Pil italiano è a livelli pre-crisi tornato o ancora no. La verità

Una affermazione di Bersani riapre il problema se il Pil è ritornato o meno ai livelli pre-crisi e se c'è stato un miglioramento reale e di quanto.

Pil italiano è a livelli pre-crisi torna

Pil è ritornato ai livelli pre-crisi


Nonostante segnali di miglioramento e conclamate affermazioni da parte del premier Gentiloni di una Italia tornata a crescere, l’economia del nostro Paese non sembra poi vivere un momento positivo e l’andamento del Pil lo dimostra: rispetto agli altri Paesi europei, infatti, il Pil italiano segna risultati peggiori. 

A confermalo, come riportano le ultime notizie, anche recenti affermazioni di Pier Luigi Bersani, uno dei fondatori di Mdp, secondo cui rispetto al 2008 il Pil italiano è a meno 6, mentre la media europea è a più 7, e nel nostro Paese si sta registrando un record storico di precarietà.

Secondo le ultime notizie, sembra proprio che Bersani abbia ragione: dalle serie storiche Eurostat dei prodotti interni lordi dei Paesi europei emerge che nel 2008 l’Italia aveva un Pil di 1.669.422 milioni di euro, mentre nel 2016 di 1.572.997 milioni di euro, con un calo del 5,8%, mentre in Europa il Pil era di 13.134.117 milioni di euro nel 2008 e di 13.824.158 milioni di euro nel 2016, con una crescita del 5,3%. Comparando poi i dati del terzo trimestre del 2017 e quelli dei primi tre trimestri del 2008 con i primi tre trimestri del 2017, si nota un calo del Pil italiano del 5% a fronte di una crescita di quello europeo del 6,9%.

Ulteriori conferme, la prima da Cgia di Mestre su effetti crescita ricchezza

Una nuova analisi della Cgi di Mestre dimostra come se pure le previsioni del Pil sono positive, si rischia ancora di ripiombare nela crisi, anche perchè la crescita che è avvenuta finora dal 2000 al 2017 è stato solo 0,15% ogni 12 mesi e dalla crisi del 2007 si devono recuperare 5,4%

Al momento sono venuti a meno le spese delle famiglie di quasi 3%, la PA per l'1,7%, ma soprattutto gli investimenti, la voce che davvero anca, sotto del 24,3%.

Ovunque, la crescita è stata molto superiore alla nostra e di molto. La Germania è cresita del 23,7%, la Spagna oltre il 31%, l Francia del 21,7%. Noi, riprendendo solo elementi reali, il 2,6%.
Solo la Grecia deve recuperate il 25% rispetto al nostro 5,4%, siamo la peggiore dell'Ue e subito di noi viene il Portogallo al 1,2% negativo.

Una delle spiegazioni è quello della conitnua austerity dei conti che sta segnando il nostro Paese, in quanto l'avanzo primario nei conti pubblici in questi 17 anni è stato positivo, dimostrazione che si è cercato sempre di raggiunger gli obiettivi di risamento del debito a scapito, però, di non centrare affatto ela ripresa che sta aratterizando praticamente tutta l'Europa e non solo

Seconda da Confindustria

L’ottimismo è il profumo della vita. Per chi lo ricorda, questo è stato il fortunato slogan pronunciato da Tonino Guerra in uno spot diventato quasi leggendario quando venne messo in onda. Ma di ottimismo si può anche morire. Sembra questo il messaggio lanciato dal Centro studi di Confindustria presentando gli Scenari economici per il 2018-2019, che se da un lato rivede le stime del Pil italiano al rialzo, dall’altro non può che mettere in guardia sul fatto che l’Italia si appresta a dover affrontare un bivio.

Un bivio che presenta gravi rischi nel caso il Paese imbocchi la direzione sbagliata. Cosa che potrebbe succedere soprattutto a causa della scarsa propensione delle banche a concedere crediti nonostante i tassi siano ai minimi e la domanda sia tornata ai livelli pre-crisi. Insomma, va bene l’ottimismo visto che l’aumento più corposo del Pil è senza dubbio un segnale incoraggiante. Ma poi bisogna fare i conti con la realtà. E mettere in evidenza, come prova a fare Confindustria attraverso l’analisi del Centro studi, quali possono essere i fattori di rischio che potrebbero minare alla base la crescita economica che, finalmente, sta mostrando i primi incoraggianti segnali anche in Italia.

Le elezioni politiche sono vicine e Confindustria, commentando i dati snocciolati dal suo Centro studi, vuole raggiungere due obiettivi. Quello di infondere ottimismo, e quello di mettere in guardia il governo. Bisogna tenere le briglie ben salde per non compromettere un percorso lungo e faticoso che sta portando piano piano finalmente i propri frutti. Le stime sul Pil italiano sono state alzate rispetto alle precedenti previsioni che ponevano l’asticella all’1,3 per cento e poste all’1,5 per cento. Stime meno ottimistiche per il 2019 dove l’aumento del Pil non dovrebbe andare oltre un +1,2 per cento. Stime positive anche sul lavoro che è tornato a livello pre-crisi.

Bivio Italia con gravi rischi

Il bivio che si apre sul futuro dell’Italia è di quelli davvero delicati. E lo spartiacque è rappresentato proprio dalle prossime elezioni politiche. Da un lato la strada maestra del rigore e delle riforme che rappresentano l’unica possibilità per continuare nel percorso di risanamento e di crescita intrapreso negli ultimi anni. Dall’altro invece un vicolo buio che presenta gravi rischi. La paura è che l’instabilità politica ed eventuali misure demagogiche che potrebbero prediligere ragioni di puro consenso rispetto alle necessità reali per l’economia e lo sviluppo del paese prendano il sopravvento e vanifichino i passi avanti compiuti in questi ultimi anni.

Poi Confindustria bacchetta le banche colpevoli di non avere aperto ancora i cordoni del credito alle imprese nonostante siano tanti gli indicatori che indichino la correttezza di questa operazione. I tassi sono ai minimi e la domanda di prestiti delle imprese è tornata agli standard precedenti alla crisi, economica. I prestiti alle famiglie, invece, sono in crescita.

L’ottimismo è il profumo della vita. Per chi lo ricorda, questo è stato il fortunato slogan pronunciato da Tonino Guerra in uno spot diventato quasi leggendario quando venne messo in onda. Ma di ottimismo si può anche morire. Sembra questo il messaggio lanciato dal Centro studi di Confindustria presentando gli Scenari economici per il 2018-2019, che se da un lato rivede le stime del Pil italiano al rialzo, dall’altro non può che mettere in guardia sul fatto che l’Italia si appresta a dover affrontare un bivio.

Un bivio che presenta gravi rischi nel caso il Paese imbocchi la direzione sbagliata. Cosa che potrebbe succedere soprattutto a causa della scarsa propensione delle banche a concedere crediti nonostante i tassi siano ai minimi e la domanda sia tornata ai livelli pre-crisi. Insomma, va bene l’ottimismo visto che l’aumento più corposo del Pil è senza dubbio un segnale incoraggiante. Ma poi bisogna fare i conti con la realtà. E mettere in evidenza, come prova a fare Confindustria attraverso l’analisi del Centro studi, quali possono essere i fattori di rischio che potrebbero minare alla base la crescita economica che, finalmente, sta mostrando i primi incoraggianti segnali.

Analisi più nel particolare

Il Nord Italia ancora traino della crescita economica italiana e il Sud sempre indietro: le ultime notizie su andamento e crescita di Pil e valori economici del nostro Paese rendono di nuovo attuale quel grande divario da sempre esistente tra Nord e Sud Italia. Particolarmente interessata la posizione dell’Umbria che, nonostante la crisi fortemente accusata soprattutto nel settore occupazionale, è tra le regioni che ultimamente stanno facendo meglio, registrando una ripresa davvero importante.

Nord Italia: traino della crescita economica

Stando alle ultime notizie rese note dall’Istat, sull'economia territoriale, le regioni del Nord Italia, con le province autonome di Bolzano e Trento al top, si posizionano in testa alla classifica delle migliori regioni per:

  1. Pil;
  2. occupazione;
  3. consumi;
  4. reddito disponibile.

Il Nord-ovest si conferma l’area con Pil per abitante più elevato

Secondo i dati resi noti, il Nord-ovest, con 34mila euro nel 2016 si conferma l’area geografica dove il Pil per abitante è il più elevato. A seguire ci sono Nord-est, con 33mila euro e il Centro, con 30mila euro. Ultimo il Mezzogiorno, con soli 18mila euro, vale a dire poco più della metà di quello del Nord-ovest. Spiccano, per crescita di Pil, nell’ordine:

  1. la provincia autonoma di Bolzano-Bozen, con un Pil per abitante di 42,5mila euro;
  2. la Lombardia;
  3. la provincia autonoma di Trento;
  4. Valle d’Aosta;
  5. il Lazio, che con 31,6mila euro è la prima regione del Centro in termini di Pil per abitante.

Buone le performance nelle regioni del Nord Italia anche per quanto riguarda il settore occupazionale che, registra segnali positivi soprattutto nel Nord-est con una crescita dell’1,7%. Anche se, secondo le ultime notizie, la tendenza alla crescita è più o meno generalizzata in tutto il Paese.

Sud Italia: ancora indietro nella crescita economica

Decisamente diversa la situazione al Sud, con un Pil che stenta a crescere e una situazione occupazionale davvero drammatica. Nella classifica delle regioni che hanno segnato un aumento del Pil, nel Mezzogiorno la prima regione per livello di Pil pro capite è l’Abruzzo con circa 24mila euro. Calabria all’ultimo posto con 16,6mila euro. Le regioni del Sud Italia, con 30,7mila euro, si posizionano su un livello inferiore di circa il 19% rispetto ai 37,8mila delle regioni del Centro-nord per quanto riguarda il livello del reddito da lavoro per occupato dipendente. Dietro la Calabria, regione con il valore più basso, con 28mila euro, c’è la Puglia, con 30mila euro, mentre il Lazio risulta la regione più terziarizzata, con oltre l’85% del valore aggiunto ascrivibile ai servizi. Alta la quota del terziario anche in Sicilia e Calabria, dove supera l’80%. Ottima crescita registrata, invece, dalla Campania.

Nel Belpaese, poi, secondo le ultime notizie Istat, l’economia non osservata, data dalla somma della componente sommersa e di quella illegale, rappresenta nel 2015 il 14% del valore aggiunto totale registrando valori particolarmente elevati nelle regioni del Sud, con il 19,1% del valore aggiunto, e più inferiori nel Nord-est, con il 12,2%, e nel Nord-ovest, con 11,5%. E’ la Calabria la regione in cui il peso dell’economia sommersa e illegale è massimo, con il 21,3% del valore aggiunto complessivo.