Lira italiana rinasce. E' una criptovaluta. E migliaia di italiani truffati, indagine aperta.

La lira italiana rinasce come una criptovaluta. Tutti i dettagli e non soolo

Lira italiana rinasce. E' una criptovalu

Torna la Lira italiana, ma come criptovaluta


 Quante volte sarà capitato anche a voi, magari durante una delle classiche discussioni che nascono a bar davanti a una tazza di latte caldo, di ascoltare la melanconica espressione: “Ah, quando c’era la lira”.

Un tempo mitizzato, un’oasi di benessere garantita dalla cara, vecchia lira. E nonostante l’addio con il passaggio alla moneta unica abbia compiuto nel 2018 il suo sedicesimo compleanno, c’è ancora chi, e sono in tanti, attribuisce in esclusiva a questo cambio di valuta, il peggioramento delle condizioni di vita, acuito dalla crisi economica che dal 2008 ha messo a dura prova la sopravvivenza di centinaia di migliaia, meglio di milioni di persone al mondo.

La lira come criptovaluta

Auspicando, di riflesso, il ritorno a quell’Eden immaginario che aveva nella Lira il suo cuore pulsante. E, in un certo senso, le attese di questi romantici sognatori, sono state premiate. Almeno dal punto di vista puramente formale.

Eh si perché il progetto ITL “Italian Lira”, che a breve vedrà la luce ufficiale, sancisce la rinascita della lira, seppur nella veste digitale attraverso l’utilizzo della Blockchain di Ethereum. Un progetto che si realizzerà in tre fasi.

La prima è terminata nel 2017 con la creazione del team di sviluppatori e dei primi token ITL. Il primo pilastro per questo progetto italoamericano che ha come scopo principale la creazione di sistema di pagamento che non dipenda dai governi. In questo panorama si deve inquadrare la nascita di una lira nuova virtuale e svincolata dai confini nazionali.

Da un anno poi è iniziata la seconda fase che prevede il raggiungimento di alcuni traguardi ben precisi entro la fine del 2019: creazione del sito web, dei listing dei token creati e della loro vendita. La terza ed ultima fase prenderà l’avvio subito dopo e prevede la distribuzione del prodotto agli utenti e lo sviluppo di terminali POS per i pagamenti, con soluzioni di scambio adatte anche a smartphone. POS che dovranno tenere conto della possibilità di effettuare transazioni in tutto il mondo in modo veloce e sicuro grazie alla blockchain di Ethereum.

Si tratta di un progetto molto ambizioso, come si può vedere. Non tutti gli esperimenti finora effettuato hanno avuto esiti positivi. I nostalgici della lira sperano che questa, invece, sia la volta buona.

Furto di criptovalute, la posizione di Bitgrail

Spariti 17 milioni di Nano monete per un valore di circa 159 milioni di dollari, dalla piattaforma italiana Bitgrail. La vicenda è di per sé oggetto di preoccupazione e di interesse mediatico perché Nano è una delle tante criptovalute, al pari delle più note Bitcoin ed Ethereum, che fanno discutere e sono oggetto di attenzione e discussione sia in ambienti domestici e sia finanziari. Il punto è che a essere coinvolta è una piattaforma italiana di scambio di criptovalute, Bitgrail, che ha sede a Firenze. A presentare denuncia è stato lo stesso fondatore e proprietario della piattaforma, Francesco Firano, negli uffici della polizia postale.

I fatti sono allora noti e la stessa Bitgrail ha voluto fare alcune precisazioni pubbliche in favore di chi opera con la sua piattaforma. Nano a parte, di cui rimane solo il 20%, le altre criptovalute trattate sul sito di exchange vengono considerate al sicuro. Al di là delle rassicurazioni a utenti e investitori, il punto è un altro: per quali ragioni si è materializzato questo furto? O più semplicemente, come è stato possibile? La situazione è piuttosto delicata perché si assiste a un scambio di accuse a suon di comunicati stampa. Nano punta l'indice contro Francesco Firano, il trentunenne amministratore di Bitgrail, ritenendolo responsabile di aver nascosto la non solvibilità di Bitgrail. E a sostegno delle proprie tesi mette a disposizione una serie di screenshot di una conversazione con lo stesso Firano.

Quest'ultimo rigetta le accuse al mittente a ricorda di aver "proposto un fork come ipotetica soluzione al fine di restituire ai legittimi proprietari la coin rubate. La reazione dei due Dev di Nano è stata inaspettatamente di chiusura totale al dialogo". In pratica si sarebbe trattato di un furto non imputabile al loro software.

Resta da comprendere l'impatto di questa violazione considerando che sono 220.000 gli iscritti a questa piattaforma italiana di exchange per fare trading con monete virtuali. Bitgrail ha messo nero su bianco di aver predisposto un piano di recupero "che comunicheremo appena sicuri della sua fattibilità a livello legale e contabile". La totalità degli investitori sarà regolarmente rimborsata della somma sottratta, considerando che alla piattaforma di trading sarebbero rimasti 4 milioni di Nano? In ogni caso è stato inevitabile per la procura di Firenze aprire un fa.

Una seconda vicenda...

Tutto è nato da due originari dell'isola, Guillermo Ailes e Fabian Velez, e da Paul McNeal della Virginia: dopo l'uragano Maria hanno pensato di soccorrere Portorico con i droni, ma poi hanno fondato TokenCoin, una non profit per aiutare la gente con le criptovalute. Una parte dei portoricani si aspetta che arrivino soldi e lavoro, altri sono scettici nei confronti dei criptocolonizzatori. Ma i fatti sono chiari: i re dei Bitcoin sbarcano a Portorico e fondano la prima criptocittà, anche per non pagare le tasse. Ecco allora che a dicembre un gruppo di ricchi californiani che hanno guadagnato una fortuna con i Bitcoin ha cominciato ad arrivare a ondate a Portorico.

Uno di questi milionari statunitensi arricchitisi con i Bitcoin e altre criptovalute che si è trasferito a Porto Rico ha spiegato al New York Times le ragioni di questa decisione. A suo dire non si tratta solo di pagare le tasse. Portorico consente soprattutto di costruire qualcosa di totalmente nuovo. Ed è possibile farlo solo dove si ricomincia da zero. Come qui: l'uragano ha spazzato via tutto. Sono 112 i morti causati dall'uragano Maria, 64 dei quali a Portorico. Ma un'inchiesta del New York Times ne ha ipotizzati oltre mille. E spesso ricominciare da zero è la soluzione più facile per costuire. A proposito, il nome che dovrebbe avere Bitcoin city è Puertopia.

E il tutto avviene in un periodo critico perché il Bitcoin è in caduta libera. La criptovaluta crolla sotto i 6.000 dollari sui timori di regole più stringenti, bruciando 500.000 miliardi di dollari di capitalizzazione dagli inizi di gennaio, con un calo del 65% del suo valore in poche settimane. Preoccupa che sia usato come un investimento, afferma il segretario al Tesoro americano, aprendo la strada a nuove norme sulle valute digitali per mettere al riparo i risparmiatori da possibili truffe. Il tonfo rischia di mettere in pericolo la sopravvivenza dei miner, coloro che creano i Bitcoin risolvendo complicati calcoli necessari per validare le transazioni tramite super computer che richiedono un enorme ammontare di corrente elettrica.

E nonostante la vicende di Portorico che abbiamo appena visto. Con il Bitcoin a 6.000 dollari per più di due settimane, solo i miner che hanno accesso a elettricità a basso prezzo, sui 6 centesimi a kilowatt per ora, potranno sopravvivere. Il Bitcoin è l'insieme di una bolla, "di una truffa stile schema Ponzi", condanna Agustin Carstens, il direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali. Kodak ha messo in guardia su truffatori che stanno vendendo Kodak Coine ha posticipato l'initial coin offering attesa la scorsa settimana.