Troika all'Italia, ecco il piano per insediarla e cosa potrebbe fare

I governi del nord Europa spingerebbero per far mettere l'Italia nelle mani della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale.

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Troika in Italia, ecco il piano


Il muro contro muro tra l'Italia è il resto dell'Europa è diventato realtà. Il governo italiano si sta scontrando non solo con le istituzioni comunitarie, ma con gli altri Stati della Ue, per nulla intenzionati a lasciar passare in cavalleria le decisioni economiche dell'esecutivo nazionali. Ed ecco allora che i governi del nord Europa spingerebbero per far mettere l'Italia nelle mani della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, la cosiddetta Troika. Si tratta di un'opinione che si sta facendo strada tra gli osservatori sulla base delle dichiarazioni di alcuni esponenti chiave. Come David Folkerts-Landau, capo economista di Deutsche Bank, secondo cui il percorso di riduzione del debito italiano non può che passare dal Fondo salva-stati.

Svalutazione del debito italiano

A suo dire, se l'economia non cresce sarà inevitabile il sostanziale svalutazione del debito italiano. In base allo schema immaginato, il Meccanismo europeo di stabilità dovrebbe finanziare un riacquisto di parte del debito ad alto rendimento. L'interesse sul prestito ricevuto sarebbe pagato solo l'economia italiana avrà raggiunto una maggiore produttività e crescita.

Come risponde l'Italia

Stando alla replica dell'Italia all'Unione europea, il governo si impegna ad accelerare con il programma straordinario di privatizzazioni da 18 miliardi di euro, pari a un punto di Prodotto interno lordo. Questa mossa, con gli effetti che avrebbe anche sulle minori emissioni di titoli di Stato, porterebbe a fine triennio il debito al 126% del Pil, cioè sette decimi sotto il programma principale. Non viene prevista alcuna clausola taglia-spesa in caso di deragliamenti dai binari tracciati dal programma. L'attivazione di una chiusura automatica di rubinetti di spesa rischierebbe di rallentare ulteriormente il Pil, con un effetto prociclico che ne vanificherebbe l'efficacia.

L'esecutivo ha chiesto all'Unione europea flessibilità, pari allo 0,2% del Pil, per gli interventi eccezionali su rete stradale e dissesto idrogeologico. Se la flessibilità fosse concessa, il deficit strutturale dell'anno prossimo passerebbe all'1,5%, per poi però tornare all'1,7% dal 2020.

Il tempo stringe perché se Roma non cambia la manovra, la Commissione dovrebbe pubblicare un nuovo rapporto sul debito e nuove raccomandazioni il 21 novembre. Il 3-4 dicembre i ministri delle Finanze dell'Unione europea potrebbero effettuare una nuova valutazione sul caso italiano. Se Roma resta sulle sue posizioni, l'Ecofin di fine gennaio potrebbero aprire la procedura per debito eccessivo e la Commissione potrebbe dare all'Italia. Se Roma continua a non adeguarsi, la Commissione europea, con la condivisione dell'Ecofin, potrebbe formulare una seconda raccomandazione e dare all'Italia 2-3 mesi. Se infine non attua le modifiche, Bruxelles potrebbe proporre che all'Italia sia imposto un deposito fruttifero pari allo 0,2% del Pil.

Il Consiglio Ecofin, entro 10 giorni, deve decidere a maggioranza qualificata se rigettare la proposta. L'impressione è che lo spazio di mediazione sia ridotto e la procedura d'infrazione molto vicina.