Trony, Mediaworld, Euronics: negozi serrati e forti licenziamenti così come per migliaia di aziende taciute

Basta prendere in mano uno dei tanti volantini che periodicamente sfornano Trony, Mediaworld, Euronics per farsi un'idea degli sconti applicati.

Trony, Mediaworld, Euronics: negozi serr

Vendite online superano Trony, Mediaworld, Euronics


Tagli del personale forti e negozi chiusi dei principali distributori di elettronica di consumo in Italia (e non solo) in una crisi che non è così improvvisa come alcuni vogliono far credere ma covava da tempo. Così come tanti altre chiusure o drastici dimensionamenti da varie parti d'Italia di tante aziende quasi taciuti fino a che non si arriva alla fine.
 

Il dado è tratto e le prime saracinesche di Trony, Mediaworld ed Euronics sono state tirate giù. La spiegazione ufficiale è l'incapacità di reggere la competizione con l'ecommerce. Il divario dei prezzi applicati sui prodotti di elettronica di consumo è troppo evidente per non spingere i consumatori ad affidarsi al web, anche a costo di non fare a meno di quel contatto fisico che tanto piace e tanto rassicura i consumatori italiani. E a poco sembra bastare la cosiddetta guerra delle promozioni e di sconti sull'Iva, considerata la risposta disperata ad Amazon. Offerte e riduzioni di prezzo non sembrano sufficienti per spostare gli equilibri.

Vendite online superano Trony, Mediaworld, Euronics

Perché di mezzo non c'è solo Amazon, la più popolare delle piattaforme di commercio elettronico, ma anche i vari ePrice, eBay, Yeppon, Pixmania e Monclick. Nessun prodotto è di fatto tagliato fuori e tra smartphone e frigoriferi, tablet e forni, fotocamere e televisori, console per giocare e computer, lavastoviglie e stampanti, i consumatori italiani hanno trovato un altro prezioso spazio per fare acquisti risparmiando. Tutto molto interessante e stimolante dal punto di vista degli utenti. Ma evidentemente lo è da meno per gli imprenditori che hanno investito risorse e per gli stessi lavoratori dei punti vendita costretti a trovare un'altra occupazione.

Basta prendere in mano uno dei tanti volantini che periodicamente sfornano Trony, Mediaworld, Euronics per farsi un'idea degli sconti applicati. C'è stato perfino chi, come Unieuro, ha messo sul piatto il taglio dei prezzi fino al 50% sugli elettrodomestici. Ma di volta in volta si vedono anche il finanziamento a tasso zero, la cancellazione dell'Iva al 22% sugli acquisti, lo svuota tutto, le vendite sottocosto e i ben noti prezzi civetta per cercare di attrarre il maggior numero di clienti possibili. Segno del cambiamento dei tempi e della difficoltà delle catene di vendita di prodotti di elettronica di consumo a recitare una parte da protagonisti.

E così, le cronache ci consegnano la sparizione nei centri città di punti vendita, la riduzione dei margini di guadagno dei distributori, la perdita di quota di mercato del canale fisico, procedure fallimentari e concordati preventivi. Tanto per essere chiari, 43 negozi di uno dei soci di Trony sono in fallimento con tanto di licenziamento di 500 lavoratori. Euronics ha ceduto a Unieuro 21 punti vendita diretti tra Lazio, Abruzzo e Marche. Mediaworld ha annunciato 180 esuberi e chiuso due punti a Milano e Grosseto.

Ma tante altre situazioni...

Sono circa centossesantadue, infatti, i tavoli aperti al Mise, il Ministero dello sviluppo economico tra Sindacati e Governo e dai primi di settembre si riparte con una fitta serie di appuntamenti che vanno dalla Perugina alla delicata situazione di Ilva, dall'ex Antonio Merloni ai supermercati Tuodì. Un tentativo di sciogliere diverse matasse che si sono create intorno a queste aziende. Vicende più complesse del previsto sia perché alcune di queste sono state lasciate a marcire e adesso sono incancrenite, sia perché con un contesto di ammortizzatori sociali meno forte del passato, lo spettro dei licenziamenti sono dietro l’angolo.

I 162 tavoli aperti interessano aziende che impiegano complessivamente circa centocinquanta mila persone. Le vertenze senza dubbio più importanti sul tavolo sono quelle dell’Ilva, dell’Alitalia, dell’la Aferpi di Piombino. E tra i primi faccia a faccia in programma, Perugina , l'ex Antonio Merloni ai supermercati Tuodì. E si parla solo di aziende di grandi, medie dimensioni e tutte le altre? E i professionisti?

Embraco...

Si tratta del caso Embraco, l’azienda controllata dal gruppo Whirpool che ha deciso di togliere le tende senza alcun preavviso da Riva di Chieri dove era presente con uno suo stabilimento. Una scelta che ha avuto ripercussioni disastrose per circa 500 lavoratori (erano addirittura duemila negli anni ’90) che si sono trovati praticamente senza un’occupazione e senza futuro da un giorno all’altro. La trattativa intavolata dallo stesso ministro Calenda è infatti naufragata e la decisione dei vertici aziendali di potenziare la produzione della fabbrica Spisska Nova Ves nella periferia di Bratislava è stata confermata.

Una decisione che ha, come abbiamo già avuto modo di dire in precedenza, scatenato l’ira del ministro Calenda che ha messo l’accento, in maniera inequivocabile su un uso illegittimo dei fondi europei per creare condizioni migliori per attrarre le imprese dagli altri Paesi membri. Insomma l’accusa sarebbe quella di aver intavolato una trattativa segreta con i vertici di Embraco per spostare la produzione nello stabilimento Spisska Nova Ves nella periferia di Bratislava.

Questa reazione veemente ha rischiato di avviare quasi un caso diplomatico tra Slovacchia ed Italia. La risposta dell’esecutivo slovacco non si è fatta attendere ed è arrivata perentoria con una telefonata all’ambasciatore italiano con la quale il ministro dell'Economia slovacco Peter Ziga ha voluto stigmatizzare il comportamento del collega italiano sottolineando come, per l’Embraco ogni sostegno garantito è sempre stato in linea con le regole europee, adeguatamente negoziato e reso noto. Ziga ha poi fatto sapere che considera questa uscita di Calenda come un corollario della campagna elettorale italiana e si è dimostrato pronto a fornire qualsiasi tipo di informazione richiesta su quale è la situazione reale, sgombrando così il campo da qualsiasi sospetto di trattative segrete del governo slovacco con la multinazionale del gruppo Whirlpool. Il titolare del dicastero dell'Economia ha respinto al mittente anche le accuse di dumping fiscale e sociale spiegando come la stessa Slovacchia sia vittima del differenziale di condizioni strutturali fra diversi Paesi dell'area dell'Europa Centrale. Ziga ha infine sottolineato che l’ammontare degli aiuti di Stato slovacchi in relazione al Pil è il più basso nell’Europa centrale ed orientale.

Le speranze per i lavoratori italiani sono adesso affidate a due gruppi, uno italiano e l'altro straniero, che si sono offerti di subentrare alla multinazionale brasiliana..

Piaggio Aerospace

Le lettere sono state inviate e ricevute. Peccato solo che contenevano solo brutte notizie ovvero il licenziamento dal posto di lavoro. Succede a 114 lavoratori Piaggio Aero. Tutti loro sono adesso in cassa integrazione, ma al termine di questo periodo, usciranno dal libro per ritrovarsi senza occupazione. Succederà nel prossimo mese di luglio.

Si tratta insomma dell'ennesima mazzata - coinvolti 80 lavoratori a Genova e 34 a Villanova d'Albenga - in un periodo non certo brillante dal punto di vista imprenditoria e con il Ministero dello Sviluppo Economico coinvolto a più riprese nel fare da mediatore alle troppe crisi aziendali. La conferma arriva proprio dalle organizzazione sindacali di categorie che hanno pubblicato riferito come Piaggio Aero abbia avviato la procedura di licenziamento collettivo nonostante l'assicurazione (a detta dei sindacati) di esuberi.

Resta da capire se ci sono margini di trattative perché i sindacati hanno chiesto un incontro con l'azienda per capire quali sono le intenzioni. E in caso di porta chiusa ovvero di mancanza di volontà a sedersi attorno a un tavolo, hanno già annunciato l'intenzione di scendere in piazza. Il punto è che la delusione è manifestata non solo nei confronti dell'azienda, ma anche dell'esecutivo che avrebbe dato il via libera alla riorganizzazione di Piaggio Aero con l'approvazione del piano industriale allo scopo di evitarne il fallimento.

La lettera (sempre lei) di richiesta di incontro al Ministero dello Sviluppo Economico a Roma, già fissato per lunedì 19 marzo alle 17. Saranno presenti Ministero, Regione, azienda e organizzazioni sindacali. In quell'occasione sarà scritta, forse, la parola fine. In un senso o nell'altro.

Italiaonline, 500 lavoratori a rischio

Sono centinaia i lavoratori a rischio di Italiaonline, l'azienda nata dalla fusione con Seat Pagine Gialle. Il rischio di vedere quasi 500 persone lasciate a casa o costrette a trasferirsi non è roba da poco. Tra pochi mesi, a giugno per l'esattezza, terminerà la cassa integrazione per i lavoratori, e poi? Secondo i numeri dei sindacati, i lavoratori di Torino di Italiaonline sono 394, di cui 104 in cassa integrazione a zero ore e 170 in cassa integrazione a rotazione.

A livello nazionale i dipendenti sono 826, di cui 242 in cassa integrazione straordinaria a zero ore e 297 a rotazione. Da parte sua, l'azienda ha tenuto a ricordare di aver fatto un investimento da 35 milioni di euro e di rispettare tutti gli impegni di formazione per il personale. Italiaonline, azienda quotata in borsa, nasce dalla fusione di due realtà imprenditoriali.

La prima ha lo stesso nome dell'attuale società ed era un gruppo specializzato nei servizi digitali che contava 150 dipendenti. La seconda era Seat Pagine Gialle, proprietaria di Pagine Bianche e Pagine Gialle, dei marchi Virgilio e Libero con i suoi quasi 10 milioni di abbonati, della concessionaria web Iol Advertising, leader della pubblicità online in Italia, e di altri portali web. Si tratta quindi di un nome di rilievo e ben noto. La situazione coinvolge un territorio che è già scottata dal caso Embraco e non a caso la stessa sindaca Chiara Appendino, incontrando un presidio di lavoratori dell'azienda radunati sotto alla sede del Comune, ha più volte ribadito come la priorità sia di evitare la riproposizione di un nuovo caso Embraco. A suo dire c'è una responsabilità sociale delle imprese da rispettare che significa ritirare i licenziamenti e tutelare lavoratori e famiglie.

Rinascente...

Era successo qualche anno fa anche a Napoli e le reazioni erano state simili se non proprio uguali. A proposito della chiusura della sede di Via Toledo, sgomento ed incredulità la facevano da padroni, come accade oggi. Come è possibile? La domanda più frequente. Non potrebbe essere altrimenti quando la notizia della chiusura non riguarda negozi piccoli e grandi che siano.

Ma il marchio, e che marchio, che per anni, in Italia, ha incarnato il modello unico ed invincibile del grande magazzino, quando i grandi magazzini rappresentavano qualcosa di esotico. Non essendo ancora diffusi in maniera così capillare come sarebbe capitato qualche decennio più tardi, rappresentavano quasi la Mecca dell’acquirente più incallito, quello più furbo e quello che voleva dimostrare di avere orizzonti ampi. Stiamo parlando della Rinascente di Genova che chiude i battenti nel 2018 e apre l’ennesima crisi del lavoro in Italia.

Circa sessanta persone resteranno dall’oggi al domani senza più un’occupazione. Un dramma che non riguarda solo la Rinascente perché basta fare una panoramica anche suk web per capire che poi, tutto sommato, le aziende italiane non godono di ottima salute. E, come spesso accade, queste vicende si circondano di un’aura di beffa visto che alcuni indicatori economici suggerirebbero euforia e la certezza che la crisi è ormai alle spalle. Ma non è così come vedremo nel corso di questo articolo.

Incredulità e rabbia. Questi sono i sentimenti che la chiusura della Rinascente nel centro di Genova lascia in eredità a chi aveva sempre visto questo marchio come invincibile. Una chiusura che avverrà entro il ventotto ottobre del 2018. E d’altra parte la genesi della Rinascente, o meglio le speranze di chi a vario titolo ha contribuito a rendere la Rinascente il mito che è attualmente, voleva essere proprio questo. Alla stregua di altri grandi gruppi internazionali ai quali spesso questo marchio è stato accostato.

Un colpo all’occupazione della città visto che sessanta persone resteranno senza lavoro e alla città stessa che perde un’altra grande azienda presente nel capoluogo ligure dal 1960, a causa della sua scarsa appetibilità commerciale, a quanto pare. Incredibile ma vero. come incredibili ed inutili sono stati anche i sacrifici dei dipendenti che non si sono risparmiati ed hanno provato in tutti i modi a resistere come dimostra il contratto di solidarietà che avevano deciso di adottare negli ultimi cinque anni.