Deliveroo, lavoratori in protesta no al cottimo, non siamo schiavi

I lavoratori hanno chiaramente manifestato il loro no al cottimo esprimendo pieno disappunto per le condizioni in cui sono costretti a lavorare e ricordando ai dirigenti di non essere affatto schiavi

Deliveroo, lavoratori in protesta no al

I lavoratori Deliveroo protestano contro il cottimo. Nuova forma di schiavitù


Il tempo passa e anche quelle che vengono ancora considerate occupazioni nuove iniziano ad affrontare problemi che all’ordine del giorno per quelle ‘vecchie’. Problemi che hanno costretto anche le multinazionali, certamente il nuovo potere globale, a fare i conti con le proteste dei lavoratori. È successo ad Amazon proprio nella settimana del Black Fryday, è successo a un altro colosso che ha dovuto confrontarsi con il malcontento dei lavoratori. Che hanno inscenato, indossando una maschera senza volto, un flash mob davanti alla sede italiana del colosso londinese. I lavoratori hanno chiaramente manifestato il loro no al cottimo esprimendo pieno disappunto per le condizioni in cui sono costretti a lavorare e ricordando ai dirigenti di non essere schiavi. Un grido che è rimasto inascoltato perché l’azienda ha fatto orecchie da mercante e non ha voluto accettare un confronto per discutere della situazione.

Lavoratori Deliveroo in protesta no al cottimo

Ma quale è il punto di rottura che ha portato i lavoratori Deliveroo alla drastica decisione di manifestare in pubblico il loro malcontento attraverso la forma del flash mob che è l’unica concessione alla modernità di uno schema che si ripete da sempre: e cioè il rifiuto di lavorare a cottimo. Una condizione che avvicina spaventosamente alla schiavitù perché impedisce, praticamente, di organizzarsi anche minimamente una vita capace di restituire il giusto spazio al lavoro. ‘Mai più consegne senza diritti’. Questo il claim di una protesta che, almeno stando alle reazioni, non ha fatto breccia nella dirigenza del colosso londinese visto che non c’è stata alcuna reazione ufficiale da parte dell’azienda. Nemmeno il megafono ad amplificare la richiesta di un confronto è bastato a sbloccare la situazione di stallo così come non è bastata la decisione di battere le mani sulla vetrina trasparente per richiamare l'attenzione dei vertici.

Protesta non siamo schiavi

Ma cosa chiedono in poche parole i lavoratori con questa protesta? Il discorso è molto semplice e ruota attorno al fatto che il nuovo contratto prevede che la paga dei fattorini che lavorano in bici anche in giorni con rischio neve, è stata trasformata in una paga a cottimo. E no al cottimo è la motivazione che ha spinto questi lavoratori a dire con forza “Non siamo schiavi” viste le condizioni in cui sono costretti a lavorare. Tra le altre cose anche la comunicazione di questa importante novità è avvenuta tramite il semplice invio di una email. I rider, perciò, hanno chiesto l'apertura di un tavolo con l'azienda per discutere dei contratti e dei loro diritti di lavoratori. Dallo stipendio, all'assicurazione fino alle ferie e ai contributi.

Per non parlare del fatto che i deliver sono considerati dall’azienda dei semplici lavoratori e se riescono a guadagnare più di cinquemila euro l’anno sono costretti o a licenziarsi o ad aprire una partita iva. In queste condizioni essere pagati con un criterio che tiene presente un minimo garantito per ogni ora (5,60 euro all’ora) che può essere integrata con il numero di consegne effettuate in quell’ora bene. Ma pensare invece di percepire una retribuzione esclusivamente basata sul numero delle consegne per i lavoratori equivale alla follia perché non si tengono in considerazioni variabili importanti quali il clima che spesso non è dei migliori per chi fa consegne a domicilio su una bicicletta. Tra le altre cose non è prevista alcuna assicurazione quindi in caso di infortunio il peso cadrebbe solo sulle spalle del lavoratore. Oltre al danno la beffa, insomma.