Cartelle pazze, riceve multa da 7 milioni. Una storia emblematica e paradossale

di Chiara Compagnucci pubblicato il
Cartelle pazze, riceve multa da 7 milion

Agenzia delle entrate-Riscossione e cartelle pazze

L'Agenzia delle entrate-Riscossione ovvero la struttura che ha preso il posto di Equitalia ha chiesto a un imprenditore il versamento di sette milioni di euro.

Di casi paradossali nel rapporto tra fisco e contribuenti sono piene le pagine di cronache giudiziarie. Eppure, chissà perché, tutte le volte creano una sensazione di grande stupore.

Succede anche questa volta perché i termini della vicenda assumono contorni così gigante da lasciare immaginare che non possa essere vero in un Paese civile e democratico. Eppure è tutto vero e, anzi, questa storia andrebbe esaminata con molta attenzione per capire i margini di manovra dell'Agenzia delle entrate e le conseguenze sui contribuenti.

Succede quindi che l'Agenzia delle entrate-Riscossione ovvero la struttura che ha preso il posto di Equitalia nell'attività di riscossione dei crediti, ha chiesto a un imprenditore il versamento di 7 milioni di euro. Si tratta di una cifra ingente, rispetto a cui il contribuente continua a dichiarare di essere perfettamente in regola.

E con due dettagli: l'attività (commercio di metalli preziosi) non esiste più e l'uomo dichiara di essersi ammalato in seguito a questa lunga vicenda.

Multa da 7 milioni dopo oltre 20 anni

Il punto centrale di questa vicenda non è l'azione di di riscossione dell'Agenzia delle entrate, naturalmente legittima, e né la difesa dell'uomo che ritiene di di essere perfettamente in regola.

A stupire sono due aspetti: la cifra sicuramente ingente richiesta, riferita al mancato pagamento dell'Irpef di una piccola società che commerciava metalli preziosi, e i tempi dell'azione, tenendo conto che l'attività risale a metà degli anni Novanta. Proprio la variabile temporale è quella fondamentale perché a distanza di oltre 20 anni non tutti i documenti sono facilmente reperibili, anche e soprattutto perché la società non c'è più.

E com'è noto, l'onere della prova spetta al contribuente. In buona sostanza, non è l'Agenzia delle entrate a dover dimostrare la colpevolezza dell'indagato, ma è quest'ultimo chiamato a far vedere la correttezza del proprio comportamento fiscale. E non lo deve fare a parole, ma con documenti alla mano ovvero con prove incontestabili.

Cartelle pazze e storia paradossale

Per qualcuno è proprio questo l'esempio più emblematico del difficile rapporto tra il fisco e il contribuente, con il primo che punta l'indice e il secondo che si trova con le spalle al muro per la mancata conservazione delle pezze d'appoggio di una società che non esiste più.

Tra Irpef, addizionali, sanzioni per ritardato o mancato versamento e interessi si materializza così una cartella 7 milioni di euro di difficile gestione. Come spiegato al freepress Leggo che ha portato alla luce questa storia, l'uomo vive la vicenda come un'ingiustizia e non sol o perché si tratta di una cifra altissima, ma perché non si sento più un uomo libero ma un prigioniero.

Sulla vicenda è intervenuta anche l'Associazione per i diritti degli utenti e consumatori (Aduc), contattata dallo stesso Leggo, secondo cui bisogna verificare che il credito non sia prescritto e quindi non sia più esigibile. Dopodiché chiedere all'Agenzia delle entrate le prove di avvenuta notifica delle cartelle esattoriali e la data in cui è stato contestato l'accertamento.

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