Istat, felicità e soddisfazione italiani. Ecco valutazione sulla propria vita

Nuova indagine Istat su quanto gli italiani sia soddisfatti della propria vita quotidiana, ma anche all'interno della famiglia e all'esterno

Istat, felicità e soddisfazione italiani

Istat e Italiani voto 6,9 su soddisfazione e condizioni vita


Nuova ricerca e indagine dell'Istat sulle condizioni di vita degli italiani dove è stato chiesto quale voto darebbero alle proprie condizioni di vita. Ma accanto a questa ricerca ve ne sono di ulteriori.

L'Istat ha reso noto la conclusione dell'indagine sugli aspetti della vita quotidiana, ovvero un sondaggio fatto per comprendere la soddisfazione dei italiani sulla propria vita e le relative condizioni.

I risultati

In generale, l'Istat spiega che il 2017 non ha mostrato per quanto riguarda la soddisfazione dei cittadii italiani segnali di crescita, dopo l'aumento importante nel 2016 rispetto ai dati critici del 2015, di due anni fa.

La domanda principale si riferiva a quanto una singola persona si senta soddisfatto della sua viuta nel complesso e poteva rispondere dando un punteggio da 1 a 10. La media attuale è 6,9, mentre nel 2016 era 7,0 e nel 2015 6,8. Insomma, una situazione stabile e anche di cautela.

La stessa cautela che in una altra domanda emerge nei rapporti fuori dalla famiglia, verso gli altri, dove quasi l'80% risponde che bisogna fare molta attenzione. Mentre la famiglia è ancora la culla dell'italiano per eccellenza e 9 su 10 dicono che i rapporti sono eccellenti, a livello del 90,1% di soddisfazione.

Altro studio sul dopo-crisi e rapporti sociali

Italia e Spagna paesi spesso in competizione tra loro. Calcio, turismo, gastronomia, sono alcuni dei comparti nei quali la battaglia risulta essere più serrata. Ma i due paesi sono anche quelli che detengono un altro record, non troppo incoraggiante, almeno da qualche punto di vista. Si tratta, infatti, dei due paesi europei che vantano la popolazione più longeva. Una aspetto che ha delle ricadute concrete anche sulla vita quotidiana della popolazione in generale.

È l’Istat a fotografare, con la pubblicazione della quinta edizione del Rapporto sul benessere equo e sostenibile lo stato del Belpaese a un anno di distanza dall’uscita da una crisi profonda che ha segnato l’economia italiana, cambiandola profondamente. Come sono cambiate, purtroppo non per scelta ma per necessità le abitudini e i rapporti sociali.

Questo lavoro, che si basa sulla valutazione di 129 indici presi in esame, si sofferma su due aspetti in particolare: in Italia aumentano le disuguaglianze dei redditi e peggiorano i rapporti sociali. Una diretta conseguenza dell’allargamento del solco tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.

Se da un lato è chiaro ormai che tutti gli indicatori economici dimostrano che l’Italia è uscita fuori dalle sabbie mobili della crisi economica, bisogna anche valutare il fatto che le macerie di questi anni sono visibili nell’aumento delle disuguaglianze. Disuguaglianze che riguardano soprattutto i redditi delle persone.

La scomparsa della classe media significa una sola cosa: la polarizzazione della ricchezza. E cioè che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. La diffusione di questo nuovo benessere, insomma, non è stata omogenea. A questo elemento se ne aggiunge un altro che riguarda il tasso di occupazione.

Ma anche in questo caso le ricadute non sono poi sempre così positive basti pensare che il Belpaese fa ancora fatica a trovare una sistemazione adeguata ai laureati. Soprattutto a quelli con una specializzazione elevata. La cosiddetta fuga di cervelli, insomma, sembra ancora lontana dall’essere risolta.

E in questo rapporto in chiaroscuro che evidenzia croci e delizie di un paese che non riesce ad imboccare la strada della ripresa in maniera convinta rientra anche un altro aspetto. Se da un lato, infatti, peggiorano i rapporti sociali, dall’altro cresce nuovamente la speranza di vita.

Nel 2016, infatti ha recuperato completamente la flessione del 2015 confermando la posizione di primissimo piano dell’Italia che si classifica tra i paesi più longevi in Europa, preceduta solo dalla Spagna. Anche nelle età anziane gli italiani hanno una speranza di vita ben superiore alla media europea ma il quadro muta se si considera la qualità della sopravvivenza: lo svantaggio per gli italiani nel numero di anni senza limitazioni a 65 anni è pari a 1,6 per gli uomini e sale a 1,9 per le donne.

Terzo rapporto Istat tra emigrazione e bamboccioni

L'istat ha appena reso noto attraverso lo studio Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente che le eliminazioni dall'angrafe di concittadini italiai per andare all'etero sono sempre maggori in coatante aumento

Il numero degli italinai che ha scelto di lasciare il Paese è di tre volte superiore rispetto a al 2007 con 115mila persone che hanno lasciato l'Italia, proprio cancellandosi dal registro senza contare quelli che non l'hanno atto. Rappresentano in percentuale il 12% in più rispetto all'anno scorso.  E quanti tironano indietro? Solo 38mila immigrati, con un saldo negativo così di -77%

Nel frattempo, però, diminuiscono i bamboccioni d'Italia tanto cari all'ex ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa: stando, infatti, a quanto riportato dalle ultime notizie, calano il numero dei giovani che vivono ancora a casa con i genitori, ma restano pur sempre tantissime le difficoltà che gli stessi giovani devono affrontare per conquistare una loro indipendenza e autonomia economica. Troppo poco il lavoro, quando c'è, troppo bassi gli stipendi a fronte di spese da dover sostenere troppo elevate.

Se con la manovra finanziaria di dieci anni fa proprio l'allora ministro dell'Economia Padoa Schioppa aveva pensato ai primi aiuti per gli under 30 al fine di promuovere una loro indipendenza, tra detrazioni fiscali sugli affitti e incentivi all’occupazione, a distanza di un decennio la situazione non è molto cambiata. Continuano ad essere in vigore aiuti per i giovani, da una parte, mentre dall’altra, i bamboccioni diminuiscono.

A distanza di dieci anni ormai dall’appellativo che tanto fece infuriare i ragazzi, stando a quanto riportano le ultime notizie, sembra che i bamboccioni italiani siano diminuiti. Per la prima volta, infatti, secondo i dati riportati dall'Eurostat, i giovani che restano a vivere a casa con i genitori si attestano sul 63,7%, in calo rispetto al precedente 66%. Peggio di noi solo Croazia, Slovacchia e Malta.

Nel 2015, la percentuale dei bamboccioni era del 67,3% ma, nonostante il calo italiano, la media Ue (a 28 Paesi) si attesta al 48,1%, con:

  1. la Grecia che registra una percentuale del 65,9%;
  2. la Spagna del 59%;
  3. la Germania una percentuale inferiore al 42%;
  4. la Francia del 37,4%;
  5. la Danimarca del 19,7%.

Leggendo i numeri, in particolari, decidono di rimanere a casa, nella fascia di età compresa tra i 18 e i 34 anni, il 59,6% delle femmine contro il 72,1% dei maschi. Nella fascia di età compresa tra i 25 e 34 anni, invece, quasi la metà dichiara di vivere ancora con i genitori e meno di quattro su dieci percepiscono uno stipendio per impieghi con contratti di lavoro a tempo pieno. Nonostante calino gli italiani che decidono di andar via di casa, sono pochi quelli che ci riescono proprio per difficoltà a trovare un’occupazione. Del resto, le ultime notizie confermano una situazione ancora allarmante da un punto di vista lavorativo nel nostro Paese, tanto che la prossima manovra prevederà ulteriori sgravi fiscali volti a sostenere le assunzioni stabili dei più giovani, con l’intento di rilanciare il lavoro, soprattutto giovanile appunto.







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di Luigi Mannini pubblicato il