Disoccupazione risale a gennaio. Record occupazione femminile e giovanile per Istat

L'Istat pubblica nuovi darti sulla disoccupazione a Gennaio che cresce ancora. Ma rimangono delle forti perplessità sulla verità di questi numeri Istat, disoccupazione giovanile ai minimi dal 2011. Record positivo per l'occupazione femminile

Disoccupazione risale a gennaio. Record

Istat, disoccupazione giovanile ai minimi dal 2011. Record positivo per l'occupazione femminile


Nuovi dati sulla diosccupazione a Gennaio 2018, con quella giovanile che diminuisce ai valori record dal 2011 e cresce anche l'occupazione femminile. Ma nonostate questi dati positivi, in generale risale,s eppur margilmente, rispetto l mese predente allo 11,1%. Il problema, poi, rimangono sempre quelle persone che hanno rinunciato a cercare lavoro e i tanti contratti a chiamata o determinati. Solo il 20% dei nuovi contratti è indterminato.

Detto questo, ripubblichiamo una analisi che avevamo già proposto di un importante economista ed espoerto sui numeri che non tornano sulla disoccupazione su cosa non quadra che va ben al di là dei contratti a tempo determinato. E non torna in Italia e in Europa

Cosa non quadra

La disoccupazione, soprattutto quella giovanile, rappresenta un parametro molto importante per capire lo stato di salute di un’economia. Anche perché un tasso di disoccupazione alto sottintende una problematica che da quello economico si può trasferire facilmente a un livello sociale. L’Italia, da questo punto di vista spesso ha vestito la maglia nera tra i partner europei.
E i recenti passi avanti, testimoniati anche dai dati pubblicati dall’Istat sembrano confermarlo. Ma tuttavia i risultati conseguiti dal Belpaese perdono parte della loro importanza se raffrontati a quello che sono riusciti a fare gli altri paesi dell’Unione Europea che possono spesso mettere sul banco risultati molto più incoraggiante anche per quel che riguarda la crescita del Pil e della produzione industriale. 

C’è qualcosa che non quadra, anche secondo l’economista Antonino Iero che ha pubblicato a riguardo un interessante articolo, insomma, nel quadro italiano. I conti sembrano non tornare e la situazione sociale, alla vigilia di elezioni politiche segnate dall’incertezza più totale, assomiglia più a una bomba che a un’opportunità.

Le perplessità scaturiscono da una semplice constatazione: rientrano nel novero degli occupati anche persone con più di 15 anni che hanno lavorato almeno un’ora nel corso della settimana. Va bene la rivoluzione del mercato del lavoro, va bene il Jobs Act, ma effettivamente considerare un impiego regolare quello che necessita una sola ora di lavoro settimanale è forse eccessivo.

Almeno curioso, se si prendono in esame i criteri che servono a stabilire quando si può parlare di disoccupazione. Criteri condivisi a livello internazionale. Per essere considerati disoccupati bisogna avere un’età compresa tra i 15 e i 74 anni, non essere occupati secondo la definizione prima specificata, essere disponibili ad accettare un’offerta di lavoro nell’arco delle prossime due settimane ed aver attivamente cercato un’occupazione nelle quattro settimane precedenti quella di riferimento.

La perplessità

Ecco, il dubbio che scaturisce da questa semplice considerazione riguarda l’Europa e l’Italia.
Probabilmente la crisi che ha messo a dura prova la resistenza e l’esistenza stessa di migliaia di lavoratori nel corso di questi ultimi dieci anni, ha avuto come conseguenze collaterali anche quello di una certa tendenza che si riscontra da questi dati a sottostimare l’effettiva diffusione della disoccupazione. D’altra parte, la condizione di sofferenza in cui si trovano le classi disagiate in Italia appare confermata da diversi indicatori, non ultimo dei quali la ripresa di apprezzabili flussi migratori verso l’estero: le iscrizioni all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, registrate nel 2016 per solo espatrio, sono aumentate del 15,4% rispetto all’anno precedente, un incremento che ha interessato tutte le regioni ad esclusione del Friuli Venezia Giulia (nel 2016 si sono iscritte all’Aire per espatrio oltre 124 mila persone, ossia, in rapporto alla popolazione italiana, 2 ogni mille abitanti).

Poi vi sono altri dubbi....

Mentre da una parte si parla tanto di emigrazione e di andare a lavorare all'estero che sembra avere la disponibiità di molti italiani e non soo giovan, arriva una ricerca a sfatare questa idea che cerca di spiegare anche ulteriori elementi sulla soddisfazione sul lavoro. 

Lo studio, basato su alcune migliaia di interviste, è stato realizzato da Findomestic insieme a Doxa e il primo dato che emrge in controtendenza con altre ricerche è che la metà degli italiani è disposta pur di restare vicino a casa a non avere un lavoro, rimanere disoccupati, e pure di fare a meno di un percorso professionale di crescita. E tre quarti degli uitaliani si discono contenti di esere vicini al propri ufficio, mentre solo il 20% rinuncerebbe a tutto pur di fare la professione dei propri sogni. Il dato centrale sono gli affetti, le persone care, la famiglia e gli amici e, poi, le proprie abitudini radicate sul territorio.

Oltre il 60% è contento del rapporto che vi è tra le propria vita e il lavoro, ma quelli che pensano
davvero dia ver raggiunto un livello ottimo di questo aspetto è solo il 10%. Il tempo libero è
fondamentale per le proprie passioni, la famiglia, praticare una attività sportiva e fare viaggi.
E non caso, i lavoratori tra i miglioramenti che vorrebbero fosseor offerti dai propri datori di lavoro
vi èu orario più gestibile personalmente e i taluni casi il lavoro a distanza, il telelavoro.
Altre richieste sentite sono i ticket e buoni pranzo, spesa, benzina e anche entrano in classifica i
coupon sconto, soprattuto di prodotti tecnologici. Avere sconti o servizi assicurati e sanitari compresi o come detto almeno con particolari accordi è richiesto da più di un terzo.

Quasi l'80% è contento di andare in ufficio e dell'ambiente in cui si trova così, ma non è così positiva la percezione di due elementi come lo stipendio dove oltre il 50% non lo ritiene adeguato, così la mansione che fa rispetto alle sue capacità e studi. E ancora poco meno del 40% pensa di lavorare in una realtà dove è possibile una crescita professionale e di avere oppurtuntà reali di carriera. Tra i 35 anni e i 44 anni, soprattutto, visti questi elementi si prova a cambiare azienda o almeno ci tenta il 60%.

E ulteriori paradossi

Il paradosso, per chi non lo sapesse, è la descrizione di un fatto che contraddice in maniera evidente un’opinione comune, data per scontata. E in un momento di crisi economica così profonda, come quello che, si spera, il mondo sta riuscendo finalmente a mettersi alle spalle, proprio il lavoro rappresenta un paradosso. Intere trasmissioni dedicate alla disoccupazione, il lavoro, soprattutto quello giovanile trattato, e non senza ragioni, come un’emergenza nazionale. E poi? E poi si scopre che invece il lavoro lo trova chi non lo cerca. Più paradossi di così si muore. Vediamo di capire meglio quali sono i motivi che hanno spinto il mercato del lavoro italiano verso questo paradosso.

Per spiegare il paradosso che in Italia il lavoro lo trova chi non lo cerca basta analizzare alcuni dati che fotografano quello che è successo negli anni che vanno dal 2008 al 2013. Anni in cui la crisi economica planetaria ha avuto la sua fase più acuta anche in Italia dove la disoccupazione è schizzata in su del 3,5% rispetto alla popolazione di età compresa tra i quindici e i sessantaquattro anni. La quota di occupati, nello stesso periodo scendeva di 3,1 punti, mentre quella di inattivi di un altro 0,4 per cento.

Una volta terminata la fase certamente più dura, quando finalmente si iniziava ad intravedere la luce in fondo al tunnel, parliamo degli anni che vanno dal 2013 al 2017 terzo trimestre compresa, la quota di occupati è aumentata di 2,82 punti percentuali, assorbendo più inattivi e meno disoccupati. La crescita della quota di occupati, fin qui recuperata, proviene quindi per il 73 per cento da coloro che si erano dichiarati fuori dal mercato del lavoro. Questo significa per l’appunto che sono gli inattivi, cioè per l’appunto coloro i quali per una ragione o per un’altra hanno smesso definitivamente di trovare il lavoro, a rappresentare, guarda un po’, la fascia di disoccupazione più ‘sensibile’ al richiamo del mondo del lavoro.

Continuando in questo viaggio all’interno del mondo del lavoro e di questo paradosso, bisogna capire i motivi che stanno alla base del fatto che il lavoro lo trova chi non lo cerca. Un aspetto che può aprire squarci interessanti è quello di valutare la circostanza che le performance più convincenti da parte dei lavoratori inattivi emergono anche osservando le serie mensili destagionalizzate delle forze di lavoro. Dal settembre 2013 all’ottobre 2017 il numero di occupati compie un balzo in avanti di quasi un milione di unità. I disoccupati calano di circa 230mila, mentre gli inattivi sono poco più di un milione.

È possibile quindi che gli inattivi abbiano iniziato a cercare attivamente lavoro subito dopo l’intervista mensile, ottenendo un perentorio successo. Comunque un fatto è certo. Le difficoltà di funzionamento nel Belpaese di un mercato del lavoro trasparente e meritocratico potrebbero essere rintracciate nel fatto che per trovare un lavoratore i datori di lavoro si rivolgono in prevalenza direttamente a parenti o amici e non ai centri per l’impiego. Il vituperato, ma purtroppo sempre attuale, familismo amorale di cui tanto si discetta ma contro cui poco di concreto si è realizzato. Secondo questa ipotesi, il maggiore flusso da inattivi a occupati che da disoccupati a occupati è determinato più dalle azioni dei datori di lavoro che da quelle dei disoccupati.