La paura del mercato in aumento, investitori si devono preoccupare? I motivi

Cresce la paura sui mercati per alcuni elementi che certamente sottolineano alcuni dubbi sulla sostenibilità.

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La paura del mercato è in aumento: gli investitori devono preoccuparsi?


Vi è sui mercati una paura in aumento. Ma gli investitori si devono preoccupare o meno? I motivi e i sette elementi e cosa può accedere in Italia

Paura sul mercato, 7 elementi

Quando a dominare i mercato è l'incertezza, tutto è possibile. Lo dimostrano i fatti recenti e arrivano avvisaglie continue da quelle oscillazioni così pronunciate da far immaginare il peggio. Ci sono almeno 7 elementi di strettissima attualità che provocano preoccupazioni. Uno dopo l'altro i prezzi del petrolio in rialzo, il rischio di una guerra commerciale paventato da Donald Trump, l'aumento dei rendimenti dei Treasury statunitensi a 10 anni, i titoli tecnologici in calo alla luce dei recenti scandali sul tema della riservatezza degli utenti, la pubblicazione degli utili societari ovvero le trimestrali di società ad alta capitalizzazione negli Stati Uniti, l'imprevedibilità di Paesi come l'Iran e la Corea del nord, la politica della Federal Reserve. E poi, fino a che punto i mercati emergenti sono in grado di offrire un riparo? Ecco allora che si affacciano sul mercato investitori cauti che preferiscano rimanere con la liquidità in mano, riducendo l'allocazione di capitali in titoli azionari a un valore ai minimi di 18 mesi. A prevalere sembra per ora essere la volontà di selezionare con cura gi investimenti, rimanendo comunque attivi.

Come investono gli italiani

La fotografia dei risparmio italiano è emblematica: oltre la metà dei fondi comuni d'investimento guadagna meno rispetto a chi investe in Borsa. Secondo una ricerca di S&P Dow Jones Indices che analizza il database europeo S&P Indices Versus Active Funds (Spiva) il 54 per cento dei fondi azionari italiani è andato al di sotto dell'indice azionario S&P Italy BMI. Ma se allarghiamo lo sguardo, la quota sale al 77 per cento se si prendono in considerazione gli ultimi dieci anni. Il bicchiere può allora essere visto mezzo pieno (il trend è in diminuzione) o mezzo vuoto (la percentuale continua a essere eccessivamente alta). Tendenze di miglioramento, come fa notare il Sole 24 Ore, sono stati registrate tra molte categorie di fondi europei. I rendimenti migliori sono stati rilevati tra gli investimenti nei mercati azionari tedesco, francese o britannico.

Un'altra indagine mette in luce come la maggioranza degli investitori privati italiani sia in conflitto tra il desiderio di ottenere guadagni e proteggersi dal rischio. Secondo quanto rilevato dal Global Individual Investor Survey di Natixis Global Asset Management, i massimi storici del mercato e la sostanziale tranquillità dell'ultimo anno non riescono a scongiurare la preoccupazione di perdite. Di interessante c'è che gli investitori italiani sostengono di preferire la sicurezza del proprio patrimonio piuttosto che la prestazioni. In buona sostanza significa che l'interesse è spostato sugli investimenti di lungo termine.

I Piani individuali di risparmio

Introdotti anche in questo 2017 incentivi per chi utilizza i Piani individuali di risparmio a lungo termine, con obbligo di mantenere l’investimento per almeno cinque anni. Si tratta dell’esenzione da tassazione dei redditi generati dagli investimenti fino a 150mila euro, con tetto annuo di 30mila euro. In qualche modo si tratta di una iniezione di fiducia rispetto alla possibilità del rilancio delle imprese italiane.

La composizione degli investimenti nell’ambito dei Piani individuali di risparmio deve però rispettare una precisa ripartizione: in ciascun anno di durata del piano, per almeno i due terzi dell’anno, almeno il 70 per cento dovrà andare in strumenti finanziari (azioni o obbligazioni quotate e non) emessi o stipulati con imprese non immobiliari italiane, della Unione europea o dello Spazio economico europeo ma con stabile organizzazione in Italia.

Quest’ultimo è il principale indice di benchmark dei mercati azionari italiani: raccoglie circa l’80 per cento della capitalizzazione di mercato interna ed è composto da società di primaria importanza e a liquidità elevata nei diversi settori industriali italiani.

Al fine di individuare le società che svolgono attività diversa da quella immobiliare, senza possibilità di prova contraria, si considera impresa che svolge attività immobiliare quella il cui patrimonio è prevalentemente costituito da beni immobili diversi da quelli alla cui produzione o al cui scambio è effettivamente diretta l’attività di impresa, dagli impianti e dai fabbricati utilizzati direttamente nell’esercizio di impresa, e che si considerano direttamente utilizzati nell’esercizio di impresa gli immobili concessi in locazione finanziaria e i terreni su cui l’impresa svolge l’attività agricola.

In buona sostanza, viene stabilito un regime di esenzione fiscale per i redditi di capitale e i redditi diversi percepiti da persone fisiche residenti in Italia, al di fuori dello svolgimento di attività di impresa commerciale, derivanti dagli investimenti effettuati in piani di risparmio a lungo termine. I cosiddetti Pir devono essere gestiti dagli intermediari finanziari e dalle imprese di assicurazione che devono investire le somme assicurando la diversificazione del portafogli.

Gli operatori professionali presso i quali possono essere costituiti i Pir sono gli intermediari abilitati e le imprese di assicurazioni residenti, ovvero soggetti non residenti che operano in Italia tramite stabile organizzazione o in regime di libera prestazione di servizi con nomina in Italia di un rappresentate fiscale tra i soggetti residenti.

Tornando alla possibile crisi, ecco una ulteriore analisi

Il rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria della Banca d'Italia mette in risalto una serie di luce e ombre e punta sulla benche e il debito pubblico.

Vi è un sostanziale miglioramento per le banche, soprattutto per le maggiori, anche se non da tutti gli esperti qusto punto è condiviso.  In generale vi sono più utili e patrimonio per le banche italiane, menoc redti deteiorati e la possibilità di gestirli con più tempo a disposizione. Anche il settore del credito presenta un evolversi incorraggiante. I rischi del sistema banca in Italia dimninuiscono, ma vi sono ancora rishci per la bassa redditività degli istituti e le banche pi+ piccole sono vulnerabili ancora.

L'altro elemento analizzato è il debito pubblico, che pur se ci fosse il rialzo dei tassi dello spread  non dovrebbe patirne molto grazie grazie al debito che è stato splamato molto sul lungo periodo con tassi di interessi bassi. Ma il debito pubblico sottolinea il rapporto è sempre troppo alto e un aument potrebbe pesare sullo sviluppo della ripresa che ancora langue ed essere pericoloso.

C'è chi parla di passività della politica italiana rispetto al tema della riforma delle banche credito cooperativo. La stessa che ha caratterizzato l'introduzione delle norme del bail-in ovvero la progressiva responsabilità dei clienti nel caso di fallimento della. Nel mirino ci sono adesso quelle regole sugli istituti di credito cooperativo, adesso al giro di bocca. La loro applicazione è infatti a un passo. In realtà, sin dal giorno della loro definizione non sono mancate polemiche e discussioni tra chi riteneva questo impianto di regole indispensabile e, anzi, voluto dallo stesso sistema del credito cooperativo in Italia. E chi invece ricostruisce i fatti in maniera differente, senza tirarsi indietro dall'utilizzo di toni duri, come storia di tradimenti.

Cosa cambia con la riforma delle banche credito cooperativo

Non dimentichiamo che stiamo parlando di circa 300 banche che, negli anni di piena crisi economica, quando il sistema bancario era a un passo da crac collettivo, esibiva coefficienti patrimoniali più elevati della media del resto del sistema bancario. Si trattava di perfomance al limite dello stupefacente, considerando anche l'aumento dei crediti deteriorati (a oggi non ancora smaltiti) per molte banche italiane. Ci stiamo naturalmente riferendo a una media generale, ben considerando che anche all'interno del mondo del credito cooperativo non mancano i casi di cattiva gestione, di cattivo funzionamento, di errori anche gravi, di alto rischio e di disfunzioni.

I contestatori lamentano che mentre gli altri paesi europei hanno evitato che i loro istituti di credito finissero sotto la vigilanza della Bce la strada seguita è stata opposta. Perfino in contrasto con l'interesse nazionale. Sulla base delle nuove regole le banche di credito cooperativo devono essere autorizzate dalla Banca d'Italia prima dell'iscrizione nel Registro imprese e nell'Albo delle società cooperative. L'adesione a un gruppo bancario cooperativo rappresenta adesso condizione indispensabile per il rilascio dell'autorizzazione all'attività bancaria in forma di BCC. Come dire, senza questo passaggio la cooperativa non può essere iscritta nell'Albo delle società cooperative.

Le altre novità

Altra novità: per costituire una BCC è necessario un numero di soci non inferiore a 500 e nessuno di loro può possedere azioni il cui valore nominale complessivo superi 500.000 euro. La riforma delle banche credito cooperativo punta al rafforzamento del patrimonio degli istituti di credito attraverso una base sociale più ampia e la possibilità di detenere un complesso più elevato di quote azionarie. Nasce poi il Gruppo bancario cooperativo formato da una società per azioni, dalle banche di credito cooperativo aderenti al gruppo, dalle società bancarie, finanziarie e strumentali controllate dalla capogruppo, da eventuali altri sottogruppi a livello territoriale che fanno capo ad una banca spa.

Si addensano nubi oscure sul futuro dell’Italia. E sul nuovo Paese che verrà fuori dalle elezioni del 4 marzo, peseranno diversi nodi che la legislatura che si è appena conclusa, non è riuscita a sciogliere. Il primo e forse quello che agita di più i sogni di coloro che conoscono la materia, è quello delle banche. L’attività della Commissione Parlamentare sulle banche convocata per fare chiarezza su alcuni aspetti oscuri che riguardavano anche importanti esponenti del Governo, oltre a rivelarsi un boomerang per la stessa forza politica che l’ha voluta ad ogni costo, si è rivelata praticamente inutili ai fini di una questione che lentamente è uscita dal dibattito pubblico anche in quella che molti hanno già definito come la campagna elettorale peggiore dal dopoguerra ad oggi.

Non sono solo queste banche

E la questione rischia quindi di diventare una bomba sociale. L’eredità dei Governi Gentiloni e Renzi, che pure hanno provato a rimettere in moto un Paese fiaccato da dieci anni di crisi economica e anche di rappresentanza politica rischia quindi di pesare in maniera negativa sul futuro dell’Italia. E il caso Mps suscita paure che basta evocarle per capire la complessità della situazione che il nuovo Governo dovrà gestire nei prossimi anni. Vediamo quali sono tutti i motivi.

Tanto inchiostro è stato sprecato per descrivere una ripresa economica che, seppure c’è stata, non ha raggiunto gli standard europei. E soprattutto non ha dispiegato concretamente i suoi effetti benefici alla maggioranza della popolazione che ha continuato ad arrancare e a temere per il proprio futuro. Lavorativo e non. Sulla questione delle banche, su cui evidentemente non è stata fatta la necessaria chiarezza, l’eredità lasciata dai Governi Gentiloni e Renzi rischia di essere pesante.

Addirittura, per alcuni osservatori, una vera e propria bomba. Il problema intorno al quale ruota la questione è essenzialmente quella della qualità dei crediti in capo alle banche italiane. Non si potrà ancora per molto fare come lo struzzo e mettere la testa sotto la sabbia per far finta di non vedere come ad esempio Mps, istituto che già è salito agli onori della cronaca diverse volte negli ultimi anni (con risvolti anche tragici come la morte di David Rossi, una vicenda ancora oscura), sia l’emblema di questo pericoloso impasse. Costato agli italiani decine e decine di miliardi di euro (alcune stime parlano di 26 miliardi di euro serviti a salvare l’istituto senese e le altre banche interessate da questa crisi). E a nulla sono servite le operazioni dei prestigiatori della finanza. Che hanno provato a nascondere con varie operazioni, lo stato reale del sistema bancario italiano. Ma il mercato prima o poi arriverà alla verità. E quello sarà il momento in cui i nodi verranno al pettine. E saranno molto probabilmente guai.

Il caso Mps è sufficiente a spiegare quali sono i motivi del grave problema sociale rappresentata dalle banche. Una bomba pronta ad esplodere. Più presto di quanto si possa immaginare. La ricapitalizzazione “preventiva” dell’istituto senese avrebbe dovuto rimettere le cose a posto riportando la banca a livelli di redditività e di efficienza accettabili. In realtà, nonostante la ripresa economica e l’iniezione di fondi pubblici, Mps continua a essere un malato grave. Il rischio è che alla fine al consolidamento del settore bancario l’Italia debba assistere all’estinzione di una grossa fetta di aziende di credito, con costi economici e sociali molto elevati.

Banca italiana, per la prima volta conti correnti congelati

Si tratta di un provvedimento destinato a passare alla storia perché si tratta delle prima volta che una banca decide di bloccare i conti correnti dei propri clienti. È successo alla Banca Base di Catania per via del commissariamento dell'istituto di credito. In buona sostanza, ai clienti viene inibita la gestione per 30 giorni e il bancomat delle due filiali è adesso bloccato. Confedercontribuenti ha inviato una lettera a ministro dell'Economia, al direttorio e all'Unità gestione delle crisi della Banca d'Italia con la richiesta della revoca del provvedimento di sospensione dell'operatività dei correntisti. Secondo il presidente nazionale Carmelo Finocchiaro, la decisione è semplicemente ingiusta. A suo dire, non possono essere i clienti correntisti a pagare le conseguenze di responsabilità gestionali. Di conseguenza chiede che si proceda con immediatezza allo sblocco delle disponibilità finanziarie dei correntisti. Un mese per aziende e famiglie - riflette - costituisce un atto che ancora una volta Banca d'Italia fa nei confronti di coloro che non hanno alcuna responsabilità
Il presidente dell'associazione a difesa dei cittadini rileva che per le imprese è anche un discredito nei confronti dei fornitori che si vedono tornare indietro assegni con il rischio del blocco delle forniture. Una situazione che non è mai avvenuta in Italia per nessun altro commissariamento. Quale sarà la risposta del Ministero dell'Economia? Arriverà il decreto di sospensione di tutti i pagamenti dovuti all'Erario in questi trenta giorni, non essendoci alcuna responsabilità da parte dei contribuenti, clienti di Banca Base?

Governatore della Banca d’Italia su banche italiane

Secondo quanto dichiarato dal governatore Visco nel corso di una lectio magistralis tenutasi all’università di Tor Vergata, le banche italiane, si sarebbero riprese dalla profondissima crisi che qualche tempo fa le ha colpite nonostante, avverte, vi siano ancora delle debolezze. Visco, infatti, si è dimostrato fortemente ottimista sta sullo stato di salute complessivo delle banche, spiegando che i problemi non dipendono da una vigilanza lenta o disattenta, ma dalla forte crisi economica che il nostro Paese sta ancora affrontando e che ha acuito il peso dei crediti in sofferenza e degli altri crediti deteriorati. Con la crisi, infatti, il problema si è, appunto, acuito, ma già esisteva.

E a rendere la situazione ancor più complessa l’arretratezza tecnologica delle banche italiane, che hanno ancora troppi sportelli e troppi dipendenti ma una efficienza più bassa in media rispetto alle concorrenti straniere; la valutazione dei titoli di stato nei portafogli delle banche non più a rischio zero. E sono sostanzialmente proprio queste le debolezze delle banche italiane sottolineate da Visco e che bisognerebbe superare ripartendo da operazioni che risolvano innanzitutto il problema dell’inefficienza strutturale in modo da rendere le stesse banche italiane più pronte ad affrontare le sfide del futuro.  

La prima, secondo Visco, è proprio la valutazione dei titoli di stato nei portafogli delle banche, che dopo la crisi non sono più a rischio zero, ma da cui le banche non si possono nemmeno liberare velocemente e facilmente. Tocca al governo risolvere questo problema e perché ci riesca è necessario, quasi obbligatorio, che sia forte e se consideriamo che nonostante le elezioni l’Italia un governo ancora non lo ha, la situazione non è certo delle migliori.

Situazione banche italiane: come risolvere le debolezze

Le dichiarazioni di Visco sulla buona salute delle banche italiane vengono dunque smentite dalla scarsa liquidità che esse detengono ancora, dalla sofferenza di diversi crediti che ancora si registra, dall’inadeguatezza di diversi sistemi di gestione degli stessi istituti. D’altro canto, pur parlando di ritrovata buona salute ne sottolinea le debolezze e per risolvere le debolezze delle banche italiane spiegate da Visco servono, dunque, stabilità e fiducia con interventi mirati e non generalizzati e bisognerebbe rivedere le regole troppo rigide imposte dall’Europa per la gestione delle crisi bancarie. Visco ha poi spiegato che quello attuale potrebbe essere il momento migliore, data la fase congiunturale, perchè le banche rafforzino i loro bilanci ma occorre che colgano tale opportunità con interventi giusti e specifici. Per Visco, infatti, la questione delle modalità di soluzione delle crisi bancarie nell’Unione bancaria in modo efficiente, rapido e ordinato, anche alla luce delle difficoltà di gestire e coordinare tutte le autorità e le istituzioni, deve ancora essere affrontato in modo concreto, profondo e soddisfacente. Per il governatore della Banca di Italia, il lavoro da compiere in tal senso è ancora tantissimo.  

Prima i clienti e poi le banche

Le raccomandazioni arrivano da Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, e di conseguenza non passano nell'indifferenza, ma sollecitano un confronto nel comparto. Riguarda il vivace mercato della cessione del quinto dello stipendio e le sue parole suonano forte e chiaro. A detta del numero uno di Via Nazionale è arrivato il momento di ridurre il contenzioso, garantire una maggiore tutela dei clienti e mitigare i rischi operativi, reputazionali e legali per gli intermediari. Una presa di posizione netta che non arriva a caso, ma rappresenta piuttosto la sintesi di un bisogno di cambiamento da una parte e di regolamentazione dall'altra, sia da parte dei clienti e sia di chi fa un business di questo segmento di mercato.

Ma c'è soprattutto un passaggio che merita maggiore attenzione ed è quello dei diversi livelli di priorità indicati dal numero uno di Bankitalia. In estrema sintesi, il primo livello di tutela spetta ai clienti e solo in subordine le banche. Visco non le manda a dire spiegando che l'attività di controllo più recente e il confronto con il mercato hanno messo in evidenza la presenza di problemi nel settore del mercato del quinto dello stipendio ovvero nei comportamenti verso i clienti. In occasione degli "Orientamenti di vigilanza sui prestiti contro cessione del quinto dello stipendio" ha rivelato come a incidere in maniera decisiva siano le condotte ritenute opportunistiche di alcuni operatori.

Qualcosa non funzione

E che qualcosa non funzioni per il verso giusto è dimostrato dal contenzioso tra intermediari e clienti all'Arbitro bancario finanziario. L'appello è estremamente chiaro: le banche sono invitate a rivedere subito le soluzioni di carattere organizzativo e applicativo e apportare le necessarie correzioni. E c'è anche un'altra dichiarazione di Ignazio Visco che scuote il comparto: le nuove regole applicate al sistema bancario mondiale devono essere estese allo shadow banking, il settore finanziario ombra. Si tratta di un settore ancora inesplorato.

Si addensano nubi oscure sul futuro dell’Italia. E sul nuovo Paese che verrà fuori dalle elezioni del 4 marzo, peseranno diversi nodi che la legislatura che si è appena conclusa, non è riuscita a sciogliere. Il primo e forse quello che agita di più i sogni di coloro che conoscono la materia, è quello delle banche. L’attività della Commissione Parlamentare sulle banche convocata per fare chiarezza su alcuni aspetti oscuri che riguardavano anche importanti esponenti del Governo, oltre a rivelarsi un boomerang per la stessa forza politica che l’ha voluta ad ogni costo, si è rivelata praticamente inutili ai fini di una questione che lentamente è uscita dal dibattito pubblico anche in quella che molti hanno già definito come la campagna elettorale peggiore dal dopoguerra ad oggi.

E la questione rischia quindi di diventare un problema sociale molto pesante L’eredità dei Governi Gentiloni e Renzi, che pure hanno provato a rimettere in moto un Paese fiaccato da dieci anni di crisi economica e anche di rappresentanza politica rischia quindi di pesare in maniera negativa sul futuro dell’Italia. E il caso Mps suscita paure che basta evocarle per capire la complessità della situazione che il nuovo Governo dovrà gestire nei prossimi anni. Vediamo quali sono tutti i motivi.

I conti dell'Italia non sono in ordine e lo sapevamo da tempo. Ma la questione è anche un'altra: nonostante la consapevolezza sul debito pubblico alle spalle e sulle difficoltà a far ripartire il Paese, la situazione è migliorata o comunque non è peggiorata?

Le risposte

Le risposte che stanno circolando non sono affatto rassicuranti perché negli ultimi tre anni il debito è salito a 119 miliardi di euro. Non solo, ma secondo l'Osservatorio di Carlo Cottarelli, l'ex commissario alla spending review il cui programma di taglio della spesa pubblica è rimasto chiuso nel cassetti, nell'arco di tre anni il debito pubblico aumenterà ulteriormente di 55 miliardi di euro.

E il tutto, dettaglio di primissimo piano, mentre la stretta attualità passa dai 26,5 miliardi di euro di clausole di salvaguardia da sterilizzare perché il primo gennaio 2019, a meno di correttivi, scatterà l'aumento dell'Iva. Viene naturalmente da riflettere perché la situazione raccontata nei giorni precedente al voto era ben differente rispetto a quella attuale.

E anzi, veniva raccontata una realtà ben differente e piuttosto rassicurante. Di positivo (ma fino a che punto?), a fronte di un debito cresciuto in valore assoluto, c'è solo che il rapporto tra debito e Prodotto interno lordo è calato da 132 a 131,8%.

I richiami

Il debito pubblico italiano è, senza giri di parola, il vero e proprio nodo cruciale che rende precaria la situazione economica dell’Italia. Anche la ripresa, per quanto evidenziata dalle cifre, sembra essere stata ostacolata da questo fardello che non sembra conoscere crisi. Nonostante gli sforzi messi in campo a vario titolo e da varie istituzioni nel corso di questi anni il toro sbizzarrito del debito pubblico non è stato riportato nei ranghi. La conferma giunge anche dai primi mesi del 2018 che hanno confermato la crescita sfrenata di questo parametro. Per farsi un’idea: in media cresce di 4.469 euro in più ogni secondo. L’anno precedente la stessa media si attestava intorno ai 1.160 euro al secondo.

A nulla sono serviti i richiami della Banca d’Italia e di altri istituti sulla pericolosità di questa palla al piede mostruosa. Che costringe lo Stato a pagare interessi elevatissimi. Cifre che vengono così sottratte al bilancio e a una destinazione certamente più adeguata alle esigenze dei cittadini. Richiami messi in campo anche dall'Ufficio parlamentare di bilancio, di Confindustria e dalla Ue, con lo sesso esito. Fino ad oggi i provvedimenti presi per provare a fermare questa locomotiva impazzita si sono rivelati insufficienti. E l’instabilità politica dopo le elezioni del 4 marzo non aiuta di certo.