Germania cresciuta economicamente come non mai si prepara una via di fuga da Europa

La Germania naviga sempre più nell'oro, ricca come non mai. Ed è pronta anche all'uscita dell'euro per portare avanti il suo modello di dominio ai danni di tutti, Italia in primis

Germania cresciuta economicamente come n

La Germania naviga nell’oro. Ed è stato tutto accumulato negli ultimi 70 anni


Negli ultimi 70 anni la Germania ha accumulato più oro di sempre ed in una posizione nei vari parametri economici assolutamente individiabile. Ed è pronta per questa a lasciare l'ue epr proteggersi e difendere se stessa a discapito delle altre nazioni, Italia compresa.

La Germania, con il ritorno efettivo al potere della Merkel è pronto a riprendere le redine dell'Europa e dell'Ue e sembra addirittura analizzare possibili via d'uscita dall'euro per proteggere soprattutto se stessa. Nel frattempo l'economia tedesca sta sempre meglio, con un record dell'oro accumulato, ma non solo.

Germania oro record e via d'uscita da Ue per salvare se stessa

Non si sa bene se meravigliarsi di più per le 3.374 tonnellate di oro che fanno della Germania il primo Paese d'Europa e il secondo del mondo per riserve, oppure per la rapidità con cui è riuscita ad accumulare questo tesoro. Basti solo ricordare che alla fine dell'ultima guerra mondiale, i suoi forzieri erano stati completamente svuotati. Tuttavia grazie al surplus delle partite correnti dagli anni cinquanta, la situazione non solo si è rimessa in sesto, ma è diventata floridissima.

Tutto è stato fatto alla luce del sole, al pari dei dati contenuti nel libro di 160 pagine Das Gold der Deutschen, in cui sono ricostruite tutte le vicende recenti e si risponde in maniera più o meno esaustiva alle domande dei cittadini tedeschi sull'oro della Bundesbank. Non senza una punta di orgoglio si parla di miracolo economico tedesco dopo la seconda guerra mondiale.


Dal passato al presente, le cose vanno alla grande per la Germania, dalla crescita del Prodotto interno lodo al 3% alla disoccupazione al 3,6% fino ad arrivare a un surplus commerciale record da 300 miliardi di euro, non sembrano esserci nubi all'orizzonte.

Eppure i maggiori economisti tedeschi non nascondono qualche preoccupazione di troppo. Succede però che l'Unione europea non vive il suo periodo più brillante ed ecco che è allo studio il modo per favorire l'uscita indolore da parte degli sconti. E anche senza citarla esplicitamente, il riferimento velato è anche per l'Italia. Stando alla proposta allo studio, la legislazione comunitaria dovrebbe prevedere una procedura di uscita dall'Eurozona al pari del famigerato articolo 50 del Trattato di Lisbona appellato dalla Gran Bretagna.

Germania domina sempre

L'Italia sembra pronta a recipire il nuovo disegno Europea di gestione e di Governo, e nessuno o quasi degli attuali politici sembra essere decisamente contrario, soprattutto al Fiscal Compact ma è un disegno che se dovesse passare andrebbe contro i nostri stessi interessi e ancora una volta in favore delle economie più potenti come la Germania

Come vedremo sotto, l'Unione Europea si è detta preoccupata da due fattori principali, la mancata crescita e il debito che continua a salire, oltre che per la situazione delle banche. Di seguito vedremo, le posizioni dell'Ue, ma ci sono anche analisti che sottolineano come il nostro debito sia in realtà cresciuto nonostante le politiche di austerity molto meno rispetto a quello della Francia e ancora meno rispetto a Gemania e Giappone a cui nessuno indica la minaccia di fallimento o default. Tra l'altro il debito in Italia è in mano per due terzi ai cittadini italiani stessi che hanno un risparmio molto più alto privato degli altri stati mondiali.
Il secondo problema è la mancata crescita, ma oltre ad una evidente della nostra classe politica, tutto viene deciso anche dalla forte austerity che ci è stata imposta e non è servita a nulla, se non arricchirre le casse di altri Stati, in primis e soprattutto la Germania.

Il Fiscal Compact

Il vero problema è che nel nuovo sistema europeo dovrebbe entrare il Fiscal Compact che ci obbligherebbe a nuove tasse e sacrifici per bloccare il debito e conseguirne sempre la parità. Questo non farebbe altro che alimentare sacrifici e difficoltà ancora maggiori per l'Italia seguendo una politica filo tedesco che gestisce l'Europa. 
SE si aderisse al Fiscal Compact dovrebbe esserci una vera Unione Europea con un sistema di muta solidarietà, un vero Parlamento Europeo, e debiti condivisi da tutti con un sistema di obbligazioni europeo.
Altrimenti si continuerà sempre su questa stra e sul rischio del fallimento e del commissariamento, o per qualcuno detto, anche di controllo da parte della Germania stessa.

I rischi per l'Italia

C'è molta preoccupazione e incertezza per l'area Euro e la stabilità finanziaria con la possibilità di forti storni per la gestione dei tassi e del loro probabile rialzo che è la stessa Bce a mettere l'avviso di pericolo che diventa più forte per l'Italia, sia per le banche che le imprese senza contare l'avvertimento già ricevuto per l'iter attuale
Le principali banche centrali si preparano ad aumentare i tassi ma, nonostante nota l'operazione, i mercati sono ancora poco consapevoli di quanto a breve potrebbe accedere e si tratta di una inconsapevolezza. L’operazione secondo gli esperti porterà a storni repentini ed improvvisi che interesseranno soprattutto azioni e bond. Ad avvertire di questa situazione ormai alle porte sarebbe stata, secondo le ultime notizie, la stessa Bce, spiegando che la decisione delle banche centrali dipenderebbe sostanzialmente dal momento di dubbi e incertezze che continuano a caratterizzare la politica dell'eurozona. L'aumento dei tassi da parte delle principali banche centrali non solo presuppone rischi non indifferenti per diversi bond ma anche per tenuta e sostenibilità del debito pubblico di alcuni Paesi membri della stessa Ue.

Italia sempre più debole

Il debito pubblico continua ad aumentare segno che la politica di austerity e il piano di tagli agli sprechi non riescono a sortire alcun risultato: sembra, infatti, che nulla funzioni nonostante si parla di profondo impegno volto alla riduzione del debito pubblico del nostro Paese che continua a far persistere uno stato di crisi generale da cui sembra sempre più difficile uscire. Stando a quanto riportano le ultime notizie Eurostat, nel nostro Paese il debito pubblico vola al 132% del Pil e, secondo Bankitalia, da aprile a luglio i debiti sono aumentati di altri 39,4 miliardi, raggiungendo quota 2.299 miliardi di euro. Questi recenti numeri sull'andamento del debito pubblico delineano i contorni di una situazione di crisi economica da cui risulta sempre più difficile uscire ma ci si chiede quale sia davvero la causa dell’impossibilità del nostro Paese di superare i problemi economici che continuano ad affliggere il Belpaese.

Le ultime notizie confermano come il debito pubblico in Italia sia ancora cresciuto. Secondo i recenti dati Eurostat, dal 2014 ad oggi il debito pubblico italiano è aumentato di 138 miliardi di euro arrivando a quota 2.218 miliardi di euro, dai 2.173 miliardi dell'anno precedente. Peggio dell’Italia ha fatto solo la Grecia, dove il debito pubblico ha raggiunto il 180% del Pil. Secondo Eurostat, in Italia nel 2016 il debito pubblico ha raggiunto il 132% del Pil, in rialzo rispetto al 131,5% del 2015 mentre l'ammontare del Pil italiano è risultato in crescita a 1.681 miliardi, dai 1.652 miliardi del 2015. E la crescita del debito pubblico è continuata anche in questo 2017: secondo Bankitalia, da aprile a luglio il debito è aumentato di altri 39,4 miliardi, toccando quota 2.299 miliardi di euro e nei primi sette mesi dell’anno il debito è aumentato complessivamente di 82 miliardi di euro. A nulla, dunque, è servita l’austerità.

A questi numeri si aggiungono quelli relativi, nello specifico, all’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche nel 2016, quando si è arrivati alla quota -41.937 milioni di euro, pari al 2,5% del Pil. Secondo le ultime notizie riportate nella seconda Notifica annuale sull'indebitamento netto e sul debito delle Amministrazioni Pubbliche (AP) Istata, riferita al periodo 2013-2016, trasmesso alla Commissione Europea in applicazione del Protocollo sulla Procedura per i Deficit Eccessivi (PDE) annesso al Trattato di Maastricht, il debito delle Amministrazioni Pubbliche negli anni 2013-2016 è risultato pari a 2.218.471 milioni di euro, pari al 132% del Pil e rispetto al precedente 2015 il rapporto tra il debito delle Amministrazioni pubbliche e il Pil è cresciuto di 0,5 punti percentuali.

Si tratta di numeri che dimostrano come il piano di riduzione e revisione della spesa pubblica non sia stato efficace o, come si dice da tempo, non sia stato proprio attuato. Del resto, tra misure di austerità che non hanno portato alcun risultato concreto positivo e mancata revisione della spesa pubblica non ci si poteva aspettare altro che ulteriori notizie negative sull’andamento dell’economia del nostro Paese rispetto alle altre europee che, seppur lievemente, sembrano tutte in riresa, ad eccezione, come sopra detto, del caso della Grecia.

Ma diminuisce in Germania

Se in Italia il debito pubblico continua ad aumentare e, come detto, peggio del nostro Paese è riuscita a fare solo la Grecia, decisamente opposta è la situazione in Germania. Guardando al di fuori dei nostri confini, infatti, tra il 2013 e il 2016 il debito pubblico è aumentato ovunque e unica eccezione è rappresentata dalla Germania: in Francia, il debito è salito di 4,1 punti; in Spagna, il debito è salito dal 95,5% del 2013 al 99,0% del 2016 pur riducendo il deficit di 2,5 punti, ma in Germania il debito, in quattro anni, è passato dal 77,4% al 68,1%. Un gran bel risultato ma decisamente in controtendenza rispetto all’andamento delle altre economie.

C'è molta preoccupazione e incertezza per l'area Euro e la stabilità finanziaria con la possibilità di forti storni per la gestione dei tassi e del loro probabile rialzo che è la stessa Bce a mettere l'avviso di pericolo che diventa più forte per l'Italia, sia per le banche che le imprese senza contare l'avvertimento già ricevuto per l'iter attuale

E Germania diventa sempre più ricca, stipendi più alti meno ore di lavoro

Lavorare tutti lavorare meno. Era un vecchio slogan utilizzato nella manifestazioni di piazza organizzate nel secolo scorso. Lavorare tutti lavorare meno. E fa un certo effetto che quello che è stato bollato in Italia come un vacuo ritornello ad uso e consumo di nostalgici sognatori, in Germania oggi rappresenta la sintesi delle agitazioni sindacali che stanno portando risultati concreti per i lavoratori tedeschi. Sia per quanto riguarda una riduzione dell’orario di lavoro settimanale.

Sia rispetto a prossimi aumenti salariali. Meno ore di lavoro a settimana, da trentacinque passeranno infatti a ventotto e un aumento salariale che fissato alla percentuale ragguardevole del 4,3%. Lavorare tutti, lavorare meno, si diceva. E l’intesa raggiunta dal sindacato dei lavori del settore metallurgico ed elettrotecnico Ig Metall è destinato ad assurgere al ruolo di pietra miliare per le lotte dei lavoratori. Lavorare tutti, lavorare meno, per l’appunto. Chissà se lo stesso modello potrà essere applicato anche in Italia.

Anche perché i circa novecentomila lavoratori di questo settore sono stati capaci di chiuderlo un accordo. Non si sono fermati, insomma, davanti a nessun ostacolo e a nessuna difficoltà e grazie alla mediazione del sindacato Ig Metall con gli imprenditori l’accordo pilota è stato siglato. Un accordo che viene già definito storico perché oltre a consentire una diminuzione delle ore lavorative a settimana, dalle 35 do oggi si scende a 28, prevede anche un aumento salariale. Lavorare tutti, lavorare meno, lavorare meglio.

E guadagnare, perché no, anche di più. Un rotondo 4,3% per la precisione. Non briciole insomma. E non si tratta di un sogno e i lavoratori tedeschi se ne accorgeranno presto. Certo per il momento queste agevolazioni sono previste per i dipendenti più anziani e per un lasso di tempo che può variare da un minimo di sei mesi ad un massimo di due anni. Il fatto che tale possibilità venga delimitata ad preciso arco temporale di due anni al massimo, non sminuisce la portata storica dell’accordo. Si pensi, per esempio, alla possibilità per un dipendente di avere per un biennio il tempo necessario ad accudire in maniera adeguata un figlio dopo la nascita oppure per curare un parente malato o infermo.

Ma allora se una cosa del genere è possibile in Germania, si potrà sperare di importare lo stesso modello anche in Italia? Purtroppo, analizzando il panorama italiano e le condizioni del mercato del lavoro, verrebbe da essere pessimisti. Per prima cosa perché la Germania sta vivendo un periodo di disoccupazione quasi nulla come dimostra la percentuale del 76% di occupati e il misero 3,6% di persone che non hanno un’occupazione. La conseguenza di questa condizione è che la manodopera costa, visto che non si trova così a buon mercato come in Italia. E questo significa che la produttività di un lavoratore tedesco è più alta di un suo collega italiano e anche che il sindacato possiede un potere contrattuale più elevato in Germania. I grandi successi che i metalmeccanici tedeschi stanno ottenendo sia sulla diminuzione dell’orario di lavoro settimanale e il contemporaneo aumento dei salari sono difficilmente replicabili.