Immigrati permettono all'Italia di stare a galla

Lo studio di Bankitalia apre uno scenario inedito sul tema dell'immigrazione. Che nonostante la retorica degli ultimi tempi, è ossigeno per un Paese altrimenti destinato a un declino irreversibile

Immigrati permettono all'Italia di s

Il ruolo degli immigrati in Italia è molto più importante di quanto si possa immaginare. Lo dice uno studio di Bankitalia


Gli immigrati ci permettono di stare a galla e di non entrare in crisi secondo uno studio di Bakitalia che piega che proprio grazie ai migranti non siamo più poveri e nè più vecchi. Ma ovviamente si è scatenato il dibattito.

Dopo la martellante campagna sui problemi legati all’immigrazione, che nasconde una parte di verità soprattutto quando questi vanno a toccare il business dell’accoglienza, arrivano alcuni dati che in qualche modo dovrebbero attenuare i toni allarmistici per iniziare a valutare questo aspetto secondo la sua reale portata. Ancora una volta, infatti, viene confermata l’ipotesi, più volte avanzata da quando questo fenomeno ha superato la sua fase embrionale, che l’Italia senza migranti sarebbe un Paese più anziano e soprattutto più povero.

Insomma, se è vero che il Belpaese non scoppi di salute, non si può certamente negare il fatto che senza il supporto dei migranti la situazione sarebbe ancora peggiore. A causa della crisi economica senza dubbio. Ma anche dal punto di vista demografico visto che l’Italia continua a detenere la maglia nera dei nuovi nati rispetto agli altri principali competitors. Dati inequivocabili che sono stati divulgati, nei giorni scorsi, da una fonte più che attendibile come Bankitalia.

Cosa dice lo studio Bankitalia

Cosa dice, in sintesi, lo studio di Bankitalia? Semplice. Che senza il contributo che i migranti hanno dato negli ultimi venticinque anni, l’Italia sarebbe sicuramente un Paese più povero e anche più anziano. Sprofondando in un abisso dal quale sarà poi difficile riemergere. La demografia, infatti, è uno dei parametri che incide in maniera determinante sul futuro di un paese. In Italia lo ha fatto, a partire dagli anni Ottanta, in maniera negativa. A causa di uno squilibrio, nettamente a favore della seconda, tra la popolazione giovane e quella anziana.

I flussi migratori che hanno riguardato il Belpaese e che continueranno anche in futuro, avranno solo il potere di mitigare gli effetti negativi di questo trend. Ma l’arrivo di migranti in Italia non avrà la forza di riportare la tendenza sotto il segno positivo. Questo è l’allarme che Bankitalia ha lanciato con un Occasional Paper nel quale, appunto, si dice che i flussi migratori previsti limiteranno l'ampiezza di tale contributo negativo, anche se non saranno in grado di invertirne il segno.

Italia senza migranti sarebbe un Paese più anziano e povero

L’Italia, stando a questo rapporto di Bankitalia, dunque, senza il prezioso contributo dei migranti, sarebbe senza dubbio un Paese più anziano e povero. Destinato a un declino lento ed inesorabile. Certo i flussi migratori hanno portato anche problemi di convivenza. Molti hanno soffiato e soffiano sulla paura. Ma il faro di verità acceso da una fonte qualificata come Bankitalia, ha introdotto una chiave di lettura molto interessante a questo fenomeno. I migranti alzano in maniera determinante la percentuale della popolazione giovane in età da lavoro.

La sola in grado di produrre oltre agli effetti diretti sulla crescita economica, anche altri indiretti sulla dinamica della produttività innanzitutto attraverso l'impatto sull'innovazione e l'imprenditorialità. Si calcola che circa un quarto della popolazione in età da lavoro sarà costituita nel 2061 da cittadini stranieri. Gli sviluppi demografici sarebbero dunque stati ancor più penalizzanti per l'Italia se non fosse intervenuto negli ultimi 25 anni un significativo flusso migratorio in entrata.

Ma c'è l'accusa all'Ue sulla spartizione degli aiuti

Se i numeri raccontano una verità difficilmente confutabile, ecco che se l'Unione europea mette sul piano 7 miliardi di euro di fondi comunitari per la gestione dell'emergenza profughi e all'Italia solo destinati pochi milioni, ce n'è abbastanza per i detrattori per dare fiato alle trombe. Non solo, ma a segnalare la discrepanza non è affatto uno schieramento politico, pronto a soffiare sul fuoco delle polemici. Bensì è la Corte dei conti nella sua relazione sulla gestione del fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo per gli anni 2013-2016, deliberata solo qualche giorno fa, ad aver aperto un fronte di discussione.

La relazione della magistratura contabile si concentra solo sulla gestione delle risorse destinate alla prima accoglienza degli immigrati richiedenti asilo e di quelli irregolari oggetto del provvedimento di rimpatrio. Tre numeri servono forse a rendere l'idea meglio di altri:

  1. 1,29 sono i miliardi di euro destinati alla prima accoglienza dei migrati
  2. 111,5 sono i milioni di euro per la sistemazione dei minori stranieri non accompagnati
  3. 8,1 sono i milioni di euro arrivati dall'Unione europea tramite l'Agenzia Frontex

E che qualcosa non andava per il verso giusto veniva spiegato poche settimane fa dal Ministero dell'Interno, secondo cui nonostante la pianificazione di rientro di situazione pregresse, l'assenza del necessario e cospicuo aumento delle risorse destinate alla gestione del sistema di accoglienza, comporterà continue richieste di integrazione fondi, in assenza delle quali verrebbero a generarsi debiti fuori bilancio.

La Corte dei conti non fa poi nulla per nascondere che il sistema dei richiedenti asilo presenta una serie di criticità, tra cui il ricorso alle strutture temporanee di prima accoglienza, che, nel 2015, sono risultate 2.332 sparse sul territorio. Di conseguenza sottolinea come sia necessaria un'attività di verifica più puntuale degli standard di ricezione, anche per una migliore gestione di possibili resistenze delle comunità locali. Indice puntato contro i tempi di esame e di decisione dei ricorsi per la definizione delle richieste di protezione internazionale, considerati troppo lunghi nonostante l'amministrazione abbia raddoppiato il numero delle commissioni territoriali competenti.

Ecco poi la stoccata nei confronti del Ministero, considerato incapace di tracciare la presenza e gli spostamenti dei richiedenti asilo, anche da una struttura all'altra. Da qui la necessità di un adeguato sistema informativo i grado di monitorare la distribuzione sul territorio nazionale dei soggetti interessati. Infine, rileva la Corte dei conti, nel quadro di una governance territoriale partecipata, le verifiche e i monitoraggi da parte del Viminale nei tavoli di coordinamento in merito all'attivazione degli hub regionali come centri di prima raccolta sono ritenuti insufficienti.

Ma la povertà in Italia è già molto alta

Chi parla di ripresa e di crescita, di uscita dalle secche delle crisi e di intrapresa di un percorso luminoso, mente sapendo di mentire. Perché quando un rapporto extranazionale svela come siano 14,4 milioni gli italiani a rischio, una riflessione su cosa stiamo realmente facendo diventa indispensabile. Anche perché non si tratta solo di clochard, meritevoli della medesima tutela, intendiamoci. Ma anche di giovani e di intere famiglie sparse lungo lo Stivale. Ci sono due dati che nel focus di Eurostat fanno suonare un campanello d'allarme. Il primo è il trend, che travalica il dato assoluto sul numero di italiani a rischio. Rispetto allo scorso anno, la quota di cittadini a rischio indigenza è salita al 28,7 per cento. In confronto a quanto accade al di fuori dei nostri confini, la media è certamente più bassa: 23,4 per cento. Sono tre gli indicatori tenuti in considrazione:

  1. il reddito, inferiore all'equivalente del 60% del reddito medio nazionale,
  2. la possibilità di subire gravi deprivazioni, come la difficoltà a scaldare l'abitazione o a mangiare carne o pesce un giorno su due, ma anche a pagare rate e bollette, e a possedere alcuni beni come l'auto, la lavatrice, un cellulare o un televisore a colori.
  3. fare parte di un nucleo con intensità lavorativa molto bassa, con meno del 20% di ore lavorate rispetto al potenziale dell'ultimo anno.

Questo dell'Ufficio statistico dell'Unione europea è solo l'ennesimo rapporto sullo stato di crisi del nostro Paese. Se il tasso di indigenza è la punta dell'iceberg perché mette in discussione la stessa sopravvivenza di milioni e milioni di nostri concittadini, altri indicatori gettano ombre scure su quanto è stato fatto fino a questo momento per raddrizzare la situazione e sulle prospettive future. Il tasso di disoccupazione - giovanile, ma anche tra gli over 50 - ha raggiunto livello insostenibili per una grande democrazia europea. La quota di lavoratori insoddisfatti, anche qualificati, è in costante crescita per via di stipendi al di sotto della media europea e con prospettive di crescita e di riconoscimento professionale poco incoraggianti. Per non parlare delle condizioni contrattuali con la solita quantità spropositata di partite Iva finte.

C'è poi un rapporto di inversa proporzionalità perché aumenta il tasso di italiano a rischio indigenza o comunque impossibilitati a uscire da questa situazione e diminuiscono le protezioni. Gli aiuti sono pochi e per pochi ovvero per chi si trova molto al di sotto della soglia di povertà. Provando a scoprire la percentuale di cittadini a rischio indigenza o esclusione sociale in Europa, vediamo che secondo Eurostat la situazione è la seguente:

  1. Belgio 20.7
  2. Bulgaria 40.4
  3. Repubblica Ceca 13.3
  4. Danimarca 16.3
  5. Germania 19.7
  6. Estonia 24.4
  7. Irlanda 26.0
  8. Grecia 35.6
  9. Spagna 27.9
  10. Francia 18.2
  11. Croazia 28.5
  12. Italia 28.7
  13. Cipro 27.7
  14. Lettonia 28.5
  15. Lituania 30.1
  16. Lussemburgo 19.7
  17. Ungheria 26.3
  18. Malta 20.1
  19. Olanda 16.8
  20. Austria 18.0
  21. Polonia 21.9
  22. Portogallo 25.1
  23. Romania 38.8
  24. Slovenia 18.4
  25. Slovacchia 18.1
  26. Finlandia 16.6
  27. Svezia 18.3
  28. Regno Unito 22.2
  29. Islanda 13.0
  30. Norvegia 15.3
  31. Svizzera 17.8

I sostegni per italiani e non solo non bastano

Il reddito di inclusione è una enorme presa in giro, non basta neppure per fare la spesa. Lo avevamo già scritto in tempi non sospetti, ma ora anche i dati dall'Inps ci danno ragione

Già al momento per avere il Rei, bisogna avere un Isee e una situazione patrimonio mobiliare molto, molto grave ovvero per il primo non oltre i 6mila euro e un secondo che deve essere minore di 10mila eur per tutta la famiglia.

Il Rei, (reddito di inclusione) cambia da regione a regione per quanto erogato e va dai 224 euro della Valle d’Aosta fino ai 327 della Campania con una media intorno ai 296 euro mensili.
Tutte cifre, però che sono chiaramente inferiori a quanto serve anche solo per fare la spesa in un nucleo familiare "normale" che lo riceve.
In  Sicilia si spende 426 euro per fare la spesa mentre con il Rei si ricevono 312 euro. In Campania si spendono 498 euro, mentre il Reddito di inclusione che è il più alto in assoluto è di soli 327 euro.
Male anche al Nord. In Lombardia il Rei è 258 euro, mentre 451 costa andare al supermecato, mentre in trentino la differenza è 303 contro 489 euro.

Il Rei è maggiromente diffusione dove c'è più disoccupazione, ovvero al Sus, con il 76% delle eprsone che ne hanno diritto in Calabria, Siclia, Campania e Calabria

Tutto è ancora più grave, unendo anche i dati Ista, considerando che le famiglie che lo prendono non sono di due pesone (solo il 16%) ma il 49% con 4 persone e il 24% con tre. solo 11% con una uica persona. E in queste famiglie nel 20% c'è pure un disabile.

Certo la cifra è aumentata ripsetto al precedente aiuto chiamato Sia che era di 245 euro, ma non basta, anche solo consdierado i semplici costi, come scritto, per mangiare.

Ed è da ricordare che la soglia di povertà è di almeo 5 milioni di famiglie, ma numeri più realistici la danno a 10 milioni, con in un futuro un aumento molto forte almeno di altri 5-7 milioni, soprattutto tra i pi+ù giovani colpa del lavoro precario e una futura pensione misera.