Multinazionali, pagano sempre meno tasse grazie politica e fisco. E nuove tasse possibili per cittadini

Le multinazionali pagano sempre meno tasse con un occhio che si chiude sia del Fisco che della politica compiacente, mentre sono costanti o aumentano e sono rigide nei controlli per i cittadini normali

Multinazionali, pagano sempre meno tasse

Tasse, equità e redistribuzione delle ricchezze. Le Multinazionali pagano sempre meno sui loro profitti


Le multinazionali in Italia, ma anche in generale, nell'area Ue, da recenti studi e statistiche pagano smepre meno tasse con un occhio che si chiude del Fisco e un'altro della politica, mentre aumenta la pressione fiscale o rimane costante per i normali cittadini. Senza contare il discorso, strettamente collegato dei controlli.

Tasse multinazionali e cittadini a confronto

Se la reputazione delle multinazionali è, generalmente, in discesa, qualche motivo dovrà pur esserci. E senza scavare troppo ed arrovellarsi in analisi economiche di grande respiro, un aspetto che potrebbe orientare l’opinione generale verso un deciso parere negativo, c’è quello che riguarda la pressione fiscale.

Se i cittadini, infatti, sono tartassati dalle tasse (la pressione fiscale sui redditi delle persone fisiche è aumentata del 6%, non soltanto in Italia ma in tutti i Paesi OCSE, come ha avuto modo di scrivere il Sole 24Ore riportando i dati di uno studio del Financial Times), ma, esclusi gli evasori che sono comunque una minoranza nell’intera platea dei contribuenti, fanno regolarmente il proprio dovere, la stessa cosa non accade per le multinazionali.

Che godono di un potere immenso, ormai. Un potere che tracima dall’aspetto economico per interessare direttamente la sfera politica. Ed è per questo insano rapporto che si è venuto a creare tra multinazionali e Stati nazionali che le prime hanno potuto strappare condizioni fiscali sempre più vantaggiose.

Dal 2008 ad oggi, infatti, la pressione fiscale per i grandi gruppi imprenditoriali è scesa del 9%. È come la favola di Robin Hood, ma le parti, in questo caso si sono davvero invertite.

Il sospetto e alcune stime ulteriori

E se si facesse tanto rumore per nulla? E se da una parte si punta l'indice contro le grandi multinazionali, accusandole di non versare sal fisco quanto dovuto, ma dall'altra si fa poco per passare dalle parole ai fatti?

Il sospetto, rilanciato anche dalla grande stampa, prende le mosse dall'esistenza di oltre 2.000 accordi riservati tra le grandi aziende e l'Unione europea con l'obiettivo di pagare meno tasse. Si tratta dei cosiddetti tax ruling, da cui l'Italia non è di certo immune con le sue 78 intese.

E non si tratta di una cifra di basso conto, considerando che numeri più alti appartengono solo a Belgio, Lussemburgo e Olanda. Secondo le stime di Tommaso Faccio, docente di economia aziendale alla Nottingham University Business School in Inghilterra, e rilanciate dal settimanale l'Espresso. ogni anno i tax ruling costano all'Italia circa 7 miliardi di euro di imposte non versate.

Qualche nome? Starbucks e Amazon nei Paesi Bassi, da Fiat-Chrysler in Lussemburgo e da Apple in Irlanda, forse il caso più conosciuto e dibattuto, ma anche Michelin, Microsoft e Philip Morris in Italia.

E nuove tasse o meno detrazioni per cittadini

Occorre fare in fretta perché mentre i partiti non riescono a trovare la quadra per la formazione del nuovo governo, la scadenza con il Def - da redigere entro il 10 aprile e da inviare a Bruxelles entro il 30 - è ormai alle porte. Non solo per conti alla mano occorrono subito 30 preziosi miliardi di euro per sterilizzare l'aumento dell'Iva (dal 10 al 12% quella intermedia e dal 22 al 24,2% quella ordinaria) ed evitare l'ennesima introduzione di una accise sui carburanti. Succede perché gli equilibri economici continuano a essere delicati e, a meno di un colpo di spugna, occorre andare in scia di quanto finora previsto. E anzi, considerando che il prossimo esecutivo sarà frutto di un compromesso, sarà inevitabile tenere conto della strada finora percorsa.

E che la situazione sia tremendamente delicata è dimostrato dalle recenti stime del Codacons sulla base dello studio di Confesercenti, secondo cui un eventuale incremento delle aliquote Iva dal prossimo anno sarebbe deleterio per i consumi perché produrrebbe una stangata per gli italiani pari a 791 euro annui a famiglia. E solo di costi diretti.

In questo contesto, il Movimento 5 Stelle sta lavorando a una risoluzione che contenga al tempo stesso elementi di continuità con l'azione del governo sul fronte dei conti pubblici - in particolare sul mantenimento dell'obiettivo di medio termine, vale a dire il pareggio di bilancio - e sul disinnesco delle clausole di salvaguardia per scongiurare l'aumento dell'Iva. L'impronta originale del Movimento 5 Stelle nella risoluzione al Def si vedrà sulle risorse da destinare agli investimenti strategici: green economy, bonifiche, rete idrica ed elettrica, adeguamento sismico, mobilità sostenibile, interventi anti-dissesto, riqualificazione urbanistica, edilizia scolastica e sanitaria, banda ultralarga, infrastrutture immateriali.

Come per i 5 Stelle e Pd, anche per la Lega e il centrodestra è prioritario evitare l'aumento dell'Iva. Il che non sorprende, visto che Forza Italia e Carroccio hanno fatto dell'abbassamento delle tasse il loro cavallo di battaglia. Il capogruppo uscente di Forza Italia ha già preannunciato a nome del centrodestra una risoluzione al Def da affiancare al quadro tendenziale a cui sta lavorando il Tesoro. Mentre Salvini conferma di essere totalmente contrario al reddito di cittadinanza, Brunetta auspica che il confronto sul Def possa diventare incubatore della nuova maggioranza, salvo però ribadire le priorità del programma elettorale del centrodestra: dalla flat tax alla cancellazione della legge Fornero.

Il governo Gentiloni ha già sterilizzato gli aumenti Iva 2018 e ha reperito anche 6,1 miliardi di euro per la parziale sterilizzazione 2019. Per la totale cancellazione dell'aumento Iva 2019, al prossimo governo serviranno altri 12,4 miliardi di euro. La linea del Pd è quella di proseguire lungo l'azione già avviata dal governo Gentiloni. Il partito, uscito sconfitto dalle elezioni, sul Def si porrà su una linea attendista, al momento escludendo di presentare una propria risoluzione. Il no alla Flat tax, cavallo di battaglia del centrodestra, è forse al momento uno dei pochi punti condivisi. I dem non possono avallare soluzioni non in continuità con la politica economica degli ultimi anni, partendo dalla progressiva riduzione del carico fiscale.