Filantropia, In crescita ma ancora poco organizzata e ulteriori

La filantropia e le associazioni sono in costante aumento, ma c'è una certa mancanza di organizzazione

Filantropia, In crescita ma ancora poco

Boom per il settore della filantropia internazionale


Aumento il numero delle associazioni e fondazioni filantropiche in Italia, con il 44% delle 260 mila fondazioni censite sono state fondate dopo il 2000 e un tesoro getsito di 86 miliardi

Cresce la filantropia e le associazioni a livello italiano e non solo. Ma nel frattempo aumenta anche la povertà a dismura in Italia, come mai prima e il rischio e che si aggravi sempfe più nonostante le smentite. Ma i numeri non mentono e le soluzioni sembrano essere davvero poco efficaci.

Filantropia in crescita

Filantropia sì, ma solo a determinate condizioni. La prima analisi sui dati delle pratiche e dei trend svela come in tutto il mondo ci sia un'attenzione crescente nei confronti di chi è rimasto indietro, ma con due incertezze. La prima riguarda la pratica ristretta in alcuni ben precisi settori. In seconda battuta viene quasi da sorridere quando si apprende che tra le varie fondazioni c'è poca collaborazione.

Ma il Global Philanthropy Report svela anche altro. Due dati sono particolarmente interessati. Il primo riguarda la somma di denaro gestito che, report alla mano, si aggira attorno a 1,5 trilioni di dollari. Il secondo l'età del fenomeno. La filantropia ha subito un'accelerazione negli ultimi 25 anni, la fascia di tempo in cui ha preso forma la maggior parte delle 260.000 fondazioni a livello internazionale.

Prima di questo periodo assumeva forse altre forme.Commissionata dalla banca svizzera Ubs e condotta dai ricercatori dell’Hauser Institute for Civil Society della Harvard Kennedy School, un passaggio è dedicato anche all'Italia che mette adesso in mostra, si legge testualmente, un quadro giuridico e fiscale che ha incoraggiato la crescita del suo settore filantropico.

In ogni caso, il nostro Paese è in grado di mettersi alla spalle Paesi come Francia, Austria e Norvegia, ma è comunque molto lontano dalla Germania in testa alla classifica. E a proposito di benefattori, la metà delle fondazioni (o almeno quelle oggetto di questa ricerca) non ha personale retribuito o dispone comunque di un budget insufficiente, inferiore a un milione di dollari


Ma la povertà in Italia....
 

C'è poco da stare allegri se 5,7 milioni di lavoratori rischiano la povertà entro il 2050. La cifra e la data sono saltati fuori dal rapporto Millennials, lavoro povero e pensioni: quale futuro?, realizzato dal Censis per Confcooperative. Il problema è che le ragioni sono sempre le solite: ritardo nell'ingresso nel mondo del lavoro, discontinuità contributiva, debole dinamica delle retribuzioni di molte attività lavorative. Significa che l'analisi è corretta da tempo, i punti critici sono stati perfettamente individuati, ma poco (e male) è stato finora fatto per dare una sterzata. Insomma, tra precari, neet, working poor e lavoro gabbia, si sta formando un esercito di 5,7 milioni di arrabbiatissimi lavoratori. E se questa tendenza non dovesse essere invertita, rischiano di alimentare le file dei poveri in Italia entro il 2050. I numeri sono chiari: i giovani sottoccupati sono 171.000, quelli con contratto part time involontario 656.000 e quelli impegnati in attività non qualificate 415.000.
A presentare lo studio ci ha pensato Andrea Toma della Fondazione Censis mentre i temi chiave sono stati affrontati da Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative. Più in generale, per i Millennials la pensione è un argomento quasi sconosciuto. Il 75% degli under 35 italiani afferma infatti di avere nozioni limitate o nulle sull'argomento. Non è che i loro genitori siano più informati, ma a ogni modo, per la maggior parte degli intervistati, i costi rappresentano il principale ostacolo all'utilizzo di fondi pensione complementari, concetto sbagliato in quanto le commissioni di questi prodotti sono molto più contenute di quelle dei fondi comuni e di altri servizi pensionistici privati. Tornando ai Millennials, l'alta disoccupazione e i contratti precari incideranno fortemente e, secondo il Censis, difficilmente raggiungeranno una pensione accettabile.

E già ora

Chi parla di ripresa e di crescita, di uscita dalle secche delle crisi e di intrapresa di un percorso luminoso, mente sapendo di mentire. Perché quando un rapporto extranazionale svela come siano 14,4 milioni gli italiani a rischio, una riflessione su cosa stiamo realmente facendo diventa indispensabile. Anche perché non si tratta solo di clochard, meritevoli della medesima tutela, intendiamoci. Ma anche di giovani e di intere famiglie sparse lungo lo Stivale. Ci sono due dati che nel focus di Eurostat fanno suonare un campanello d'allarme. Il primo è il trend, che travalica il dato assoluto sul numero di italiani a rischio. Rispetto allo scorso anno, la quota di cittadini a rischio indigenza è salita al 28,7 per cento. In confronto a quanto accade al di fuori dei nostri confini, la media è certamente più bassa: 23,4 per cento. Sono tre gli indicatori tenuti in considrazione:

  1. il reddito, inferiore all'equivalente del 60% del reddito medio nazionale,
  2. la possibilità di subire gravi deprivazioni, come la difficoltà a scaldare l'abitazione o a mangiare carne o pesce un giorno su due, ma anche a pagare rate e bollette, e a possedere alcuni beni come l'auto, la lavatrice, un cellulare o un televisore a colori.
  3. fare parte di un nucleo con intensità lavorativa molto bassa, con meno del 20% di ore lavorate rispetto al potenziale dell'ultimo anno.

Questo dell'Ufficio statistico dell'Unione europea è solo l'ennesimo rapporto sullo stato di crisi del nostro Paese. Se il tasso di indigenza è la punta dell'iceberg perché mette in discussione la stessa sopravvivenza di milioni e milioni di nostri concittadini, altri indicatori gettano ombre scure su quanto è stato fatto fino a questo momento per raddrizzare la situazione e sulle prospettive future. Il tasso di disoccupazione - giovanile, ma anche tra gli over 50 - ha raggiunto livello insostenibili per una grande democrazia europea. La quota di lavoratori insoddisfatti, anche qualificati, è in costante crescita per via di stipendi al di sotto della media europea e con prospettive di crescita e di riconoscimento professionale poco incoraggianti. Per non parlare delle condizioni contrattuali con la solita quantità spropositata di partite Iva finte.

C'è poi un rapporto di inversa proporzionalità perché aumenta il tasso di italiano a rischio indigenza o comunque impossibilitati a uscire da questa situazione e diminuiscono le protezioni. Gli aiuti sono pochi e per pochi ovvero per chi si trova molto al di sotto della soglia di povertà. Provando a scoprire la percentuale di cittadini a rischio indigenza o esclusione sociale in Europa, vediamo che secondo Eurostat la situazione è la seguente:

  1. Belgio 20.7
  2. Bulgaria 40.4
  3. Repubblica Ceca 13.3
  4. Danimarca 16.3
  5. Germania 19.7
  6. Estonia 24.4
  7. Irlanda 26.0
  8. Grecia 35.6
  9. Spagna 27.9
  10. Francia 18.2
  11. Croazia 28.5
  12. Italia 28.7
  13. Cipro 27.7
  14. Lettonia 28.5
  15. Lituania 30.1
  16. Lussemburgo 19.7
  17. Ungheria 26.3
  18. Malta 20.1
  19. Olanda 16.8
  20. Austria 18.0
  21. Polonia 21.9
  22. Portogallo 25.1
  23. Romania 38.8
  24. Slovenia 18.4
  25. Slovacchia 18.1
  26. Finlandia 16.6
  27. Svezia 18.3
  28. Regno Unito 22.2
  29. Islanda 13.0
  30. Norvegia 15.3
  31. Svizzera 17.8

Redditi medi attuali, già male

La situazione negli ultimi anni si è evidentemente aggravata poiché in Italia infatti la percentuale di popolazione a rischio di povertà o di esclusione sociale è pari al 28.7%, superiore alla media europea. Eurostat ha contato 117 milioni e 470 mila persone a rischio povertà in tutti i Paesi membri, il 23,4% della popolazione totale. E di questi, una buona fetta è dunque italiana.

Tanti gli italiani tra i più poveri d’Europa, pochissimi coloro che percepiscono redditi elevati: un forte scompenso che pone i nostri cittadini tra coloro che percepiscono gli stipendi più poveri d’Europa e a fronte di preparazioni eccellenti e ruoli anche importanti. Ma il peso delle tasse sul guadagno mensile è troppo elevato rispetto alla somma salariale e se secondo i dati Eurostat del 2015 i gli italiani sono coloro che vivono peggio rispetto alle altre economie, nel 2016 metà dei contribuenti italiani ha redditi sotto i 16.400 euro e i 'ricchi', cioè chi guadagna oltre i 300 mila euro, sono pochissimi, appena 31.700 su 40,7 milioni (lo 0,1%).

Sono diverse le fasce in cui può essere divisa la popolazione italiana: partendo dai più poveri, che rappresentano il10% degli italiani, il reddito si aggira intorno ai 6.700 euro all’anno, ma c’è chi guadagna anche meno. Si tratta di un reddito che se paragonato ad altre economica risulta comunque molto basso, considerando che in Francia la popolazione più povera guadagna il doppio della cifra appena indicata per i ‘poveri’ italiani. Passando al 10% della popolazione che costituisce la fascia media, basti pensare che i danesi ‘poveri’ guadagnano di più, mentre per quanto riguarda la fascia che dovrebbe essere alta, sono solo poche migliaia gli italiani che guadagnano oltre i 200 mila euro all’anno, mentre il Regno Unito è il Paese con la più alta percentuale di ricchi.

Stando a quanto riportano le ultime notizie, reddito complessivo totale dichiarato ammonta a circa 833 miliardi di euro per un valore medio di 20.690 euro, in crescita dell’1,3% rispetto al 2014 con i redditi da lavoro dipendente e da pensione che rappresentano circa l'82% del reddito complessivo dichiarato, mentre, sempre secondo le ultime notizie, i lavoratori autonomi hanno il reddito medio più elevato, pari a 38.290 euro. Il reddito medio per categorie di lavoratori è rispettivamente:
per i lavoratori dipendenti pari a 20.660 euro;
per i pensionati pari a 16.870 euro;
per partecipazione in società di persone ed assimilate pari a 17.020 euro;
per i lavoratori autonomi pari a 38.290.
Complessivamente, 40,8 milioni sono i contribuenti che hanno presentato la dichiarazione Irpef nell'anno d'imposta 2015, in lieve aumento (+0,1%) rispetto all'anno precedente, mentre il reddito complessivo ammonta a circa 833 miliardi di euro per un valore medio di 20.690 euro (+1,3% rispetto al 2014). Tuttavia il 45% dei contribuenti, che dichiara solo il 4,5% dell'Irpef totale, si colloca nella classe di guadagno fino a 15mila euro. Nella fascia tra i 15mila e i 50mila euro si colloca il 49% dei contribuenti, che dichiara il 57% dell'Irpef totale, mentre solo il 5,2% dei contribuenti dichiara più di 50.000 euro, versando il 38% dell'Irpef totale. Rispetto all'anno precedente, aumenta sia il numero dei soggetti che dichiarano più di 50mila euro (+65mila) sia l'ammontare dell'Irpef dichiarata (+1,9 miliardi di euro).