Agenzia delle Entrate falsifica un documento per battere un contribuente

Una storia che prima ha fatto il giro del Web, poi è stata oggetto anche di un servizio su Striscia La notizia, che ha mostrato addirittura due negligenze

Agenzia delle Entrate falsifica un docum

La contraffazione dell’Agenzia delle Entrate per vincere una causa di rimborso Iva


Una storia che sarebbe incredibile, ma purtroppo, pur aspettando il responso finale della magistratura pare essere vera, ripresa dalla cronache locali e poi nazionali e ora anche da Striscia la Notizia con la contraffazione di un documento da parte dall'Agenzia delle Entrate per vincere una causa di rimborso iva

Alla luce dell'episodio saltato fuori c'è da credere quando si dice che l'Agenzia delle entrate è amica dei contribuenti? Stando infatti a quanto riportano gli organi di informazione locali, a Bari le Entrate avrebbero modificato un documento per vincere una delicata causa sul rimborso Iva. Stando ai giudici tributari che si sono occupati della vicenda, la data cancellata e riscritta in fotocopia non sarebbe altro che una "grossolana contraffazione". Proprio così, l'espressione utilizzata per definire la firma su documento apposta da un dirigente che stava prestando servizio altrove è stata di "grossolana contraffazione" su una lettera di rifiuto a un domanda di rimborso alla sede locale all'Agenzia di Via XX Settembre.

Tutta la storia

Come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno, e ora confermata anche dal tg satirico Striscia la Notizia, che ha sollevato il caso, sette anni fa il Fisco ha contestato nove avvisi di accertamento per vendite di beni tra società della holding a un prezzo ritenuto non congruo dalla direzione provinciale di Bari dell'Agenzia delle entrate. Chi ha avuto a che fare con il fisco sa bene come l'espressione non congruo sia quella più utilizzata. E anche quella che con maggiore facilità fa andare su tutte le furie il contribuente. A ogni modo, al termine del giudizio ha fatto valere le sue ragioni. Peccato solo che le domande di rimborso per un credito Iva di oltre 200.000 euro sarebbero state sempre respinte. E non si tratta evidentemente di cifre di poco conto. La ragione? Secondo le Entrate, con iscrizioni a ruolo pendenti non si poteva rimborsare l'Imposta sul valore aggiunto. E a norma di legge, non ci sarebbe nulla da eccepire.

Il contenzioso giudiziario va avanti e la società presenta una nuova istanza. Ma questa volta l'Agenzia delle entrate non risponde e allora il ricorrente decide di giocare la carta del silenzio-rifiuto. Davanti alla Commissione tributaria provinciale l'Amministrazione sostiene l'inammissibilità della domanda mentre la società sostiene che quella lettera era solo la raccomandata di due anni prima rivista e corretta. O meglio, secondo il legale, nella parte riservata alla data il 4 sarebbe diventato 6, una vero e propria modifica.

Nessun dubbio per la Commissione tributaria provinciale che ha giudicato l'episodio. A suo dire è provato in atti che la nota del 4 marzo 2016 è mera riproduzione fotostatica della lettera inviata dall'Agenzia delle entrate in data 4 marzo 2014 in risposta ad altra e precedente istanza di rimborso. Di pi§: a nota del 4 marzo 2016, che mostra chiari segni di grossolana contraffazione della data aggiornata al 2016 è addirittura inesistente dal punto di vista giuridico. Il dirigente che avrebbe dovuto firmare era stato trasferito in un altro ufficio. Cosa succederà adesso che la sentenza è passata in giudicato? Arriverà il rimborso Iva oltre al rimborso delle spese a cui l'Agenzia delle entrate è stata condannata?