Equitalia non ottempera ai suoi debiti. E vengono pignorati mobili sede. Storia da leggere

Avviene il contrario di quello che accade realmente, ovvero Equitalia in un ufficio si vede pignorati tutti i mobili perchè non paga i propri debiti

Equitalia non ottempera ai suoi debiti.

Equitalia non paga i debiti, studio di avvocati pignora i mobili


Equitalia non rispetta il pagamento dei debiti e non li salda e uno studio di avvocati riesce a far pignorare i mobili di un ufficio di una delle sue sedi. Una storia paradossale, ma che non è l'unica, in un modo di fare, quello di non pagare i debiti o tirare alle lunghe con i fornitori che pare avere un carattere nazionale.

Mentre si prospettano nuove regole e ancora la rottamazione delle cartelle, continuano ad arrivare al centro dell'attenzione storie e vicende legate ad Equitalia e a relative cartelle, controlli e pagamenti, anche molto curiose

La storia

Le parti si sono ribaltate: questo volta non è il Fisco che pignora i beni del contribuente moroso, ma è uno studio legale di Napoli che avanzando un credito di 7.000 euro da Equitalia riesce a farle pignorare tutti i mobili.

Le vittorie in sede legale non sono bastati per farsi bonificare la somma e non c'è stata altra strada che procedere al pignoramento attraverso un ufficiale giudiziario. Perché poi quando l'incaricato è andato negli uffici di Roma dell'Agenzia delle Entrate e Riscossione (sostituto di Equitalia) per riscuotere la somma dovuta, dinanzi alle casse vuote non ha potuto fare altro che portare con sé sedie e scrivanie per il valore equivalente.

Non è solo il danno d'immagine subito dal Fisco italiano a sorprendere lo studio di avvocati che ha seguito la vicenda uscendone vittorioso. Ma è quella che considerano una disparità di trattamento tra il Fisco e il contribuente. A parti invertite, le Entrate avrebbero infatti potuto bloccare il conto correnti del contribuente moroso.

Ma è un atteggiamento generale...

Se da una parte la Pubblica Amministrazione è intransigente con cittadini e aziende nel riscuotere tasse, multe, cartelle dall'altra quando si è lei a dover pagare non si comporta allo stesso modo e fornitori della PA spesso sono ridotti al lastrico o addirittura chiudono a causa dei ritardi dei pagamenti delle amministrazioni e aziende statali.

La situazione ha un carattere paradossale: Equitalia è tanto intransigente nel riscuotere le tasse quanto disinvolta nel pagare i fornitori. La denuncia dell'Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre è chiara: ha saldato le fatture in ritardo rispetto ai tempi fissati dalla normativa. In media 13 giorni oltre i termini.

Volendo entrare nel dettaglio dei dati del Ministero dell'Economia sui pagamenti delle pubbliche amministrazioni, tra le amministrazioni provinciali e le Città metropolitane la maglia nera è indossata dalla Provincia di Verbano Cusio Ossola La più veloce a saldare i debiti è la Provincia di Udine che anticipa la scadenza di 22 giorni. A Roma fino a 270 giorni di ritardo pagamenti da parte delle Aziende sanitarie. Tra quest'ultime, le più virtuose si trovano in Lombardia. Pesantissima anche la situazione dei fornitori a livello comunale, che devono aspettare anche oltre 400 giorni.

Una seconda storia....

Alla luce dell'episodio saltato fuori c'è da credere quando si dice che l'Agenzia delle entrate è amica dei contribuenti? Stando infatti a quanto riportano gli organi di informazione locali, a Bari le Entrate avrebbero modificato un documento per vincere una delicata causa sul rimborso Iva. Stando ai giudici tributari che si sono occupati della vicenda, la data cancellata e riscritta in fotocopia non sarebbe altro che una "grossolana contraffazione". Proprio così, l'espressione utilizzata per definire la firma su documento apposta da un dirigente che stava prestando servizio altrove è stata di "grossolana contraffazione" su una lettera di rifiuto a un domanda di rimborso alla sede locale all'Agenzia di Via XX Settembre.

Come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno che ha sollevato il caso, sette anni fa il Fisco ha contestato nove avvisi di accertamento per vendite di beni tra società della holding a un prezzo ritenuto non congruo dalla direzione provinciale di Bari dell'Agenzia delle entrate. Chi ha avuto a che fare con il fisco sa bene come l'espressione non congruo sia quella più utilizzata. E anche quella che con maggiore facilità fa andare su tutte le furie il contribuente. A ogni modo, al termine del giudizio ha fatto valere le sue ragioni. Peccato solo che le domande di rimborso per un credito Iva di oltre 200.000 euro sarebbero state sempre respinte. E non si tratta evidentemente di cifre di poco conto. La ragione? Secondo le Entrate, con iscrizioni a ruolo pendenti non si poteva rimborsare l'Imposta sul valore aggiunto. E a norma di legge, non ci sarebbe nulla da eccepire.

Il contenzioso giudiziario va avanti e la società presenta una nuova istanza. Ma questa volta l'Agenzia delle entrate non risponde e allora il ricorrente decide di giocare la carta del silenzio-rifiuto. Davanti alla Commissione tributaria provinciale l'Amministrazione sostiene l'inammissibilità della domanda mentre la società sostiene che quella lettera era solo la raccomandata di due anni prima rivista e corretta. O meglio, secondo il legale, nella parte riservata alla data il 4 sarebbe diventato 6, una vero e propria modifica.

Nessun dubbio per la Commissione tributaria provinciale che ha giudicato l'episodio. A suo dire è provato in atti che la nota del 4 marzo 2016 è mera riproduzione fotostatica della lettera inviata dall'Agenzia delle entrate in data 4 marzo 2014 in risposta ad altra e precedente istanza di rimborso. Di pi§: a nota del 4 marzo 2016, che mostra chiari segni di grossolana contraffazione della data aggiornata al 2016 è addirittura inesistente dal punto di vista giuridico. Il dirigente che avrebbe dovuto firmare era stato trasferito in un altro ufficio. Cosa succederà adesso che la sentenza è passata in giudicato? Arriverà il rimborso Iva oltre al rimborso delle spese a cui l'Agenzia delle entrate è stata condannata?

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