza nell’intera platea dei contribuenti, fanno regolarmente il proprio dovere, la stessa cosa non accade per le multinazionali.

Che godono di un potere immenso, ormai. Un potere che tracima dall’aspetto economico per interessare direttamente la sfera politica. Ed è per questo insano rapporto che si è venuto a creare tra multinazionali e Stati nazionali che le prime hanno potuto strappare condizioni fiscali sempre più vantaggiose.

Dal 2008 ad oggi, infatti, la pressione fiscale per i grandi gruppi imprenditoriali è scesa del 9%. È come la favola di Robin Hood, ma le parti, in questo caso si sono davvero invertite.

E se si facesse tanto rumore per nulla? E se da una parte si punta l'indice contro le grandi multinazionali, accusandole di non versare sal fisco quanto dovuto, ma dall'altra si fa poco per passare dalle parole ai fatti?

Il sospetto, rilanciato anche dalla grande stampa, prende le mosse dall'esistenza di oltre 2.000 accordi riservati tra le grandi aziende e l'Unione europea con l'obiettivo di pagare meno tasse. Si tratta dei cosiddetti tax ruling, da cui l'Italia non è di certo immune con le sue 78 intese.

E non si tratta di una cifra di basso conto, considerando che numeri più alti appartengono solo a Belgio, Lussemburgo e Olanda. Secondo le stime di Tommaso Faccio, docente di economia aziendale alla Nottingham University Business School in Inghilterra, e rilanciate dal settimanale l'Espresso. ogni anno i tax ruling costano all'Italia circa 7 miliardi di euro di imposte non versate.

Qualche nome? Starbucks e Amazon nei Paesi Bassi, da Fiat-Chrysler in Lussemburgo e da Apple in Irlanda, forse il caso più conosciuto e dibattuto, ma anche Michelin, Microsoft e Philip Morris in Italia.

Occorre fare in fretta perché mentre i partiti non riescono a trovare la quadra per la formazione del nuovo governo, la scadenza con il Def - da redigere entro il 10 aprile e da inviare a Bruxelles entro il 30 - è ormai alle porte. Non solo per conti alla mano occorrono subito 30 preziosi miliardi di euro per sterilizzare l'aumento dell'Iva (dal 10 al 12% quella intermedia e dal 22 al 24,2% quella ordinaria) ed evitare l'ennesima introduzione di una accise sui carburanti. Succede perché gli equilibri economici continuano a essere delicati e, a meno di un colpo di spugna, occorre andare in scia di quanto finora previsto. E anzi, considerando che il prossimo esecutivo sarà frutto di un compromesso, sarà inevitabile tenere conto della strada finora percorsa.

E che la situazione sia tremendamente delicata è dimostrato dalle recenti stime del Codacons sulla base dello studio di Confesercenti, secondo cui un eventuale incremento delle aliquote Iva dal prossimo anno sarebbe deleterio per i consumi perché produrrebbe una stangata per gli italiani pari a 791 euro annui a famiglia. E solo di costi diretti.

In questo contesto, il Movimento 5 Stelle sta lavorando a una risoluzione che contenga al tempo stesso elementi di continuità con l'azione del governo sul fronte dei conti pubblici - in particolare sul mantenimento dell'obiettivo di medio termine, vale a dire il pareggio di bilancio - e sul disinnesco delle clausole di salvaguardia per scongiurare l'aumento dell'Iva. L'impronta originale del Movimento 5 Stelle nella risoluzione al Def si vedrà sulle risorse da destinare agli investimenti strategici: green economy, bonifiche, rete idrica ed elettrica, adeguamento sismico, mobilità sostenibile, interventi anti-dissesto, riqualificazione urbanistica, edilizia scolastica e sanitaria, banda ultralarga, infrastrutture immateriali.

Come per i 5 Stelle e Pd, anche per la Lega e il centrodestra è prioritario evitare l'aumento dell'Iva. Il che non sorprende, visto che Forza Italia e Carroccio hanno fatto dell'abbassamento delle tasse il loro cavallo di battaglia. Il capogruppo uscente di Forza Italia ha già preannunciato a nome del centrodestra una risoluzione al Def da affiancare al quadro tendenziale a cui sta lavorando il Tesoro. Mentre Salvini conferma di essere totalmente contrario al reddito di cittadinanza, Brunetta auspica che il confronto sul Def possa diventare incubatore della nuova maggioranza, salvo però ribadire le priorità del programma elettorale del centrodestra: dalla flat tax alla cancellazione della legge Fornero.

Il governo Gentiloni ha già sterilizzato gli aumenti Iva 2018 e ha reperito anche 6,1 miliardi di euro per la parziale sterilizzazione 2019. Per la totale cancellazione dell'aumento Iva 2019, al prossimo governo serviranno altri 12,4 miliardi di euro. La linea del Pd è quella di proseguire lungo l'azione già avviata dal governo Gentiloni. Il partito, uscito sconfitto dalle elezioni, sul Def si porrà su una linea attendista, al momento escludendo di presentare una propria risoluzione. Il no alla Flat tax, cavallo di battaglia del centrodestra, è forse al momento uno dei pochi punti condivisi. I dem non possono avallare soluzioni non in continuità con la politica economica degli ultimi anni, partendo dalla progressiva riduzione del carico fiscale.