Perché i 30/40enni sono una generazione perduta dopo le vaie crisi degli ultimi anni

di Luigi Mannini pubblicato il
Perché i 30/40enni sono una generazione

I nati tra gli anni '80 e '90 sono quelli che si trovano a pagare un prezzo molto salato alla crisi che nell'ultimo decennio ha sconvolto le economie del mondo

Il perché lo spiega bene anche l’analisi pubblicata nei giorni scorsi da “Il Sole 24Ore”. Decisiva la crisi che nell'ultimo decennio ha profondamente mutato le condizioni di vita di milioni di persone

Quando c’è una rivoluzione, per quanto condotta in maniera poco convenzionale, è ovvio aspettarsi che qualcuno rimanga indietro e ne paghi le conseguenze. Ma quando questa rivoluzione si accompagna anche a una crisi economica che per dieci anni e più ha divelto l’equilibrio mondiale che, tra alti e bassi, si trascinava dalla fine del secondo conflitto mondiale, le conseguenze possono essere ancora più gravi, quando non letali.

Ecco allora perché la generazione dei 30/40enni può essere considerata una generazione perduta. Almeno sotto l’aspetto del risparmio. Il perché non è difficile da comprendere, e lo spiega bene anche l’analisi pubblicata nei giorni scorsi da “Il Sole 24Ore”, se si prende in considerazione l’ultimo decennio vissuto pericolosamente sulle soglie di una crisi che ha profondamente mutato le condizioni di vita di milioni di persone. Provocando stravolgimenti fino a qualche anno fa davvero inimmaginabili.

Perché i 30/40enni sono generazione perduta

Se qualcuno ancora ritiene che si tratti di fandonie, allora è chiaro che non ha capito ancora il perché i 30/40enni sono generazione perduta. Si tratta di chi oggi ha un’età compresa tra i 30 e i 40 anni che, come spiega bene l’analisi pubblicata nei giorni scorsi dal Sole 24Ore, stanno pagando in misura maggiore gli effetti della crisi devastante che non ha risparmiato l’Italia. A differenza di quanto avveniva nel recente passato, rispetto ai pari età delle generazioni passate, gli adulti di oggi sono svantaggiati come dimostrano le statistiche.

Nell’ultimo anno solare gli occupati sono calati quasi dell’1 per cento,7% tra 25 e 34 anni e del 2,1% tra 35 e 49 anni. Oltre ad essere un dato drammatico per la vita di migliaia e migliaia di persone, queste percentuali nascondono anche un altro aspetto ugualmente spaventoso. Si tratta della mancata partecipazione di queste persone al Pil nazionale, che significa la creazione di un vero e proprio buco di bilancio che pesa e non poco sulle prospettive del Paese. La proverbiale difficoltà di entrare a pieno titolo come attori economici nella società, si riflette sulle scelte finanziarie: rispetto a dieci anni fa, registra Assogestioni, la quota di sottoscrittori di fondi comuni di investimento è calata di otto punti percentuali tra i ventisei e i trentacinque anni e del 6,7 per cento tra i trentasei e i quarantacinque anni. Gli ultra sessantacinquenni che investono in fondi comuni sono quattro volte i loro figli.

Generazione perduta anche su scelte previdenziali

Una generazione perduta non solo dal punto di vista lavorativo, ma anche su altri fronti. Non ultimo quello previdenziale. Un dato esprime bene questo aspetto: i fondi pensioni, appena dieci anni fa, erano la soluzione scelta con maggiore frequenza proprio dalle persone dai trentacinque ai  quarantaquattro anni. Gli ultimi dati relativi al 2016 dicono che sono i 45/54enni, con un tasso di adesione inferiore però al 33%. Invece di crescere, in questi dieci anni quella generazione ha ridotto le proprie mosse finalizzate a costruirsi una pensione alternativa. E di conseguenza le proprie prospettive di reddito future, le capacità di far fronte alle future esigenze economiche, di spesa e di partecipazione al Pil Nazionale. La quota di adesione dei 35/44enni di oggi è calata fino al 26,9%.