Stipendi, per il ceto medio tasse come un macigno. E per tutti italiani remunerazioni di pietra

Ci sono varie ragioni per cui c'è imbarazzo tra i lavoratori a dire quanto si guadagna. Perché non sempre i motivi della frenata sono gli stessi.

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La vergogna a dire quanto si guadagna


Quali sono gli stipendi maggiori, chi guadagna di più, ma in generale quali sono gli stipendi medi degli italiani e perchè, perradossalmente ci si vergogna di parlarne?
 

Se c'è un argomento tabù in Italia, uno di quelli su cui c'è imbarazzo a parlarne è quello dello stipendio percepito. Si tratta forse di una esitazione che coinvolge un po' tutti i Paesi, ma che dalle nostra parti è un po' più accentuata che altrove. Basta fare un piccolo esperimento per rendersene facilmente conto ovvero chiedere a un conoscente qual è la sua retribuzione. Non è affatto detto che la risposta arrivi o comunque che non ci sia una certa ritrosia. E lo stesso può accadere anche con gli amici e perfino con chi lavora in un ufficio pubblico, a livello locale o nazionale, ovvero con uno stipendio predeterminato e conosciuto a grandi linee da tutti. Dall'altra parte c'è da sottolineare che negli ultimi 9 anni l'aumento emdio di stipendi già bassi è stato solo di 72 euro, grazie anche, ma non solo, al macigno delle tasse

La vergogna a dire quanto si guadagna

Ci sono varie ragioni per cui c'è imbarazzo tra i lavoratori a dire quanto si guadagna. Non sempre i motivi della frenata sono cioè gli stessi. Come fa notare Elisabetta Ambrosi sul IlFattoQuotidiano.it c'è il caso dei dipendenti pubblici con stipendi elevati o con pensionati che incassano ogni mese un assegno con importo elevato per via dell'applicazione del più vantaggioso sistema di calcolo retributivo. Ebbene, nella maggior parte dei casi tutti loro evitano di rivelare il reddito per via dell'aria che si respira ovvero del clima anticasta e del rancore sociale di chi è rimasto ai margini dai privilegi. In qualche modo si tratta di una posizione di difesa.

Situazione differente, ma sempre con lo stesso risultato, per coloro che percepiscono basse cifre. E qui la platea dei coinvolti è molto ampia, dai dipendente del settore privato ai collaboratori a progetto, dagli stagionali agli apprendisti, dai lavoratori a chiamata a quelli con il voucher, dagli impiegati con contratti di pochi mesi agli autonomi senza tutele fino ad arrivare alla cetegoria emergente dei riders. Per tutti loro si tratta soprattutto di vergogna nuda e cruda. Perché non è facile accettare di lavorare tutto il giorno e di essere pagati poco, pochissimo, rispetto ai lavoratori "normali" ovvero assunti regolarmente e con uno stipendio regolare e più che dignitoso.

Cosa succederebbe in Italia se gli stipendi fossero pubblici

Ed è proprio questo il nodo centrale individuato dalla giornalista. Perché a suo dire, come argomenta testualmente, "è saltato completamente il rapporto tra valore di una prestazione lavorativa di qualità e il suo compenso. E questo genera vergogna sociale, silenzio sulla propria condizione, che a sua volta provoca amarezza, rabbia, sensazione di impotenza". Per poi domandarsi cosa succederebbe in Italia se gli stipendi fossero pubblici per qualunque categoria di lavoratore. Al momento 

Le attività a più estesa presenza di lavoro irregolare

Arriva un altro durissimo colpo alle certezze di chi si dice convinto che le cose stiano migliorando. Nell'arco di tre anni il tasso di lavoro regolare è calato (del 2,1%) mentre quello irregolare è aumentato (del 6,3%). Si tratta delle due facce della stessa medaglia dell'occupazione che rappresentano in maniera plastica costa sta accadendo non solo ai 3,3 milioni lavoratori in nero coinvolti, ma a tutto il sistema Paese. Il rapporto di Censis-Confcooperative scatta infatti una fotografia piuttosto allarmante non solo sul lavoro nero, ma anche sulle paghe (basse) che circolano nell'economia sommersa (da 16 a 8 euro allora). Perché sul fronte dell'occupazione regolare è invece tutto piuttosto arrugginito e la media degli stipendi percepiti nei confini nazionali è inferiore rispetto a quanto accade altrove.

Tutta colpa della crisi? O si tratta di una sistema imprenditoriale basato su regole antiquate nel contesto di un mercato del lavoro costantemente in affanno? Dal punto di vista strettamente territoriale, dalla ricerca emerge come Calabria e Campania siano le regioni che registrano le percentuali più alte per incidenza del lavoro irregolare sul valore aggiunto, seguite da Sicilia, Puglia, Sardegna e Molise. A ogni modo, questa è la fotografia scattata da Censis-Confcooperative sulle attività a più estesa presenza di lavoro irregolare:

  1. Attività delle famiglie come datori di lavoro per personale domestico (+3,7% tra 2012 e 2015)
  2. Agricoltura, silvicoltura e pesca (+1,5% tra 2012 e 2015)
  3. Attività artistiche, di intrattenimento e divertimento, e altre attività di servizi (+0,5% tra 2012 e 2015)
  4. Servizi di alloggio e di ristorazione (+1,4% tra 2012 e 2015)
  5. Costruzioni (+1,4% tra 2012 e 2015)
  6. Trasporti e magazzinaggio (+0,3% tra 2012 e 2015)
  7. Commercio all'ingrosso e al dettaglio, riparazione di autoveicoli e motocicli (+1,1% tra 2012 e 2015)
  8. Industrie tessili, confezione di articoli di abbigliamento e di articoli in pelle e simili (+0,1% tra 2012 e 2015)
  9. Attività immobiliari, attività professionali, scientifiche e tecniche, attività amministrative e di servizi di supporto (+0,5% tra 2012 e 2015)
  10. Industria estrattiva (+0,3% tra 2012 e 2015)
  11. Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (+0,6% tra 2012 e 2015)
  12. Totale attività economiche (+0,9% tra 2012 e 2015)

Il salario medio orario sostenuto dalle imprese per retribuire un lavoratore regolare dipendente è di 16 euro. Quello pagato dalle aziende per un lavoratore irregolare corrisponde invece a 8,1 euro, circa la metà. Il monte salariale irregolare ha raggiunto i 28 miliardi di euro, pari al 6,1% del valore complessivo delle retribuzioni lorde. Più precisamente, il salario orario lordo dei lavoratori regolari dipendenti e il salario orario degli irregolari per settori di attività economica sono i seguenti:

  1. Agricoltura: 9,8 euro (regolari), 6,3 euro (irregolari)
  2. Industria in senso stretto: 17,7 euro (regolari), 8,2 euro (irregolari)
  3. Costruzioni: 14,5 euro (regolari), 8,5 euro (irregolari)
  4. Servizi: 15,6 euro (regolari), 8,3 euro (irregolari)
  5. Commercio, trasporti, alberghi e pubblici esercizi: 15,2 euro (regolari), 9,5 euro (irregolari)
  6. Servizi alle imprese: 19,1 euro (regolari), 9,5 euro (irregolari)
  7. Altri servizi: 10,8 euro (regolari), 7,6 euro (irregolari)
  8. Totale economia: 16,0 euro (regolari), 8,1 euro (irregolari)

Divieti di pagare in contanti: da quando

Mai più retribuzioni in denaro contante degli stipendi dei lavoratori. Il 2018 è un anno di svolta nel rapporto tra datori e dipendenti con l'obiettivo dichiarato di stroncare forme di sfruttamento (versamento di una cifra inferiore rispetto a quella indicata in busta paga) e il lavoro in nero. Il comma 911 parla chiaro: queste regole sono valide per qualunque tipologia di rapporto di lavoro instaurato. E, dettaglio di primo piano, qualunque sia l'importo da corrispondere. Ma non mancano alcuni dubbi: vale anche per i rimborsi spese per le trasferte e gli anticipi di spese per conto del datore di lavoro? Si tratta infatti di cifre che non rientrano nei conteggi fiscali e previdenziali.

Non ci sono più deroghe o proroghe della situazione attuale. La legge di Bilancio approvata fissa un cronoprogramma ben preciso tra tempistiche e modalità di attuazione delle norme. Di fatto sono concessi sei mesi di tempi per prendere confidenza con questa novità. Come dire, sarà impossibile sbagliare o fare finta di non sapere. E non ci sono differenze tra piccole e grandi imprese poiché le regole valgono per tutti, sia nei confronti dei lavoratori dipendenti e sia per quelli autonomi ovvero i collaboratori della società. La regola del divieto di pagamento di stipendi e contanti vale per tutti. Più precisamente, dal primo luglio 2018 i datori di lavoro possono corrispondere ai lavoratori la retribuzione o un anticipo attraverso una banca o un ufficio postale solo con uno de seguenti quattro modi:

  1. bonifico sul conto del lavoratore;
  2. strumenti di pagamento elettronico;
  3. pagamento in contanti presso lo sportello bancario o postale dove il datore abbia aperto un conto corrente di tesoreria con mandato di pagamento;
  4. un assegno consegnato al lavoratore o, in caso di suo comprovato impedimento, a un suo delegato.

Ci sono comunque delle eccezione a questo impianto normativo. Sono infatti fuori dall'obbligo del pagamento dello stipendio in contanti i rapporti di lavoro con la pubblica amministrazione e i contratti per gli addetti ai servizi familiari.

La figura del delegato e altri divieti

E qui entra appunto in gioco la figura del delegato, al quale la legge di Bilancio assegna un ruolo decisivo ovvero quello del sostituto del diretto interessato. Anche in questo caso ci sono alcune condizioni ben precise ovvero paletti dai quali non si può prescindere. In buona sostanza, il lavoratore a cui è destinata la retribuzione può incaricare una terza persona ma a due condizione. La prima è l'esistenza di un impedimento concreto ovvero comprovato seconda la definizione adottata in sede di legge di Bilancio.

In seconda battuta, la figura che può sostituire il diretto interessato e fare da delegato per ricevere il pagamento sono il coniuge, il convivente o un familiare, in linea retta o collaterale, del lavoratore, con almeno 16 anni di età. I figli, in pratica, possono prendere il posto del padre o della madre solo se maggiorenni o se nella fascia anagrafica tra 16 anni compiuti e 18 anni. La norma si affianca al divieto di uso del contante ovvero al limite del trasferimento per importi pari o superiori a 3.000 euro.