Sogin, centrali, smantellamento, nucleare italiano un buco nero rivela Milena Gabanelli

La Sogin nata nel 1999 per smantellare le centrali. Il 2036 la nuova scadenza per completare lo smaltimento. La tabella di marcia sul nucleare saltata.

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Italia nucleare, spesa senza fine

Questa volta i riflettori sono puntati sul ruolo della Sogin, la società statale nata nel 1999 per smantellare le centrali di Caorso, Trino, Latina e Garigliano. Cosa succede? Che gli impianti sono ancora lì e tutti i costi finiscono nelle nostre bollette. La nuova inchiesta della giornalista Milena Gabanelli pubblicata sul Corsera si concentra su uno degli aspetti più controversi in Italia, quello delle centrali nucleari. E di mira c'è la Sogin perché 18 anni fa le sono state assegnate tutte le centrali, gli impianti e la realizzazione e gestione del Deposito nazionale dove stoccare in sicurezza, e per 300 anni, i rifiuti a bassa e media attività. Ma la tabella di marcia non è stata rispettata con aggravio dei costi per lo Stato per i cittadini (in bolletta).

Italia nucleare, spesa senza fine

Le centrali e gli impianti in Italia sono a Eurex di Saluggia (Vercelli), Trino (Vercelli), Caorso (Piacenza), Opec e Ipu di Casaccia (Roma), Impianto FN di Bosco Marengo (Alessandria), Latina, Garigliano (Sessa Aurunca - CE), Itrec Trisaia di Rotondella (Matera). Sogin è stata chiamata a smantellare quelli di Caorso, Trino, Latina e Garigliano, e gli impianti ex-Enea. Il referendum del 1987 contro il nucleare aveva parlato chiaro. Eppure qualcosa non è andato per il verso giusto. Tre date aiutano a inquadrare la situazione:

  1. nel 2001 lo smaltimento e gestione deposito nazionale è affidato alla Sogin: costo previsto di 4,5 miliardi di euro
  2. nel 2013 nuovo piano di smaltimento: costo previsto di 6,48 miliardi di euro
  3. nel 2017 Piano dell'attuale consiglio d'amministrazione: costo previsto di 7,25 miliardi di euro

3,7 miliardi di euro di costi in bolletta

E poi c'è il deposito nazionale ancora da definire per confluire rifiuti e scorie radioattive per una spesa prevista pari a 1,5 miliardi di euro. Dal 2001 a oggi gli utenti con le bollette della luce hanno pagato 3,7 miliardi di euro. Solo 700 milioni di euro usati per lo smantellamento Il resto? Stoccaggio di rifiuti e costi di gestione. Ma dove mettiamo i rifiuti? Perché poi, come fa notare la giornalista, il deposito delle scorie non lo vuole nessuno, ma finché non ci sarà il territorio è a rischio.

E ancora: "La politica è così debole che non riesce far capire che un deposito è ben più sicuro rispetto ai rischi a cui tutta la popolazione oggi è esposta. E preferisce fare finta di niente, come se il problema non esistesse più". La chiosa della nuova puntata di Dataroom, per cui si avvale della collaborazione di tutti i giornalisti della redazione che di volta in volta affiancano Milena Gabanelli in relazione alle loro specifiche competenze, è la sintesi della questione nucleare in Italia.

Nessuno vuole pubblicare la mappa dei siti per le scorie nucleari radioattive

Si chiama Cnapi ed è la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito nazionale e parco tecnologico. Detto in maniera più semplice e in maniera sintetica è la mappa dei luoghi dove collocare le scorie nucleari radioattive. O almeno quelli potenzialmente candidabili. Si tratta di un passaggio molto delicato e che, come tale, non può essere rinviato a tempo indeterminato perché in ballo ci sono quei rifiuti radioattivi di prima e seconda categoria che non saranno più pericolosi sono tra 200 o 300 anni, e anche quelli di, attivi ancora per migliaia di anni, praticamente per l'eternità. Verrebbe allora da chiedersi come si è proceduto fino a questo momento. Semplice: le scorie nucleari radioattive sono trasferite pagamento in Francia e Gran Bretagna, in attesa che rientrino a casa. Si tratta insomma di un parcheggio temporaneo.

Il problema è che la Carta non salta fuori, ferma nei cassetti del Ministero dello Sviluppo economico, de Ministero dell'Ambiente, dell'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e della Sogin, la società incaricata di smantellare le centrali nucleari italiane. Eppure i criteri per la sua redazioni sono pronti da tempo, da circa 14 anni. Sono suddivisi in criteri di esclusione per scartare le aree che non soddisfano i requisiti di sicurezza per la tutela dell'uomo e dell'ambiente, e i criteri di approfondimento per analizzare i siti che hanno superato il vaglio dei criteri di esclusione. Ma la situazione è ancora congelata: nessuno vuole pubblicare la mappa.

Dal punto di vista tecnico si stratta di 90 costruzioni in calcestruzzo armato in cui collocare grandi contenitori in calcestruzzo speciale, ospitanti a loro volta i contenitori metallici con i rifiuti radioattivi condizionati. Nelle celle sono sistemati circa 78.000 metri cubi di rifiuti a bassa e media attività. Una volta completato il riempimento, le celle sono ricoperte da una collina artificiale di materiali inerti e impermeabili e un'ulteriore protezione da infiltrazioni d'acqua.