Bracciali elettronici per netturbini. Ma sono tanti i controlli attuabili al momento sui lavoratori

Infuria la polemica sui Braccialetti elettronici per il controllo, o presunta tale, secondo alcuni, per gli spazzini di Livorno. Ma cosa dicono le regole attuali?

Bracciali elettronici per netturbini. Ma

Bracciali elettronici a spazzini Livorno


Polemica sui controlli, o presunti tali, con i bracciali elettronic dei netturbini e spazzini a Livorno. Ma i controlli che si possono fare al momento sono davvero tanti per tutti i lavoratori. Cerchiamo di capire quali

A Livorno gli spazzini devono indossare un bracciletto elettronico, come era già avvenuto recentemente per Amazon. E non mancano le polemiche. Occorre, erò, capire bene sia la situazione, sia quali sono le regole attuali attualmente in vigore.

Spazzini con il braccialetto elettronico. Il congegno è stato introdotto a Livorno e immediatamente sono scoppiate le polemiche anche perchè in qualche modo ricorda Amazon

Come funziona

Il funzionamento è presto detto: il dispositivo da allacciare al polso invia un bip tutte le volte che l'addetto alla pulizia delle strade pubbliche svuota un cestino. Più precisamente il braccialetto non sarebbe pensato per i dipendenti diretti di Aamps ovvero l'ex municipalizzata che si occupa di rifiuti nella città toscana, ma agli addetti della società che a Livorno ha in appalto i servizi di pulizia stradale.

Le prese di posizione

Resta ora da scoprire se si registrerà la medesima protesta pubblica che ha caratterizzato anche la vicenda Amazon che aveva acquisito un brevetto simile. A oggi non si registrano prese di posizione dei vari Paolo Gentiloni, Carlo Calenda, Giuliano Poletti e Luigi Di Maio. I sindacati sono invece già sul piede di guerra e protesta a più voci, spiegando che i braccialetti elettronici non rappresentano uno strumento efficace per il controllo.

Dal punto di vista tecnico, un dispositivo di prossimità, applicato a ciascun cestino, si mette in comunicazione con il device al polso dei lavoratori. Ma in discussione non è tanto la tecnologia, ma l'opportunità di un dispositivo di questo tipo.

Ma se la Fp Cgil nazionale parlando di misura inaccettabile che lede la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, secondo l'amministrazione comunale di Livorno non c'è alcun controllo dei dipendenti perché il braccialetto è privo di Gps. Significa molto semplicemente che non c'è alcuna geolocalizzazione ovvero monitoraggio degli spostamenti.

Il funzionamento sarebbe simile a quello dei dispositivi in uso nei supermercati per fare la spesa. In buona sostanza non farebbe altro che accertare lo svuotamento di un cestino, al pari di quanto accade in altre città. Lucca, per esempio, con la raccolta porta a porta dei rifiuti. Insomma, nessun modello Amazon. Ma non la pensano evidentemente allo stesso modo i rappresentanti dei lavoratori, proclamare lo stato di agitazione.

Controlli a distanza, le regoli attuali

Ha fatto discutere e non poco la notizia dei controlli a distanza che Amazon avrebbe messo in atto attraverso l’obbligo per i suoi lavoratori di indossare un braccialetto. Una storia che ha infiammato in un batter d’occhio anche il dibattito pubblico che già si attesta su livelli di guardia a causa della campagna elettorale che sta entrando nel vivo. Così è bastata qualche provocazione per accendere una polemica che è calata di intensità solo dopo qualche ora.

Al centro la responsabilità, secondo alcuni, della riforma che ha cambiato il mercato del lavoro in Italia fortemente voluta e realizzata dal governo Renzi tra il 2014 e il 2015. Vediamo allora cosa cambia davvero con il Jobs Act e se c’è qualche cosa di vero, rispetto al possibile utilizzo di congegni per effettuare controlli a distanza da parte dei datori di lavoro, nelle tesi che accusano in qualche modo la riforma epocale del mondo del lavoro italiano attuata da Renzi.

Vediamo allora cosa ha introdotto realmente il Jobs Act da quando è diventato una legge dello stato. Il provvedimento ha modificato in parte lo Statuto dei lavoratori varato nel 1970 e che per intere generazioni di lavoratori ha rappresentato una vera e propria Bibbia. O un Totem come venne definito dall’attuale segretario Dem quando abitava ancora le stanze di Palazzo Chigi e si preparava a varare questa riforma che non ha mai avuto vita facile. E bisogna dire che alcune novità introdotte riguardano l’articolo 4, proprio quello che regola il controllo dell'attività dei lavoratori.

Si parla infatti della possibilità di utilizzare dispositivi tecnologici come tablet, telefonini e pc messi a disposizione dei dipendenti dall'azienda oppure di altri strumenti utili a misurare accessi e presenze come i badge. Per i casi che differiscono da quelli appena citati ci sono regole ben precise da seguire. Per esempio se si vogliono installare impianti audiovisivi o altri congegni simili con lo scopo di controllare l’attività dei lavoratori è necessario prima stipulare un accordo con i sindacati oppure richiedere l'autorizzazione dell'Ispettorato o del Ministero del Lavoro. Ovviamente anche i dati che recuperati dovranno essere trattati con il massimo della prudenza e del rispetto della privacy.

Allora cosa cambia dopo l’approvazione del Jobs Act riguardo la possibilità di allestire controlli a distanza per monitorare l’attività della forza lavoro di un’azienda? Per prima cosa bisogna dire chiaramente che in Italia la legislazione impedisce il controllo a distanza dei dipendenti sui luoghi di lavoro. meno che sia giustificata da esigenze superiori, ad esempio ragioni di sicurezza e di incolumità dei lavoratori. L’introduzione di questi controlli è comunque sempre subordinata a un ok dell’Ispettorato del Lavoro.

Il Jobs Act dunque non ha per niente allentato i vincoli esistenti riguardo i controlli sui lavoratori, come ha specificato anche il Ministro del lavoro Poletti in una nota emanata in seguito alle polemiche che crescevano di intensità. Se qualche strumento simile può essere adottato, è il ragionamento del titolare del dicastero del lavoro, questo non può avvenire senza aver raggiunto in precedenza un accordo sindacale o dopo aver ricevuto un’autorizzazione dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro o del Ministero. Secondo Poletti, dunque il Jobs Act rafforza e tutela ancor meglio rispetto al passato la posizione del lavoratore.

Il vero problema

Si fa presto a parlare di lavoretti quando di mezzo ci sono pezzi di una generazione pagata pochi euro all'ora dalla grande multinazionale che fattura centinaia su centinaia milioni di euro o di dollari. E si parla anche di lavori da schiavi e nuova schiavitù

Mai come adesso, in questi tempi di gig economy, si assista a una sperequazione di questi livelli. Qualcuno potrebbe dire che è sempre stato così, ricordando il rapporto tra capitalisti e lavoratori prima e tra imprenditori e dipendenti adesso. In realtà, la distanza tra queste categorie è spaventosamente aumentata e non solo dal punto di vista economico. Perché i precari di oggi hanno perso i diritti dei lavoratori di pochi decenni fa. Anche allora lo sfruttamento era la regola, ma in qualche modo erano più tutelati dalle norme.

La flessibilità estrema ha fatto saltare gli equilibri sociali tra precari che vivono praticamente alla giornata e ricchissimi imprenditori che spostano i ricavi in paradisi fiscali dove i profitti non sono tassati. Non tutti, intendiamoci, ma i casi di cronaca economica raccontano come il tratto è sempre più comune.

Per farsi un'idea è utile leggere le pagine del libro Lavoretti di Riccardo Staglianò. Secondo l'autore la sharing economy ci rende tutti un po' più poveri. Le occupazioni sottopagate dei vari Uber e Airbnb camufferebbero miserie, secondo l'autore, dietro al racconto della modernità, rischiando di consegnarci un futuro senza welfare. Diventa infatti piuttosto complicato impostare il presente sul lavoro on demand ovvero solo quando c'è richiesta per i propri servizi o competenze. E, ribadiamo, il punto centrale della questione non è (solo) lo scarso reddito percepito, ma l'azzeramento delle tutele per i lavoratori.

Il mondo è diviso in due parti: c'è chi ha un lavoro debitamente retribuito e chi è costretto a sbarcare il lunario per 4 euro l'ora. Definirlo low cost o nuova schiavitù cambia poco, resta il fatto che questo fenomeno ha subito una decisa accelerazione negli ultimi anni, complice anche la crisi che ha spinto le aziende a cercare e proporre impieghi a cottimo. E incrociando i dati ufficiali c'è stato chi è andato alla scoperta dei mestieri sottopagati. La fotografia scattata è piuttosto impressionante, anche e soprattutto perché alla fine del mese o della settimana, il guadagno rischia di essere pari a zero per la semplice ragione che nella contabilità generale occorre inserire anche i costi di spostamento o quelli necessario per lo svolgimento dell'attività.

Salta allora fuori un tariffario piuttosto imbarazzante: 4,5 euro l'ora per un operaio agricolo, 6 euro per una cameriera di catering, 4 euro per un autista, 7,5 euro per un addetto alle pulizie, 6 euro per un facchino magazziniere, 5,60 euro per un fattorino in bici, 6,50 euro per un lavapiatti, 4 euro per un postino privato, 6,70 euro per una badante, 8 euro per un educatore di una cooperativa in subappalto. Il lavoro è a chiamata e dinanzi a questa situazione, anche vivere alla giornata diventa un esercizio complicato. Inutile ricordare come le tutele contrattuali siano inesistenti e gli straordinari sono un miraggio. Anche perché sono gli stessi ordinari a mancare. C'è una ragione ben precisa alla base di questa deregulation: non esiste un salario minimo stabilito per legge se non nel caso della contrattazione collettiva.