Nordest, industria nuovo boom. Immigrati fondamentali: speriamo non scappino.

Gli stessi lavoratori potrebbero presto trovarsi davanti a un bivio e decidere di fare ritorno a casa loro perché la ripresa è in corso un po' ovunque.

Nordest, industria nuovo boom. Immigrati

Servono immigrati per sostenere l'economia


Il Nord est italiano sta riscoprendo un nuovo boom industriale e si sta arrivando addirittura al punto che è in carenza di manodopera, al punto da far lanciare l'allarme al presidente di Confapi di Padova che spera che gli immigrati non decidano di lasciare il Paese per tornare nelle loro terre di origine, situazione che può sembrare un paradosso rispetto a quanto sta accadendo nel resto dell'Italia.

Bisogna fare i conti con i tempi che cambiano perché la crociata contro gli immigrati, indipendentemente dalle ragioni etiche e politiche, non è utile dal punto di vista economico e lavorativo. La fotografia attuale scattata dai report più recenti raccontano di due fenomeni paralleli ma che non viaggiano di pari passo. Da una parte ci sono alcune regioni in cui la ripresa economica è un dato di fatto. Anche se il livello di produzione non è accostabile a quella del periodo precedente l'esplosione della crisi, il trend è sicuramente positivo e si può essere ragionevolmente ottimisti. Non ovunque appunto perché sono soprattutto il nord-est italiano, la Lombardia e l'Emilia Romagna a mostrare la migliore vitalità. Non il resto della penisola, ma questa è un'altra storia che meriterebbe un'analisi a parte.

Immigrati necessari per l'economia

Dall'altra parte c'è un altro elemento di cui tenere conto: l'economia si è rimessa in moto, le opportunità di impiego si moltiplicano, ma non sempre si trovano i lavoratori. Proprio così, in un Paese in cui i tassi di disoccupazione sono incredibilmente alti rispetto alle altre economie occidentali e i cui si comincia a parlare di nuovo boom industriale, non c'è manodopera sufficiente per sostenere questo ritmo. Sono emblematiche le parole di Carlo Valerio, presidente della Confapi di Padova, la confederazione italiana della piccola e media industria privata del capolouogo veneto, secondo cui la speranza è che gli immigrati non decidano di tornare nei loro paesi di origine. Si tratta insomma di una valutazione che fa a pugni con tutte le analisi di segno contario che da mesi e mesi puntano l'indice contro l'immigrazione.

Tradotto in altri termini significa che se la forza lavoro non basta sarà presto necessaria importarla dall'estero ovvero l'economia italiana potrebbe avere un disperato e urgente bisogno di chi arriva dall'estero. E il tutto, ironia della sorte, in un territorio che da sempre dimostra qualche resistenza rispetto all'apertura delle porte. Ma come fa notare lo stesso numero uno della Confapi padovana, dalle statistiche Eurostat, secondo cui la disoccupazione in Veneto è al 6,3%, pressoché la stessa del 6,4% della Lombardia e del 6,6% dell'Emilia Romagna, le considerazioni da fare sono due. La prima è che la ripresa è in corso. La seconda è che ci sono settori interamente occupati da stranieri. Cosa accadrebbe - si domanda - se queste persone rientrassero nei loro paesi di origine dove oggi esiste quell'offerta di lavoro che ieri mancava? Il tema è scomodo e può non piacere ma va evidentemente affrontato con programmazione.

Rvitare una nuova crisi: come fare?

La situazione è allora estremamente chiara: e allora, cosa fare? Innanzitutto occorre mettere da parte la demagogia perché se le imprese fanno già oggi fatica a trovare gli operai sufficienti a sostenere la ripresa poiché i giovani rivolgono le loro scelte altrove, evidentemente occorre prendere coscienza del mutamento del contesto e agire di conseguenza. Anche perché gli stessi lavoratori potrebbero presto trovarsi davanti a un bivio e decidere di fare ritorno a casa loro perché la ripresa è in corso un po' ovunque.

Disoccupazione: i numeri aggiornati

Diciamolo pure: forse non serviva il nuovo rapporto Eurostat per fotografare la situazione italiana sul lavoro. O sul non lavoro, per dirla meglio. Secondo le rilevazioni dell'istituto di statistica comunitaria, c'è una parte della penisola che viaggia ai ritmi della Germania, considerato il modello di riferimento per le sue perfomance a livello economica. E ce n'è un'altra che arranca, più vicina a Spagna e Grecia, di certo non le locomotive d'Europa. Più esattamente, della prima fascia fanno parte Lombardia e Veneto e, più in generale, il nord-est. Della seconda tutto il resto, per cui il termine di definizione è il poco lusinghiero garlic belt.

Tradotto letteralmente significa cintura dell'aglio. Ma in maniera più concreta si tratta delle parole - sarcastiche e con una punta di disprezzo - con cui vengono definiti nel mondo anglosassone i Paesi del Sud Europa, Italia inclusa. Provano a dare allora qualche numero, se a livello europeo, il tasso medio di disoccupazione registrato lo scorso anno si è attestato sul 7,6%, le differenze tra Stato e Stato e tra regione e regione sono state terribilmente evidenti. Le situazioni migliori sono state rilevate in Germania, in alcuni Paesi scandinavi e in Gran Bretagna. Pollice in giù per la Grecia e la Spagna, soprattutto quella meridionale. Di più: pollice in giù per la Macedonia Occidentale (29,1% disoccupati) e per l'enclave spagnola in territorio marocchino di Melilla (27,6%).

Ma attenzione perché situazione critiche sono stare notate anche in Francia e in Finlandia, con percentuali disoccupazione superiori alla media europea. E c'è poi il problema dei problemi: quello della disoccupazione giovanile: a livello europeo, il 16,8% dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 e i 24 anni non riesce a entrare nel mercato del lavoro. Anche in questo caso sono la Grecia e la Spagna a fare registrare le peggiori performance. Una buona fetta dei suoi giovani continua a rimanere ai margini del mercato del lavoro. Sorridono invece la Germania e la Gran Bretagna, ma anche l'Austria, i paesi del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) e la Danimarca, a dimostrazione di come non tutta la Scandinavia viaggia allo stesso ritmo.

Sorprende piuttosto (ma solo fino a un certo punto) che nella maggior parte dei Paesi dell'Est la disoccupazione giovanile ha fatto registrare lo scorso anno i valori più bassi a livello continentale.

La situazione del resto d'Italia

E in Italia? Occorre appunto fare alcune distinzione perché Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna possono sorridere mentre altre regioni sprofondano, come la Calabria, in cui il tasso di disoccupazione rilevato dall'Istat è pari al 21,6% ovvero quasi il doppio rispetto all'11,2% registrato dall'Istat a livello nazionale. Un altro dato è significativo: delle dieci regioni con la più alta percentuale di disoccupati di lungo corso ovvero in cerca di lavoro da almeno 12 mesi, nove si trovano in Grecia. La decima è invece in Italia: la regione Molise, dove il 72,8% di chi è senza un impiego lo è da un anno.