Fisco, italiani dichiarano entro i 15 mila euro per il 45%. Ma alcuni dati non tornano

Rimane la differenza tra le diverse aree del Paese, con Lombardia e Calabria ai due estremi della classifica stilata dal Ministero dell'Economia.

Fisco, italiani dichiarano entro i 15 mi

Non pagano 10 milioni di contribuenti


C'è una buona e c'è una cattiva notizia gli ultimi dati forniti dal Ministero dell'Economia. Da una parte risulta che quasi un italiano su due è sotto i 15.000 euro all'anno e 10 milioni di contribuenti non pagano nulla. I dati sui redditi Irpef rivelano anche che l'erario ha incassato in totale più di 800 miliardi e questo numero è in crescita. La fotografia delle dichiarazioni racconta anche che solo lo 0,1% dei contribuenti supera i 300.000 annui e che persiste un divario enorme tra Nord e Sud. Al di là degli opposti, fondamentali però per inquadrare al meglio la situazione economica italiana, il reddito medio dichiarato è cresciuto in un anno dell'1,2%, piazzandosi a 20.940 euro. Ma occorre anche sottolineare che ci sono diversi dati che non tornano come confermano altre autorevoli statistiche e pareri

Non pagano nulla 10 milioni di contribuenti

Oltre 10 milioni di italiani hanno allora un'imposta netta pari a zero. O almeno è quanto dichiarano. È quanto spiega il Ministero dell'Economia nelle consuete rilevazioni delle dichiarazioni Irpef per l'anno di imposta 2016. Si tratta soprattutto di contribuenti con livelli reddituali compresi nelle soglie di esenzione. E considerando i soggetti la cui imposta netta è compensata dal bonus 80 euro per lavoratori dipendenti e assimilati, i soggetti che di fatto non versano l'Irpef salgono a circa 12,3 milioni. Complessivamente sono state presentate 40,9 milioni di dichiarazioni, 100.000 in più rispetto ai 12 mesi dell'anno precedente.

In totale gli italiani hanno dichiarato 843 miliardi di euro: in media 20.940 euro. Il 45% dei contribuenti, che versa il 4,2% dell'Irpef totale, dichiara allora fino a 15.000 euro, mentre in 35.000 hanno un reddito oltre i 300.00 euro: le due facce dell'Italia che lavora. L'imposta netta totale dichiarata è stata di 156 miliardi di euro, stabile rispetto all'anno precedente. Al netto degli effetti del bonus 80 euro, l'imposta Irpef è in media di 5070 euro e viene dichiarata da 30,8 milioni di soggetti, il 75% dei contribuenti.

Tra cervelli in fuga e divari tra regioni

C'è poi un altro aspetto da segnalare: andare all'estero sembra fruttare bene considerando che il rimpatrio dei cervelli in fuga, favorito da agevolazioni fiscali, mostra che al rientro in Italia i redditi dichiarati superano mediamente 7 volte quelli dei lavoratori dipendenti. Si tratta insomma di una esperienza lavorativa che, in base alle competenze in proprio possesso, rimane decisamente utile ai fine dei propri guadagni e della propria carriera. Rimane comunque la differenza tra le diverse aree del Paese, con Lombardia e Calabria ai due estremi della classifica stilata dal Ministero dell'Economia. Le distanze non sono affatto diminuite, anzi..

Ma Istat dice che italiani hanno più reddito....

Ci sono alcuni dati che meglio di altri raccontano non solo lo stato di salute del nostro Paese dal punto di vista economico. Ma anche la tendenza nel rapporto tra Stato e cittadino e il grado di fiducia degli italiani rispetto al presente e alle prospettive future. E quando, come nel caso delle ultime rilevazioni dell'Istat relative al terzo trimestre 2017, i numeri fanno registrare uno scalino tanto evidente tra passato e presente, allora significa che qualcosa sta realmente cambiando. O meglio, qualcosa è già cambiato perché non si tratta delle solite impercettibili variazioni dei famosi zero virgola che poco impattano nella vita di tutti i giorni. Questa volta la conclusione dell'Istituto di statistica è piuttosto lapidaria: il fisco cala e il reddito delle famiglie cres

Prima allora di entrare nei particolari della nuova interessante rilevazioni dell'Istat, anticipiamo uno dei dati più interessanti venuto fuori dallo studio. I deficit nei primi 9 mesi del 2017 ovvero aggiornato al terzo trimestre, è pari al 2,3%. Una quota decisamente superiore a quella del 2016 che non può che strappare qualche sorriso. Non troppi, sia chiaro, anche perché il quadro complessivo non ci permette di liberarci in voli pindarici né reali e né di fantasia. Tuttavia, se siamo sempre pronti a puntare l'indice contro i passi indietro e i segni negativi, allo stesso modo possiamo accogliere con maggiore soddisfazione e fiducia questo spiraglio di ottimismo.

L'Istituto di statistica non si nasconde e scrive testualmente di crescita significativa (una parola che nel nostro vocabolario economico era sparita, almeno quando c'è da raccontare buone notizie) del reddito disponibile delle famiglie e di conseguenza del potere d'acquisto. Il prossimo naturale passo dovrebbe allora essere rappresentato dal rilancio dei consumi ovvero lo step successivo al risparmio. Ma andiamo per gradi, un passo per volta. Per adesso incassiamo il pollice in su dell'Istat, associato al calo della pressione fiscale e alla contestuale diminuzione del deficit pubblico.

Senza scoraggiarci troppo, entriamo allora nel cuore dei dati macroeconomici italiani relativi al terzo trimestre dell'anno e scopriamo che il reddito delle famiglie è aumentato dello 0,7% nel terzo trimestre e del 2,1% su base annua. Il potere d'acquisto è salito dello 0,8% nel trimestre e dell'1,1% rispetto all'anno precedente. E ancora: la pressione fiscale è al 40,2%. Si tratta di un livello che non si vedeva così da sei anni. Ecco poi che il deficit si è arrestato al 2,3% ovvero in calo di 0,2 preziosissimi decimi di percentuale rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Un'ultima nota. Accennavamo alla maggiore capacità delle famiglie di risparmiare: ebbene, è all'8,2% (dopo un anno di discesa).

E conferme autorevoli che evasione dilaga e che controlli non vanno....

Non bastano i migliori risultati ottenuti dall'Agenzia delle entrate nel recupero delle somme evase a mascherare le inefficienze registrate in questi anni nel sistema di controllo. C'è una evidenza e una sensazione. Della prima fa parte il recente report della magistratura contabile. Senza troppi giri ha lamentato inefficienze ed errori così netti da spingere ad aprire una riflessione. Dall'altra c'è la sensazione diffusa tra i contribuenti che a essere presi di mira sono i cosiddetti pesci piccoli e non i grandi evasori in grado di fare pendere la bilancia da una parte anziché dall'altra. I vertici dell'agenzia di via XX Settembre hanno adesso annunciato l'avvio di un nuovo corso: si vedrà.

A fare luce sui sistemi contro evasione usati poco e male ci ha pensato la magistratura contabile, puntando l'attenzione su un punto ben preciso: l'Archivio dei rapporti finanziari. Si tratta di una sezione dell'Anagrafe tributaria immaginare per rendere più efficiente l'attività di controllo in ambito fiscale. Tuttavia le storture, rilevano i magistrati, sono saltati fuori sin dal principio alla luce dei gravi ritardi nella sua realizzazione. Di fatto è diventata effettivamente operativa e accessibile a distanza di 18 anni dal decreto originario. Ritardi a parte, il primo vero attacco è relativo alla situazione relativa al suo effettivo utilizzo per la lotta all'evasione, rispetto a cui rileva una grave inadempienza dell'Agenzia che non ha mai elaborato

  1. le previste liste selettive
  2. le analisi del rischio evasione
  3. i risultati nella lotta all'evasione

Il secondo attacco frontale è sulla mancata elaborazione delle liste selettive dei contribuenti a maggior rischio di evasione. A detta dei giudici, impostare le elaborazioni sulla base dei soli dati di identificazione del soggetto e sulla natura del rapporto, con esclusione dei dati più pregnanti ai fini della lotta all'evasione, sulle movimentazioni e sui saldi dei rapporti finanziari, equivale di fatto a svuotare di contenuto le norme e realizzare un prodotto di scarsa efficacia ai fini del contrasto all'evasione fiscale. E utilizzano la parola irrazionale in riferimento ai criteri generali per l'elaborazione delle liste a coefficienti legati solo alla quantità e al tipo dei rapporti finanziari, senza tenere conto dei dati contabili relativi ai saldi e alle movimentazioni.

Insomma, appare evidente il sottoutilizzo dello strumento per finalità tributarie e di lotta all'evasione da parte dell'Agenzia delle entrate, come dimostrato dal calo di accessi del personale dell'Agenzia stessa per indagini finanziarie negli ultimi due anni. E il tutti senza considerare gli ingenti costi, circa 10 milioni di euro, per mettere i piedi e gestire questa struttura tra

  1. Costituzione archivio con saldi; sistemi di monitoraggio; supporto specialistico per analisi del dato; supporto per la migrazione dell'Archivio
  2. Realizzazione della sezione anagrafica di Adr; procedura di consultazione; sistemi di monitoraggio
  3. Procedura di indagine finanziaria; realizzazione della sezione anagrafica di Adr
  4. Procedura di indagine finanziaria; costituzione archivio con saldi; sistemi di monitoraggio; supporto specialistico per analisi del dato
  5. Nuovo servizio di consultazione Adr per tracciato unico, creazione banca dati comunicazioni mensili e annuali con tracciato unico e esiti, supporto nelle attività di gestione dei rapporti con gli operatori finanziari
  6. Procedura di indagine finanziaria; procedura di consultazione Adr; realizzazione sezione anagrafica
  7. Procedura di indagine finanziaria; sviluppo infrastruttura del nuovo canale di trasmissione telematica di documenti; procedura per la produzione e gestione degli esiti
  8. Procedura di indagine finanziaria
  9. Realizzazione sezione anagrafica di Adr; sistemi di monitoraggio

In definitiva, rilevano i magistrati in riferimento ai controlli per la lotta all'evasione fiscale, non è mai stato realizzato, né pare sia imminente, un utilizzo massivo dell’ingente mole di dati presenti nell'Anagrafe relativa alle disponibilità finanziarie.

E anche Europa ci richiama, siamo i primi per evasione

Italia ancora maglia nera in Europa per evasione fiscale e l’imposta più evasa è quella dell’Iva, seguita a stretto giro di boa dall’Irpef. Il fenomeno dell’evasione, dunque, non accenna a bloccarsi nel nostro Paese nonostante negli ultimi anni siano tantissime le novità messe in campo dagli esecutivi per contrastarla. Ma si tratta di una ‘abitudine’ talmente radicata che sembra, al momento, difficile da estirpare del tutto. Complessivamente, infatti, sono 87 i miliardi di euro che ogni anno mancano alle casse erariali a causa dell'evasione fiscale, con un euro su due che manca dovuto al mancato versamento dell'Iva che ammonta a 35,4 miliardi di euro. Come sopra accennavamo, subito dopo l’Iva come imposta più evasa troviamo l'Irpef, l'imposta sul reddito delle persone fisiche con 30,7 miliardi, seguita dai 10,1 miliardi di Ires.

Stando alle ultime notizie rese note dall’ultimo rapporto della Commissione europea, nel nostro Paese la differenza tra il gettito Iva prevedibile e quello realmente incassato è stato di 35 miliardi di euro nel 2015, il più alto di tutta la Ue in valore assoluto e complessivamente nel 2015 l’Europa ha perso 152 miliardi di euro in Iva non incassata. Situazione, però, decisamente migliore di quanto registrato nel 2014 quando il gap è stato di 38 miliardi e nel 2011 quasi 41 miliardi. Dunque, le misure come lo split payment, che sarebbe stato ulteriormente esteso, e il reverse charge su computer, tablet e game console sembrerebbe aver contribuito a ridurre il gap tra quanto evaso e quanto realmente incassato. Nonostante il miglioramento, però, è arrivato già un richiamo al nostro Paese dall’Unione Europa.

Il commissario agli affari economici Pierre Moscovici ci ha tenuto a precisare che i Paesi dell’Ue non dovrebbero accettare perdite così elevate dall’Iva e che la Commissione proporrà una revisione delle regole perché quelle attuali risalenti al 1993 sarebbero decisamente da rivedere. La nuova riforma proposta da Moscovici dovrebbe aiutare a tagliare le frodi transazionali dell’80% e a recuperare soldi decisamente importanti per le casse statali.

Stando a quanto riportano le ultime notizie, però, sembra sia in miglioramento la situazione di recupero Iva in diversi Paesi dell’Ue. E si tratta di una situazione confermata dallo stesso Moscovici: miglioramenti per quanto riguarda il recupero dell’Iva si sono registrati in diversi Paesi come Spagna, Malta, Romania, mentre sette Stati hanno visto aumentare, seppur leggermente, il gap tra Iva stimata e Iva realmente incassata. E stiamo parlando di Paesi come:

  1. Grecia;
  2. Regno Unito;
  3. Belgio;
  4. Danimarca;
  5. Irlanda;
  6. Lussemburgo;
  7. Finlandia.