Fca, lavoratori Maserati inviano lettera. Preoccupati di sentir che tutto va bene

Il timore dei lavoratori è di rimanere con il cerino in mano. La cassaintegrazione massiccia dello stabilimento Maserati non consente ottimismo, hanno denunciato i lavoratori che chiedono chiarezza

Fca, lavoratori Maserati inviano lettera

L'ottimismo dei messaggi ufficiali non coincide con le sensazioni dei lavoratori Maserati di Grugliasco. Che hanno scritto una lettera.


I lustrini e le paillettes di un futuro descritto con una dose massiccia di ottimismo non bastano a placare le preoccupazioni dei dipendenti del gruppo Fca. Sembra proprio che dirigenza e lavoratori siano orientati su due direttrici opposte che in qualche modo fanno emergere la dicotomia che esiste tra le promesse di un futuro roseo e la realtà vissuta da chi la fabbrica la frequenta quotidianamente. Una realtà che non lascia spazio ai sogni. Almeno queste sono le preoccupazioni dei lavoratori Maserati che hanno deciso di inviare una lettera per spiegare le motivazioni delle proprie preoccupazioni. La principale è quella di sentire che va tutto bene quando, evidentemente, le condizioni di lavoro dicono altro.

Fca, lavoratori Maserati inviano lettera

Questa è la situazione attuale che si respira nel gruppo Fca allo stato attuale. Almeno questo è quanto è emerso dall’iniziativa presa dai lavoratori Maserati di Grugliasco che hanno pensato di inviare una lettera alla società nella quale esprimono tutta la loro preoccupazione per un futuro che, al contrario dei proclami e dei messaggi ufficiali, appare tutt’altro che roseo e radioso. Il rischio principale riguarda, ovviamente, il mantenimento dei livelli occupazionali.

Questo è quanto è emerso dalla lettera prodotta dai lavoratori iscritti al sindacato Fiom-Cgil che non hanno esitato a mettere in piazza tutte le loro preoccupazioni. A cominciare dall’utilizzo massiccio della cassa integrazione che negli ultimi due anni è stata utilizzata in maniera pressoché continuativa. Una situazione che peggiorata con la richiesta del contratto di solidarietà che prevede poco meno di mille esuberi temporanei.

I lavoratori sono preoccupati di sentir che tutto va bene

Il quadro, come è evidente, non è di quelli migliori dunque. Certamente non lo è dal punto di vista delle prospettive per un gruppo che produce un’auto che si colloca in un settore di mercato molto ristretto e per questo iper competitivo. E le preoccupazioni dei lavoratori e delle lavoratrici crescono in misura direttamente proporzionale ai messaggi ufficiali che non hanno minimamente preso in considerazione questi problemi. I lavoratori sono stanchi di sentire che tutto va bene perché poi la sorpresa, in questo caso pessima, potrebbe essere dietro l’angolo e allora almeno si vorrebbe conoscere con maggiore precisione e serietà il proprio destino.

Fatti e non chiacchiere sono le richieste che emergono in maniera chiara ed inequivocabile nella lettera che i lavoratori Maserati hanno indirizzato alla propria azienda. Lettera che contiene anche l’augurio che il tavolo richiesto dalla regione Piemonte, dal comune di Torino, dalle organizzazioni sindacali con la proprietà ßerva a dare indicazioni chiare e precise su quelle che sono le intenzioni e le azioni da mettere in atto per salvaguardare l'occupazione", augurandosi "che questo appello non cada nel vuoto. La lettera è stata firmata da 782 dipendenti della Maserati di Grugliasco.

La precedente settimana di cassaintegrazione

A essere coinvolti in un'altra settimana di fuoco sono tutti i 1.683 lavoratori dello stabilimento di Grugliasco. Non si tratta di una ipotesi su cui le parti stanno ancora trattando per cercare di trovare una soluzione alternativa. La decisione è infatti ufficiale ed è stata confermata dalle stesse organizzazioni sindacali. Più precisamente dal 12 febbraio al 16 febbraio lo stabilimento della Maserati rimarrà chiuso con i dipendenti fermi ai box ovvero in cassa integrazione. Agli stessi sindacati non resta per il momento che sollecitare l'incontro tra la stessa Fiom, le altre organizzazioni a rappresentanza dei lavoratori, Regione e Comune per chiedere un confronto con Fca. 'Incertezza è inevitabile quando si prospetta una situazione di questo tipo: da una parte Fca può esibire positivi dati sulla vendita e sul riscontro commerciale della clientela. Ma dall'altra non si capisce come il ricorso alla cassa integrazione e Comun agli ammortizzatori sociali sia in costante aumento. E il caso di Maserati a Grugliasco, a pochi passi da Torino, è emblematico di questa apparente contraddizione. E tra le organizzazioni sindacali di categoria c'è chi lancia con un po' di amarezza la provocazione che Detroit è adesso lontana. E lo fa con riferimento al mancato raggiungimento dell'obiettivo della piena occupazione nel 2018, così come ammesso dall'amministratore delegato Fca Sergio Marchionne.

Che la situazione sia critica è dimostrato anche da quanto avviene al di là dello stabilimento di Grugliasco. La Fiom mette infatti al centro dell'attenzione pubblica i casi di Mirafiori, Pomigliano e Nola, sollecitando investimenti per rilanciare gli stabilimenti italiani. Secondo la Federazione Impiegati Operai Metallurgici bisogna fare in fretta per aprire la vertenza già a partire dalla scadenza di settembre del contratto di solidarietà a Mirafiori e quindi negli stabilimenti campani. Anche in questo caso i rappresentanti dei lavoratori mettono in evidenza le contraddizioni esistenti ovvero quello che definiscono un disallineamento tra il piano produttivo, occupazionale Fca e gli ammortizzatori sociali.

Se Fca è sul punto di azzerare il debito industriale, è il ragionamento della Fiom, non possono essere i lavoratori a pagare il prezzo. Al contrario, spingono per individuare le risorse per gli investimenti per il rilancio delle produzioni in Italia, a iniziare dalla realizzazione del piano occupazionale con i nuovi modelli Maserati e Alfa entro il 2018 e l'implementazione della gamma con modelli ibridi ed elettrici.

E resoconto ulteriore sciopero 10 giorni fa

Tutto è andato al di sotto delle aspettative. Stando infatti a quanto dichiarato da Fca, la partecipazione dei lavoratori allo sciopero è stata piuttosto scarsa. E anzi, in alcuni casi si è rivelata perfino irrisoria. A Pomigliano D'Arco (Napoli), ad esempio, avrebbero preso parte due operai su 1.275 presenti del primo turno nello stabilimento (dati Fca). Di conseguenza i disagi sono stati inesistenti e la macchina produttiva è andata avanti senza complicazioni. Stessa cosa, in realtà, anche altrove, considerando che secondo l'azienda del Lingotto, nessuna adesione è stata registrata negli stabilimenti di Melfi, Cassino, Termoli, Cento, Pratola Serra. A chiudere il cerchio, si registra la partecipazione di un solo lavoratore su 841 della fabbrica di Termoli.

Si può allora parlare di fallimento dello sciopero generale di otto ore proclamato in tutti gli stabilimenti italiani di Fca dal Coordinamento operai autorganizzati? I numeri Fca sembrano parlare chiaro: al primo turno, nessuna adesione negli stabilimenti di Verrone, Cento, Atesta Plastic Unit, Cassino, Melfi, Pratola Serra e Mirafiori Carrozzerie. Due adesioni a Pomigliano su 1275 operai, equivalenti allo 0,16%, nessuna adesione tra gli impiegati. A Termoli, una sola adesione tra gli operai su 841 presenti, pari allo 0,12%. Nessuna partecipazione tra gli impiegati. La società rende noto che il turno centrale ha visto la totale partecipazione dei lavoratori.

I fatti di cronaca riferiscono invece di circa 150 lavoratori aderenti ai Si Cobas sugli svincoli che dalla strada statale 162. Solo a distanza di alcune ore la situazione si è normalizzata. Complicazioni sulla statale in direzione Napoli e in direzione Nola. Alla base della protesta c'è il piano industriale di Fca che, a detta dei manifestanti, non è sufficienti a garantire il futuro occupazionale dei lavoratori. Nel mirino anche la gestione aziendale degli ammortizzatori sociali da parte di Fca e la mancata applicazione della rotazione.

In politica qualche tempo fa, si utilizzava l’espressione “Piazze piene, urne vuote” per provare a spiegare quello strano fenomeno che consiste nella non corrispondenza tra l’entusiasmo mostrato da potenziali elettori durante le iniziative di piazza che infiammano di solito le campagne elettorali e il risultato deludente del voto stesso. Con le dovute differenze questo slogan potrebbe essere adattato anche ai lavoratori, anche impiegati, della Fca che se da un lato registra un buon andamento delle vendite delle proprie autovetture, dall’altro farà nuovamente ricorso alla cassa integrazione anche nel mese di Aprile. Questo è quello che ha reso noto la Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil, aggiungendo che il provvedimento è stato preso per diverse realtà torinesi del Gruppo. La situazione, come è evidente, peggiora dunque per migliaia di dipendenti.

Ed aprile cassa integrazione

Che le cose non stiano poi tanto bene per i lavoratori Fca non lo dimostra solo la cassa integrazione prevista ad aprile. Anche il piano industriale per alcuni stabilimenti, come ad esempio quello di Pomigliano d’Arco, non è così chiaro. Come le prospettive per i lavoratori ormai abituati, purtroppo, a fare i conti con questa incertezza. Il caso in questione riguarda nello specifico 614 lavoratori del Centro Ricerche di Orbassano, 562 della Purchasing srl di Mirafiori e 224 di Mopar di None e Volvera.

Tutti stabilimenti torinesi dunque. La cassa integrazione è prevista per quattro giorni ad aprile: il 9, il 26, il 27 ed il 30 e questi lavoratori si aggiungono, come già accennato, agli oltre seimila addetti degli Enti Centrali. E anche in questo caso, si tratta per la maggior parte dei casi di impiegati piuttosto che di operai. A testimoniare che la situazione peggiora anche per una categoria di lavoratori, gli impiegati appunto, ritenuta quasi immune da questo genere di provvedimenti. Un quadro che i sindacati stentano a definire normale.

Questo provvedimento di cassa integrazione per migliaia di lavoratori, anche e soprattutto di impiegati in questa circostanza segue al provvedimento analogo attivato lo scorso dicembre e a marzo 2018. Quello che più non convince il sindacato dei lavoratori metalmeccanici della Cgil, ovvero la Fiom, è che questi provvedimenti vengono presi in un clima davvero surreale visto che in fabbrica si attende, un po’ come succede con un qualsiasi Messia, l’agognato investor day di giugno. Ma fino ad allora i lavoratori, e questa è una chiara richiesta della Fiom hanno diritto a conoscere con precisione il futuro aziendale. A maggior ragione dopo che hanno sostenuto davvero enormi sacrifici per tenere in piedi la baracca.

Nuovi modelli, ma fuori Italia

La nuova Fiat Punto 2019 non dovrebbe essere prodotta a Pomigliano, come si credeva e in molti speravano, ma nello stabilemento di Kragujevac in Serbia dove già si produce la Fiat 500L. Ma la fabbrica italiana dovrebbe avere, romai quasi sicuramente, la produzione della cosidetta Mini Jeep, un mini Suv che è l'unico modello di cui si l'ufficialtà in quanto è stato anticipato dal responsabile di Jeep, Mike Manley, nello scorso salone di Detroit.

E la fabbrica migliore per costruirlo, quella più adatta, sia come conoscenze del personale che come infrastruttura tecnica è quella di Pomigliano dove c'è la Fiat Panda 4x4 la cui meccanica dovrebbe essere molto vicina.

Vi potrebbero essere, secondo indiscrezioni, due nuovi Suv, non uno solo e quest'ultimo potrebbe andare anch'esso in Serbia. Oppure il secondo Suv non sarebbe altro che la versione minore dell'Alfa Romeo STelvio, ma a questo punto andrebbe probabilmente ad essere realizzata a Mirafiori. Infine, la produzione dalla Panda, dovrebbe essere spostata a Tichy in Polonia, come aveva già fatto intendere Marchionne, quando aveva spiegato che le auto di gamma elevata, le più complesse da assemblare, sarebbe state fatte in Italia

Tuttavia saltano sempre alla memoria le parole del presidente Marchionne rilasciate a Bloomberg, nel passaggio in cui ammetteva di essere ben oltre il considerare se produrre un Suv. Come dire, quello che vedrà la luce sarà una vettura realmente speciale, in grado di distinguersi dalla concorrenza, ma sempre andando nel solco della tradizione e della riconoscibilità. Una Ferrari appunto. E definirla solo Suv potrà apparire terribilmente riduttivo.

E qui entrano in gioco incertezze, speculazioni e desideri. Si tratterà di un Suv o di un crossover con prestazioni sicuramente elevate e finiture di lusso e perfette su strada? C'è già chi ha coniato un nuovo termine per inquadrare il nuovo veicolo made in Maranello: Fuv ovvero Ferrari utility vehicle con motore 8 cilindri a V da oltre 4 litri e 600 cv di potenza per differenziarlo dal Suv cioè Sport Utiliy Vehicle.

Timori per piano quinquennale

Mentre Sergio Marchionne chiuse l’operazione di fusione tra Fiat e Chrysler, c’era qualcuno che storceva il naso. Ma a distanza di qualche anno la straordinaria capacità visionaria del manager italiano è stata premiata dai risultati visto che quell’operazione ha permesso all’azienda automobilistica italiana di riprendere vigore ed evitare la scomparsa. Un destino che sarebbe stato ineluttabile analizzando l’evoluzione di un mercato che vede competere gruppi sempre più grandi. Il successo di Fca è conclamato dal piano industriale in preparazione e che mostrerà al mercato un’azienda dinamica e in piena forma che proverà a conquistare altre fette di mercato grazie ai suoi modelli che hanno fatto dell’innovazione la priorità assoluta. La Jeep, in questo processo sarà in prima fila.

Sembra passato un secolo dai tempi in cui la Fiat rischiava grosso. Un’azienda che appariva ormai decotta, incapace di mutare pelle e di adattarsi alle novità di un mercato che concedeva sempre meno ai piccoli gruppi industriali nazionali, residuato di quel capitalismo novecentesco inghiottito da una globalizzazione spietata che poi è quella che governa ancora l’economia globale. L’intuizione e la capacità manageriale di Sergio Marchionne impedì che quel destino si compisse ed oggi, grazie alla fusione con Chrysler Fca è una delle aziende più solide nel panorama internazionale.

Più solida e anche più dinamica come dimostrano le novità contenute nel piano industriale in preparazione. A partire, per esempio dal nuovo modello della Jeep Cherokee, sempre in prima fila nella stagione del riscatto o regionali come l’inedita interpretazione del robusto pick-up Ram 1500. Modelli destinati ad ampliare il raggio d’azione del più internazionale dei brand di Fca, che si affaccia nel 2018 puntando a vendere oltre due milioni di vetture.

Marchionne parlando a Detroit in occasione di uno dei saloni per l’auto più importanti del mondo ha sottolineato che il successo di Jeep, sempre in prima fila nella strategia di rilancio dell’azienda italiana diventata una multinazionale, è uno dei principali fautori dell’indipendenza di Fca da legami con altri gruppi automobilistici e che l’azzeramento del debito è a portata di mano ma, soprattutto, ha aggiunto il capitolo riguardante Ferrari che, nel 2020 darà alla luce il suo primo Suv.