Contratti a termine, Boccia: non è il momento, una perdita di tempo

Nonostante il disagio di molti lavoratori derivi dai contratti a termine, non è il omento secondo Boccia di intervenire e aprire un confronto, non è adesso prioritario

Contratti a termine, Boccia: non è il mo

Italiani, lavoratori disagio sociale +45% in 10 anni


Nonostante i contratti a termine siano uno dei problemi maggiori dei lavoratori e delle statistiche mostrate sotto, non è per molte autorità prioritario e oppurtuno al momento fare interventi

Contratti a termine non è priorità

E' l'idea che ha spiegato Vincenzo Boccia, Presidente di Confidustria che ha affermato che non è oppurtuno adesso iniziare un confronto sui contratti a termine e che portebbe a ben poco. Al massimo sarà significativo, affrontare il tema dopo le elezioni con il prossimo Governo.

Ora, invece, occorre fare degli interventi realisti e davvero concreti nell'immediato per rilanciare l'occupazione come il taglio del cuneo fiscale e un piano di grande proporzioni anche choc per includere i i giovani nel mercato del lavoro.

Disagio lavoratori record, contratto a termine sotto accusa

Un numero elevato di lavoratori si trovano in una situazione di disagio e tutto questo nonostate la crescita dei posti di lavori e assunzioni, ma che come abbiamo più volte scritto, sono soprattutto per i contratti a termine e con stipendi sempre più bassi e condizioni di lavoro, tranne alcui casi, in peggioramento. E la Cgil presentando lo studio e la ricerca Fdv della Fondazione Giuseppe di Vittorio mostra proprio che 4492 milioni di lavoratori nei primi 6 mesi dell'anno
sono rientrati nella fascie del cosidetto disagio sociale nei primi 6 mesi di questo anno ovvero +45,5% dal 2007. E dalla crsi sono aumentati di oltre 1,4 milioni.

Lo studio della Fdv mostra che i giovani sono quelli più a disagio sociale e lavorativo tra i 14-24 anni già operanti nel mondo del lavoro rappresentanto il 60% e il 21% in più di diecni ani fa. Male anche i giovani adulti tra i 24-34 nni con il 32%, aumentati di 11 punti.

Un dato che come sottolinea la ricerca mostra come la precarietà e i contratti a termine hanno portato la situazione ad una grave negatività, la peggiore degli ultimi anni proprio per chi si inseisce nel lavoro lauretai o meno, ma soprattutti i giovani. Inoltre aumentano in Italia sempre di più gli occupati non spcializzati e qualificati al contrario di tutte le tendenze dei Paesi Ocse.
Il disagio, è, comunque, però aumentato soprattuto tra i lavotrtori con pcohe competenze e titoli. I settori peggiori la ristrozione e l'alberghiero, l'agricoltura e servizi collettivi.

A livello maschile, vi è un disagio del 15,2 che aumenta per le donne quasi al 27&, mentre nel Sud si sta peggio che al nord. Il primo quasi il 24%, il secono quasi il 18%.

Povertà: sempre più italiani a rischio e sempre meno protezioni

Chi parla di ripresa e di crescita, di uscita dalle secche delle crisi e di intrapresa di un percorso luminoso, mente sapendo di mentire. Perché quando un rapporto extranazionale svela come siano 14,4 milioni gli italiani a rischio, una riflessione su cosa stiamo realmente facendo diventa indispensabile. Anche perché non si tratta solo di clochard, meritevoli della medesima tutela, intendiamoci. Ma anche di giovani e di intere famiglie sparse lungo lo Stivale. Ci sono due dati che nel focus di Eurostat fanno suonare un campanello d'allarme. Il primo è il trend, che travalica il dato assoluto sul numero di italiani a rischio. Rispetto allo scorso anno, la quota di cittadini a rischio indigenza è salita al 28,7 per cento. In confronto a quanto accade al di fuori dei nostri confini, la media è certamente più bassa: 23,4 per cento. Sono tre gli indicatori tenuti in considrazione:

  1. il reddito, inferiore all'equivalente del 60% del reddito medio nazionale,
  2. la possibilità di subire gravi deprivazioni, come la difficoltà a scaldare l'abitazione o a mangiare carne o pesce un giorno su due, ma anche a pagare rate e bollette, e a possedere alcuni beni come l'auto, la lavatrice, un cellulare o un televisore a colori.
  3. fare parte di un nucleo con intensità lavorativa molto bassa, con meno del 20% di ore lavorate rispetto al potenziale dell'ultimo anno.

Questo dell'Ufficio statistico dell'Unione europea è solo l'ennesimo rapporto sullo stato di crisi del nostro Paese. Se il tasso di indigenza è la punta dell'iceberg perché mette in discussione la stessa sopravvivenza di milioni e milioni di nostri concittadini, altri indicatori gettano ombre scure su quanto è stato fatto fino a questo momento per raddrizzare la situazione e sulle prospettive future. Il tasso di disoccupazione - giovanile, ma anche tra gli over 50 - ha raggiunto livello insostenibili per una grande democrazia europea. La quota di lavoratori insoddisfatti, anche qualificati, è in costante crescita per via di stipendi al di sotto della media europea e con prospettive di crescita e di riconoscimento professionale poco incoraggianti. Per non parlare delle condizioni contrattuali con la solita quantità spropositata di partite Iva finte.

C'è poi un rapporto di inversa proporzionalità perché aumenta il tasso di italiano a rischio indigenza o comunque impossibilitati a uscire da questa situazione e diminuiscono le protezioni. Gli aiuti sono pochi e per pochi ovvero per chi si trova molto al di sotto della soglia di povertà. Provando a scoprire la percentuale di cittadini a rischio indigenza o esclusione sociale in Europa, vediamo che secondo Eurostat la situazione è la seguente:

  1. Belgio 20.7
  2. Bulgaria 40.4
  3. Repubblica Ceca 13.3
  4. Danimarca 16.3
  5. Germania 19.7
  6. Estonia 24.4
  7. Irlanda 26.0
  8. Grecia 35.6
  9. Spagna 27.9
  10. Francia 18.2
  11. Croazia 28.5
  12. Italia 28.7
  13. Cipro 27.7
  14. Lettonia 28.5
  15. Lituania 30.1
  16. Lussemburgo 19.7
  17. Ungheria 26.3
  18. Malta 20.1
  19. Olanda 16.8
  20. Austria 18.0
  21. Polonia 21.9
  22. Portogallo 25.1
  23. Romania 38.8
  24. Slovenia 18.4
  25. Slovacchia 18.1
  26. Finlandia 16.6
  27. Svezia 18.3
  28. Regno Unito 22.2
  29. Islanda 13.0
  30. Norvegia 15.3
  31. Svizzera 17.8

Povertà in Italia e ulteriori problemi per Organizzazione Mondiale

La situazione negli ultimi anni si è evidentemente aggravata poiché in Italia infatti la percentuale di popolazione a rischio di povertà o di esclusione sociale è pari al 28.7%, superiore alla media europea. Eurostat ha contato 117 milioni e 470 mila persone a rischio povertà in tutti i Paesi membri, il 23,4% della popolazione totale. E di questi, una buona fetta è dunque italiana.

Tasse alte, povertà pure. Questo il paradosso dell’Italia rintracciato dall’Ocse che chiede ancora a gran voce all’Italia di agire per una riduzione concreta del peso fiscale apportando anche ulteriori sgravi fiscali alle fasce sociali più deboli.

Le tasse italiane troppo alte: non si tratta certo di una novità, considerando che già da tempo si chiede una revisione del peso fiscale sui cittadini italiani. Ma le ultime notizie confermano ancora una volta l’allarme su tasse troppo alte. E a sostenerlo questa volta è l’Ocse, la stessa Organizzazione secondo cui il pil italiano è cresciuto nei primi due trimestri del 2017 ma il livello resta inferiore a quello del 2010.

La situazione generale italiana non appare affatto favorevole, soprattutto alla luce delle ultime notizie rese note dall’Ocse, secondo cui la tassazione italiana, soprattutto per quanto riguarda il lavoro e, in particolare, i contributi previdenziali, è molto alta. E’ necessario agire su questo fronte per una riduzione, lavorando, allo stesso tempo, su una nuova spinta agli incentivi. Secondo l’Ocase, per garantire crescita economica e sociale è necessario agire sul fronte fiscale con miglioramenti. Del resto, come spiegato, sono diversi i Paesi Ocse che hanno già avviato riforme fiscali, da Austria e Belgio, a Paesi Bassi, Grecia, Lussemburgo, Ungheria, tagliando le aliquote dell’imposta sul reddito delle società e revisioni per quanto riguarda le imprese.

L’Italia, invece, insieme ad altri Paesi come Belgio, Ungheria, Turchia, è tra i Paesi in cui sono aumentate significativamente le tasse sulle proprietà. E’ vero, sottolinea l’Ocase, che l’Italia ha abolito la tassa sulle prime abitazioni, ma è anche vero che, di contro, sono aumentate anche altre imposte, in una sorta di gioco di cane che si morde la coda. E per fare qualche esempio concreto, basta pensare alle imposte sulle accise, sul tabacco in particolare, e a quelle sui carburanti, in costante crescita.

Andamento del Pil secondo Ocse

C’è, inoltre, da aggiungere che, stando a quanto riportano le ultime notizie, solo qualche giorno la stessa Ocse ha parlato di un andamento del pil italiano negli ultimi sette anni come il peggiore tra i paesi Ocse dopo la Grecia (e pari al Portogallo), nonostante i miglioramenti segnati nel secondo trimestre, quando ha raggiunto 99,1 punti in aumento rispetto ai 98,7 del primo trimestre. La Grecia invece ha raggiunto 81,6 punti. Ma la media Ocse è di 113,3 punti, basti pensate che la Germania nel secondo trimestre ha segnato 112,6 punti e il Regno Unito 114 punti. Resta, dunque, ancora lenta la ripresa nel nostro Paese e, sempre secondo l’Ocse, sarebbe arrivato il momento di andare più a fondo con quelle riforme necessarie e urgenti per un rilancio economico reale dell’Italia. Si tratta di un quadro che evidenzia chiare difficoltà per il nostro Paese, acuite dalle ultime notizie sull’andamento dell’occupazione e soprattutto giovanile.

Stando, infatti, a quanto riportano le ultime notizie, sarebbe ancora salita la disoccupazione nel nostro Paese lo scorso mese di luglio, nonostante le stesse ultime notizie parlino di un aumento degli occupati. Ma si tratta di un dato non reale, visto che non considera tante categorie di persone che sono senza occupazione ma non la cercano nemmeno più, perché sfiduciati. E dalle ultime notizie emerge anche un paradosso: non solo la disoccupazione aumenta, penalizzando i giovani, ma, paradossalmente, i più occupati risultano gli over 50. Una situazione decisamente disagiante, che sta portando anche ad un aumento del livello di povertà nel nostro Paese, che probabilmente non si registra in nessun altro Paese e che, come spesso sottolineato, può essere considerata risultato delle attuali norme pensionistiche in vigore che costringono i lavoratori più anziani a rimanere sempre più a lungo a lavoro, tagliando letteralmente fuori dal mondo occupazionale i giovani.




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di Luigi Mannini pubblicato il