Business vincente grazie alle donna in azienda

La presenze delle donne in ufficio e in generale negli ambienti lavorativo permette l'aumento della produzione e della sicurezza del 40% e non solo

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Se in azienda ci sono le donne il business è vincente


Una serie di dati interessanti da parte della ricerca Sodexo nel ruolo delle donne nelle imprese chiamata Se in aziende ci sono le donne il business è vincente e l'azienda ne trae giovamento. Attenzione dedicata anche ai controlli dei dipendenti con il nuovo Jobs Act e altri problemi.

Un nuovo studio conferma proprio nella giornata mondiale delle donne che la loro presenza in un'azienda rende l'azienda stessa più vincente e ne migliora il business, a tutto vantaggio della società e dei propri colleghi. Tuttavia, nonostante continue ricerche in tal senso, continua spesso ad esserci una disparità di salario tra uomini e donne.

Donne sempre più importanti nel mono del lavoro, ma non è una novità. E sono interessanti sia come conferme che come ulteriori aggiunte di dati, quelli provienti dallo studio in italia fatta dalla Sodexo. Ma sempre sul lavoro ci sono, però, altre polemiche.

Il ruolo delle donne e i benefici per l'azienda

A chi affidare la guida dell'azienda? O meglio, chi piazzare nei ruoli chiave? Le donne perché secondo una ricerca del gruppo Sodexo, società che propone servizi integrati alle aziende, la presenza femminile favorisce il business. Il focus ha passato al vaglio le informazioni di 70 aziende di tutto il mondo, nell'arco di cinque anni, grazie al contributo di 50.000. Insomma, i numeri sono sufficienti per una prima valutazione scientifica che è arrivata a una conclusione bene precisa: laddove la quota femminile è maggiore del 40%, allora aumenta la fidelizzazione della clientela e la sicurezza sul lavoro. Due considerazioni appaiono di un certo interesse. La prima è che non è soltanto una questione etica, perché la parità tra generi incontra gli interessi delle parti interessate. La seconda, come fanno notare i ricercatori, è che uomini e donne insieme hanno più successo e il talento, l'impegno e la costanza femminili sono un valore aggiunto per le aziende. Insomma, sì a un maggior numero di donne, non in maniera esclusiva ed eccessivamente predominante, altrimenti i problemi sarebbero di altro genere.

Ma, è polemica su chi lavora meno in Italia

Gli italiani lavorano meno ore rispetto alla media dell'Europa. Peggio di noi solo i danesi: siamo dunque penultimi tra tutti i Paesi dell'Unione europea. A rilevarlo sono i dati di Eurostat, secondo i quali un lavoratore dipendente a tempo pieno in Italia lavora in media 38,8 ore la settimana, circa un'ora e mezza in meno della media europea. Ma in fabbrica siamo più stakanovisti dei tedeschi. I leader sono gli inglesi che registrano una media di 42,3 ore la settimana. E tra gli statali la differenza più evidente: 37,2 contro 39,6. A incidere sulla performance degli italiani è anche l'orario di lavoro del pubblico impiego, fissato per contratto nel nostro Paese a 36 ore.

Se si guarda all'industria, i lavoratori dipendenti con 40,5 ore medie lavorate alla settimana si trovano infatti nella media europea. L'Italia è ultima soprattutto per ore lavorate nel settore dell'educazione con 28,9 ore la settimana, circa dieci in meno della media dell'Unione europea (38,1 ore) e quasi 14 in meno del Regno Unito.

Nei dati rilevati dal dossier emerge quanto lavorano gli italiani rispetto ai cittadini degli altri Paesi europei. E quali sono i settori, e le professioni, in cui la settimana lavorativa dura più che per altri? Ai piani alti ci sono gli inglesi, che registrano una media di 42,3 ore la settimana mentre il nostro risulta un popolo dunque di santi, poeti navigatori, ma di certo non di (grandi) lavoratori. L'Italia - stando alla più recente rilevazione dell'ufficio statistico dell'Unione europea - è il Paese nel quale si lavorano meno ore la settimana (37,2 in media) a fronte delle 39,6 dei colleghi della Unione europea. È ultima soprattutto per ore lavorate nel settore dell'educazione con 28,9 ore la settimana: circa dieci in meno della media europea e quasi 14 in meno del Regno Unito.
La colpa di una scarsa prduttività e di poche ora lavorate viene data in Italia, che fa calare drasticamene la media, ad insegnati e personale scolastico e dipednenti pubblici. E questi dati , su queste due categorie, non sono stato certo accolti bene dagli interessati con relativa polemica

I lavoratori dipendenti italiani assunti negli alberghi e nelle strutture della ristorazione sono impegnati in media 41,5 ore la settimana, dato in linea con la media europea. Anche in questo caso superano i tedeschi che segnano 41,2 ore. Il dossier redatto dall'Eurostat ha preso in considerazione anche il settore bancario e assicurativo: i dipendenti italiani lavorano circa 39,4 ore (40,6 è la media dell'Unione europea). Le ore di lavoro scendono per chi è occupato nella sanità e nei servizi di cura: qui i dipendenti sono impegnati in media per 37,5 ore, quasi due ore in meno rispetto ai colleghi europei che di ore, in media, ne lavorano 39,4. Nel Regno Unito salgono a 40,6.

Questo è il quadro dei lavoratori dipendenti: il numero di ore lavorate cresce invece in modo consistente per i lavoratori autonomi. In Italia gli occupati indipendenti lavorano 45,8 ore la settimana a fronte delle 47,4 ore nel resto della Unione europea. Al primo posto, c'è il Belgio con 54,1. Più stakanovisti risultano quelli che hanno aziende con dipendenti: 48,7 ore a fronte delle 50,1 registrate in media nel resto dell'Europa rispetto a quelli senza dipendenti. Questi ultimi sono impegnati ogni settimana 44,5 ore a fronte delle 46,1 medie dell'Unione europea.

Controlli a distanza dipedenti

Ha fatto discutere e non poco la notizia dei controlli a distanza che una celebre azienda avrebbe messo in atto attraverso l’obbligo per i suoi lavoratori di indossare un braccialetto. Una storia che ha infiammato in un batter d’occhio anche il dibattito pubblico che già si attesta su livelli di guardia a causa della campagna elettorale che sta entrando nel vivo. Così è bastata qualche provocazione per accendere una polemica che è calata di intensità solo dopo qualche ora.

Al centro la responsabilità, secondo alcuni, della riforma che ha cambiato il mercato del lavoro in Italia fortemente voluta e realizzata dal governo Renzi tra il 2014 e il 2015. Vediamo allora cosa cambia davvero con il Jobs Act e se c’è qualche cosa di vero, rispetto al possibile utilizzo di congegni per effettuare controlli a distanza da parte dei datori di lavoro, nelle tesi che accusano in qualche modo la riforma epocale del mondo del lavoro italiano attuata da Renzi.

Vediamo allora cosa ha introdotto realmente il Jobs Act da quando è diventato una legge dello stato. Il provvedimento ha modificato in parte lo Statuto dei lavoratori varato nel 1970 e che per intere generazioni di lavoratori ha rappresentato una vera e propria Bibbia. O un Totem come venne definito dall’attuale segretario Dem quando abitava ancora le stanze di Palazzo Chigi e si preparava a varare questa riforma che non ha mai avuto vita facile. E bisogna dire che alcune novità introdotte riguardano l’articolo 4, proprio quello che regola il controllo dell'attività dei lavoratori.

Si parla infatti della possibilità di utilizzare dispositivi tecnologici come tablet, telefonini e pc messi a disposizione dei dipendenti dall'azienda oppure di altri strumenti utili a misurare accessi e presenze come i badge. Per i casi che differiscono da quelli appena citati ci sono regole ben precise da seguire. Per esempio se si vogliono installare impianti audiovisivi o altri congegni simili con lo scopo di controllare l’attività dei lavoratori è necessario prima stipulare un accordo con i sindacati oppure richiedere l'autorizzazione dell'Ispettorato o del Ministero del Lavoro. Ovviamente anche i dati che recuperati dovranno essere trattati con il massimo della prudenza e del rispetto della privacy.

Allora cosa cambia dopo l’approvazione del Jobs Act riguardo la possibilità di allestire controlli a distanza per monitorare l’attività della forza lavoro di un’azienda? Per prima cosa bisogna dire chiaramente che in Italia la legislazione impedisce il controllo a distanza dei dipendenti sui luoghi di lavoro. meno che sia giustificata da esigenze superiori, ad esempio ragioni di sicurezza e di incolumità dei lavoratori. L’introduzione di questi controlli è comunque sempre subordinata a un ok dell’Ispettorato del Lavoro.

Il Jobs Act dunque non ha per niente allentato i vincoli esistenti riguardo i controlli sui lavoratori, come ha specificato anche il Ministro del lavoro Poletti in una nota emanata in seguito alle polemiche che crescevano di intensità. Se qualche strumento simile può essere adottato, è il ragionamento del titolare del dicastero del lavoro, questo non può avvenire senza aver raggiunto in precedenza un accordo sindacale o dopo aver ricevuto un’autorizzazione dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro o del Ministero. Secondo Poletti, dunque il Jobs Act rafforza e tutela ancor meglio rispetto al passato la posizione del lavoratore.