Noi Italia, braccia rubate che tornano all'agricoltura. E migliaia licenziamenti taciuti in tutta Italia. Storie

C'è un forte ritorno all'agricoltura nell'ultima analisi Istat sottolineato anche da Coldiretti

Noi Italia, braccia rubate che tornano a

Noi Italia: braccia rubate che tornano all'agricoltura


Sono tantissimi gli spunti di discussione che fornisce Istat con il rapporto "Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo". E molte di queste riguardano l'ambiente e l'agricoltura ovvero scattano una fotografia aggiornata sulle cause e le conseguenze economiche e sociali del nostro Paese di alcune scelte, ma anche la crisi che continua ad essere molto forte nel nostro Paese e talvolta si preferisce tacere

Ma anche della collocazione dell'Italia nel contesto europeo e delle differenze regionali che lo caratterizzano. Ebbene, di interessante c'è la tendenza strutturale alla crescita del settore che, in alcune casi, rappresenta una risorsa fondamentale della multifunzionalità aziendale e della realtà agricola nazionale. In questo contesto si inserisce alla perfezione il recente rapporto di Coldiretti sul cosiddetto ritorno alla terra da parte dei giovani per intraprendere la carriera di imprenditori agricoli.Forse parlare di braccia rubate all'agricoltura, quando si affiancano i dati sul livello di istruzioni diffusi dallo stesso Istituto di statistica, appare un po' troppo.

Tuttavia secondo il numero uno dell'associazione dei coltivatori diretti, la nuova tendenza è chiara: il ritorno epocale ala terra che non si vedeva dai tempi della rivoluzione industriale. Il mestiere della terra, argomenta, non è più considerato l'ultima spiaggia di chi non ha un'istruzione e ha paura di aprirsi al mondo, ma è la nuova strada del futuro per giovani generazioni istruite e con voglia di fare tanto. Il tutto si declina nella presentazione della domanda per l'insediamento in agricoltura dei piani di sviluppo rurale dell'Unione europea. Il problema è piuttosto un'altra: il prezzo della terra arabile in Italia è la più cara d'Europa, circa 40.153 euro all'ettaro.

Ancora Coldiretti

I lavori manuali oltre che le passioni, come vedremo sempre legate alla terra, sono, forse, uno dei sistemi, certamente non l'unico, ma una interessnte variabile per cercare di uscire da questa crisi che da più di dieci anni che dir si voglia domina l'economia italiana. E se è vero che mancano oltre 100mila periti tecnici, così è altrattanto vero come conferma la Coldiretti, ma non solo, che c'è una riscoperta del territorio e delle attivtà prettamente legato ad esso che registrano una cosante crescita legato, dato non poco rilevante, soprattutto ai giovani.

Nel primo semestre dell'anno vi è stato un aumento delle attività dedicate al mondo dell'agricoltura create e portate avanti da imprenditori under 35 anni sen contare quelledella valorizzazione dle territorio come il turismo, ma non solo, che sono cresciute anch'esse sempre grazie allo spirito di iniziative per i giovani che in un momento di poco lavoro, riscoprono il territorio e la creatività. 

Sempre dallo studio Coldiretti-Uniocamere tra le oltre 800mila imprese agroalimentari italiane, quasi 60mila sono quelle gestite da giovani sotto i 35 anni e cono in costante crescita soprattutto nel sud Italia, dove oltre 30mila ragazzi fanno parte di queste attività.
E le aziende di questi giovani sono tra le migliori,s e on le migliori basta vedere i numeri con un 50% del personale assunto rispetto alle altre e un fatturato di ben tre quarti superiori, arrivando a copire oltre la metà del territorio occupato da queste imprese.

E i nuemro dei giovani che lavorano nell'agricoltura ma anche in tutto quello che concerne il territorio come ristorazione, ospitabilità, turismo, arte e cultura è il maggiore in tutta Europa e si va dalla classiche aziende che producono frutta e verdura oltre che allenavamento di animali, alla gestione di attività per i disabili o persone in difficoltà. Un mondo davvero a 360 gradi.

L'esempio Puglia

La Puglia è un esempio virtuoso di questa tendenza di riscoperta del territorio da partedei giovani e delle potenzialità per il lavoro che si sono in realtà gà concretizzate e con successo come rileva sempre Coldiretti con la collaborazione di Unioncamere.

La crescita è quella media che sta avvendo in Italia con poco più di 5500 giovani under 35 che solo nei primi sei mesi del 2017 hanno iniaiato una attività o na hanno preso parte legata al territorio.
In modo particolare le zone di Foggia e Bari hanno avuto gli incrementi maggiori e si collocano nei primi dieci posti della classifica nazionale.

E tutto questo quando deve ancora scattare i bandi Rurali del Psr Puglia che hanno l'obbietivo di incrementare ancora di più questi dati già ottimi che ostrano come vi è già in atto un processo di modernizzazione del settore agroalimentare. Questi bandi permeteranno a oltre 2200 giovani e a 1700 imprese di poter miigliorae la propia ipresa se già esistente o di crearne da zero con piani di ristrutturazione e di creazione di una fliera sempre più rivolta al pubblico diretto sia perla vendita che per altre attivià a 360 gradi sul territorio.

E da una ricerca di Coldiretti Pugliese i giovani che lavorano nel settore sono con punte vicino all'80% molto soddisfatti di quello che stanno facendo e di poter lavotrare nela propria terra e nella sua valorizzazione oltre a stare legati alla propria famiglia e amici. Quasi il 60% è lauraeato e oltre il 70% ha lavorato sull'innovazione.

Orto riscoperto

L'orto riscoperto in due direzioni e c'è certamente da riflettere su quanto sta accadendo, dopo anche i diversi scandali alimentari che vi sono stati. 

Il primo elemento è che sempre di più sono gli italiani che si creano un orto da soli o sfruttando le varie iniziative della Coldiretti come a Milano, Roma, Torino e diverse altre città e zone. In questo caso Coldiretti nell'iniziativa Campagna Amica mette a disposizioni degli spazi di orti in città che vengono seguirti direttamente dalla persone sotto l'occhio vigile dei cosidetti tutor dell'orto.
E se prima erano solo i più anziani a dedicarsi all'orto, ora sono tanti i giovani, soprattutot le giovani famiglie con bambini (ma non solo che coltivano questi piccoli spazi) e hanno piccole e grandi soddisfazioni di veder crescete alcune verdure e frutta nel proprio orto.

Il costo di un simile orto o, comuque, di uno spazio simile di 20 Mq, è 250 euro. Ma ci sono vari altri tipi di orti, come quelli sul balcone sia verticali che orizzontali che vanno oltre a quelli che offre Campagna Amica o gli stessi Comuni delle arie città spazi che si stanno davvero moltiplicando per il grande successo di queste iniziative e che sono, comunque, ancora pochi per combattere l'iquinamento atsmosferico soprattutto provocato dalle polveri sottili.

E si compra dall'orto sotto casa

Se fare il proprio orto in uno spazio dato dalla città o nella città o sul balcone di casa è un modo di passare il tempo con soddisfazione e divertimento e avere un pò di verdura e frutta fresca di stagione di assoluta qualità e sicurezza, la stessa cosa ricercano almeno in parte gli italiani che tendano a comprare dall'orto sotto casa o, comunque, in quei negozi dove sanno che la qualità è alta e si trovano prodotti ad impatto zero. E su questo hanno contribuito anche i vari servizi online su Internet che ti portano dall'orto a casa direttamente i prodotti di stagione.
E alla fine tra queste persone e chi fa da sè, sono sei italiani su dieci afferma lo studio di Coldiretti realiazzto in collaborazione con Ixe’ chiamato ll ritorno del Contadino style.

E la crisi

Per molti aspetti non si può che rimanere sorpresi perché nella lista anche solo delle più importanti aziende italiane del turismo e commercio in crisi sono finiti colossi la cui solidità non è mai stata messa in discussione. Il problema è che si contano solo quelle iù grandi e di due soli settori, quando la crisi è molto più vasta, con la problematica anche dei licenziamenti e delle casseintegrazione e anche delle piccole-medie imprese e o professionisti spesso dimenticati.

La grande distribuzione elettronica

Il dado è tratto e le prime saracinesche di Trony, Mediaworld ed Euronics sono state tirate giù. La spiegazione ufficiale è l'incapacità di reggere la competizione con l'ecommerce. Il divario dei prezzi applicati sui prodotti di elettronica di consumo è troppo evidente per non spingere i consumatori ad affidarsi al web, anche a costo di non fare a meno di quel contatto fisico che tanto piace e tanto rassicura i consumatori italiani. E a poco sembra bastare la cosiddetta guerra delle promozioni e di sconti sull'Iva, considerata la risposta disperata ad Amazon. Offerte e riduzioni di prezzo non sembrano sufficienti per spostare gli equilibri.

Perché di mezzo non c'è solo Amazon, la più popolare delle piattaforme di commercio elettronico, ma anche i vari ePrice, eBay, Yeppon, Pixmania e Monclick. Nessun prodotto è di fatto tagliato fuori e tra smartphone e frigoriferi, tablet e forni, fotocamere e televisori, console per giocare e computer, lavastoviglie e stampanti, i consumatori italiani hanno trovato un altro prezioso spazio per fare acquisti risparmiando. Tutto molto interessante e stimolante dal punto di vista degli utenti. Ma evidentemente lo è da meno per gli imprenditori che hanno investito risorse e per gli stessi lavoratori dei punti vendita costretti a trovare un'altra occupazione.

Basta prendere in mano uno dei tanti volantini che periodicamente sfornano Trony, Mediaworld, Euronics per farsi un'idea degli sconti applicati. C'è stato perfino chi, come Unieuro, ha messo sul piatto il taglio dei prezzi fino al 50% sugli elettrodomestici. Ma di volta in volta si vedono anche il finanziamento a tasso zero, la cancellazione dell'Iva al 22% sugli acquisti, lo svuota tutto, le vendite sottocosto e i ben noti prezzi civetta per cercare di attrarre il maggior numero di clienti possibili. Segno del cambiamento dei tempi e della difficoltà delle catene di vendita di prodotti di elettronica di consumo a recitare una parte da protagonisti.

E così, le cronache ci consegnano la sparizione nei centri città di punti vendita, la riduzione dei margini di guadagno dei distributori, la perdita di quota di mercato del canale fisico, procedure fallimentari e concordati preventivi. Tanto per essere chiari, 43 negozi di uno dei soci di Trony sono in fallimento con tanto di licenziamento di 500 lavoratori. Euronics ha ceduto a Unieuro 21 punti vendita diretti tra Lazio, Abruzzo e Marche. Mediaworld ha annunciato 180 esuberi e chiuso due punti a Milano e Grosseto.

I negozi di lusso

Era successo qualche anno fa anche a Napoli e le reazioni erano state simili se non proprio uguali. A proposito della chiusura della sede di Via Toledo, sgomento ed incredulità la facevano da padroni, come accade oggi. Come è possibile? La domanda più frequente. Non potrebbe essere altrimenti quando la notizia della chiusura non riguarda negozi piccoli e grandi che siano.

Ma il marchio, e che marchio, che per anni, in Italia, ha incarnato il modello unico ed invincibile del grande magazzino, quando i grandi magazzini rappresentavano qualcosa di esotico. Non essendo ancora diffusi in maniera così capillare come sarebbe capitato qualche decennio più tardi, rappresentavano quasi la Mecca dell’acquirente più incallito, quello più furbo e quello che voleva dimostrare di avere orizzonti ampi. Stiamo parlando della Rinascente di Genova che chiude i battenti nel 2018 e apre l’ennesima crisi del lavoro in Italia.

Circa sessanta persone resteranno dall’oggi al domani senza più un’occupazione. Un dramma che non riguarda solo la Rinascente perché basta fare una panoramica anche suk web per capire che poi, tutto sommato, le aziende italiane non godono di ottima salute. E, come spesso accade, queste vicende si circondano di un’aura di beffa visto che alcuni indicatori economici suggerirebbero euforia e la certezza che la crisi è ormai alle spalle. Ma non è così come vedremo nel corso di questo articolo.

Incredulità e rabbia. Questi sono i sentimenti che la chiusura della Rinascente nel centro di Genova lascia in eredità a chi aveva sempre visto questo marchio come invincibile. Una chiusura che avverrà entro il ventotto ottobre del 2018. E d’altra parte la genesi della Rinascente, o meglio le speranze di chi a vario titolo ha contribuito a rendere la Rinascente il mito che è attualmente, voleva essere proprio questo. Alla stregua di altri grandi gruppi internazionali ai quali spesso questo marchio è stato accostato.

Un colpo all’occupazione della città visto che sessanta persone resteranno senza lavoro e alla città stessa che perde un’altra grande azienda presente nel capoluogo ligure dal 1960, a causa della sua scarsa appetibilità commerciale, a quanto pare. Incredibile ma vero. come incredibili ed inutili sono stati anche i sacrifici dei dipendenti che non si sono risparmiati ed hanno provato in tutti i modi a resistere come dimostra il contratto di solidarietà che avevano deciso di adottare negli ultimi cinque anni.

I supermecati

La decisione di Auchan di via Argine a Napoli di passare la mano e cedere la proprietà alla società Sole 365 non è andata giù a sindacati e lavoratori.

Stando a quanto raccontano, l'operazione sarebbe avvenuta all'oscuro ovvero senza che fosse stata data alcuna comunicazione. I problemi sono anche di altro tipo perché la nuova società avrebbe assorbito solo una parte del personale a cui non applicherà il contratto del commercio. Inevitabili allora le ripercussioni sia sotto il profilo occupazionale che di stipendio.

Da qui la decisione dei lavoratori di incrociare le braccia a tempo indeterminato. Si ricorda che sono coinvolti circa 700 persone negli ipermercati Auchan di Nola, Giugliano, Mugnano e Pompei. Un numero di rilievo che, temono le organizzazioni sindacali, potrebbe addirittura diventare più alto se la stessa operazione dovesse ripetersi in almeno uno dei 22 punto vendita Auchan in Itala. 

Vale tuttavia la pena far notare come, a oggi, non sono arrivati segnali di possibili cambi di proprietà in altre città. Ma è pur vero, come stanno facendo notare lavoratori e sindacati, che questo tipo di operazioni non sempre si consuma sotto la luce dei riflettori. Sono attese risposte nelle prossime ore, anche in relazione al rientro dallo sciopero.

I call center

Ancora una complicata situazione lavorativa da raccontare: questa volta siamo a Cagliari e di mezzo c'è il destino occupazionale di 30 persone della Dynamicall. Il mondo è quello dei call center e i dubbi nascono da una ragione ben precisa.

Come è possibile - si domandano i lavoratori coinvolti, spalleggiati dalle organizzazioni sindacali - che siano mandati a casa se l'importante commessa Enel Energia aggiudicata dal consorzio Call2net sia ancora attiva e duri da 10 anni?

I rappresentanti dei dipendenti hanno un dubbio ovvero che si tratta di una furbata. Il sospetto - tutto da dimostrare, sia chiaro - è che si tratta del preludio di un allontanamento di massa per poi consentire alla società Zeroquattronove di procedere all'assunzione di altri e differenti lavoratori. 

Le industrie Piaggio ed Embraco per fare due esempi

La situazione è pesantissima, anche perché i lavoratori coinvolti sono stati invitati a rimanere a casa proprio da sabato, alla vigilia di una delle domeniche di Pasqua più amare di sempre. Da qui la decisione di organizzare un presidio di due ore, dalle 10 alle 12, davanti alla sede in via Meucci della Dynamicall a Cagliari. Saranno presenti tutti i lavoratori del call center.

Le lettere sono state inviate e ricevute. Peccato solo che contenevano solo brutte notizie ovvero il licenziamento dal posto di lavoro. Succede a 114 lavoratori Piaggio Aero. Tutti loro sono adesso in cassa integrazione, ma al termine di questo periodo, usciranno dal libro per ritrovarsi senza occupazione. Succederà nel prossimo mese di luglio.

Si tratta insomma dell'ennesima mazzata - coinvolti 80 lavoratori a Genova e 34 a Villanova d'Albenga - in un periodo non certo brillante dal punto di vista imprenditoria e con il Ministero dello Sviluppo Economico coinvolto a più riprese nel fare da mediatore alle troppe crisi aziendali. La conferma arriva proprio dalle organizzazione sindacali di categorie che hanno pubblicato riferito come Piaggio Aero abbia avviato la procedura di licenziamento collettivo nonostante l'assicurazione (a detta dei sindacati) di esuberi.

Resta da capire se ci sono margini di trattative perché i sindacati hanno chiesto un incontro con l'azienda per capire quali sono le intenzioni. E in caso di porta chiusa ovvero di mancanza di volontà a sedersi attorno a un tavolo, hanno già annunciato l'intenzione di scendere in piazza. Il punto è che la delusione è manifestata non solo nei confronti dell'azienda, ma anche dell'esecutivo che avrebbe dato il via libera alla riorganizzazione di Piaggio Aero con l'approvazione del piano industriale allo scopo di evitarne il fallimento.

È la globalizzazione baby. Sembra questo il triste epilogo di un caso che ha suscitato molto scalpore provocando una reazione piuttosto stizzita del solitamente molto sobrio Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda.

Si tratta del caso Embraco, l’azienda controllata dal gruppo Whirpool che ha deciso di togliere le tende senza alcun preavviso da Riva di Chieri dove era presente con uno suo stabilimento. Una scelta che ha avuto ripercussioni disastrose per circa 500 lavoratori (erano addirittura duemila negli anni ’90) che si sono trovati praticamente senza un’occupazione e senza futuro da un giorno all’altro. La trattativa intavolata dallo stesso ministro Calenda è infatti naufragata e la decisione dei vertici aziendali di potenziare la produzione della fabbrica Spisska Nova Ves nella periferia di Bratislava è stata confermata.

Una decisione che ha, come abbiamo già avuto modo di dire in precedenza, scatenato l’ira del ministro Calenda che ha messo l’accento, in maniera inequivocabile su un uso illegittimo dei fondi europei per creare condizioni migliori per attrarre le imprese dagli altri Paesi membri. Insomma l’accusa sarebbe quella di aver intavolato una trattativa segreta con i vertici di Embraco per spostare la produzione nello stabilimento Spisska Nova Ves nella periferia di Bratislava.

Questa reazione veemente ha rischiato di avviare quasi un caso diplomatico tra Slovacchia ed Italia. La risposta dell’esecutivo slovacco non si è fatta attendere ed è arrivata perentoria con una telefonata all’ambasciatore italiano con la quale il ministro dell'Economia slovacco Peter Ziga ha voluto stigmatizzare il comportamento del collega italiano sottolineando come, per l’Embraco ogni sostegno garantito è sempre stato in linea con le regole europee, adeguatamente negoziato e reso noto. Ziga ha poi fatto sapere che considera questa uscita di Calenda come un corollario della campagna elettorale italiana e si è dimostrato pronto a fornire qualsiasi tipo di informazione richiesta su quale è la situazione reale, sgombrando così il campo da qualsiasi sospetto di trattative segrete del governo slovacco con la multinazionale del gruppo Whirlpool. Il titolare del dicastero dell'Economia ha respinto al mittente anche le accuse di dumping fiscale e sociale spiegando come la stessa Slovacchia sia vittima del differenziale di condizioni strutturali fra diversi Paesi dell'area dell'Europa Centrale. Ziga ha infine sottolineato che l’ammontare degli aiuti di Stato slovacchi in relazione al Pil è il più basso nell’Europa centrale ed orientale.

Le speranze per i lavoratori italiani sono adesso affidate a due gruppi, uno italiano e l'altro straniero, che si sono offerti di subentrare alla multinazionale brasiliana..

Senza dimenticare Fiat

Tutto è andato al di sotto delle aspettative. Stando infatti a quanto dichiarato da Fca, la partecipazione dei lavoratori allo sciopero è stata piuttosto scarsa. E anzi, in alcuni casi si è rivelata perfino irrisoria. A Pomigliano D'Arco (Napoli), ad esempio, avrebbero preso parte due operai su 1.275 presenti del primo turno nello stabilimento (dati Fca). Di conseguenza i disagi sono stati inesistenti e la macchina produttiva è andata avanti senza complicazioni. Stessa cosa, in realtà, anche altrove, considerando che secondo l'azienda del Lingotto, nessuna adesione è stata registrata negli stabilimenti di Melfi, Cassino, Termoli, Cento, Pratola Serra. A chiudere il cerchio, si registra la partecipazione di un solo lavoratore su 841 della fabbrica di Termoli.

Si può allora parlare di fallimento dello sciopero generale di otto ore proclamato in tutti gli stabilimenti italiani di Fca dal Coordinamento operai autorganizzati? I numeri Fca sembrano parlare chiaro: al primo turno, nessuna adesione negli stabilimenti di Verrone, Cento, Atesta Plastic Unit, Cassino, Melfi, Pratola Serra e Mirafiori Carrozzerie. Due adesioni a Pomigliano su 1275 operai, equivalenti allo 0,16%, nessuna adesione tra gli impiegati. A Termoli, una sola adesione tra gli operai su 841 presenti, pari allo 0,12%. Nessuna partecipazione tra gli impiegati. La società rende noto che il turno centrale ha visto la totale partecipazione dei lavoratori.

I fatti di cronaca riferiscono invece di circa 150 lavoratori aderenti ai Si Cobas sugli svincoli che dalla strada statale 162. Solo a distanza di alcune ore la situazione si è normalizzata. Complicazioni sulla statale in direzione Napoli e in direzione Nola. Alla base della protesta c'è il piano industriale di Fca che, a detta dei manifestanti, non è sufficienti a garantire il futuro occupazionale dei lavoratori. Nel mirino anche la gestione aziendale degli ammortizzatori sociali da parte di Fca e la mancata applicazione della rotazione.