Allarme a Bergamo più di mese fa da un medico. Ecco la risposta che ha ricevuto dalla Regione

di Marianna Quatraro pubblicato il
Allarme a Bergamo più di mese fa da un m

Allarme Bergamo piu un mese risposta Regione

Un avviso ignorato alla Regione Lombardia: ci sono casi di coronavirus in città, servono ospedali dedicati. La Regione non si muove. Arriva la catastrofe

L’epidemia da coronavirus in Italia si poteva fronteggiare e arginare, evitando di raggiungere il numero di migliaia di vittime, evitando di far collassare gli ospedali, soprattutto lombardi, evitando di veder ‘sfilare’ per le strade di Bergamo in piena notte camion dell’esercito trasportanti bare di defunti lontano da una città fantasma che ormai non fa che contare le sue vittime.

E si poteva evitare perché un dirigente del 118 più di un mese fa aveva avvisato la Regione Lombardia della presenza di diversi casi di coronavirus proprio a Bergamo. Ma la risposta dalla Regione è stata alquanto ‘significativa’.

Allarme a Bergamo più di mese fa da un medico

La storia dell’accaduto è stata riportata dal Wall Street Journal e dal Corriere della Sera ed è di quelle che oggi fanno decisamente arrabbiare. La storia di una politica che ignora, ferma, presa dal panico e che non sa da dove partire, segno che ‘gli imprevisti’ sono sempre difficili da gestire in mancanza di una efficiente organizzazione.

Tutto ha inizio quando la forte epidemia per la diffusione del coronavirus in Italia, e in Lombardia soprattutto, non era ancora esplosa. Si registrava solo il primo caso a Codogno, in provincia di Lodi. Un dirigente del 118, Angelo Giupponi, responsabile dell’Articolazione aziendale territoriale di Bergamo, dopo una serie di casi sospetti notati nella bergamasca aveva avvisato la Regione, suggerendo che sarebbe stato consigliabile adottare misure di contenimento in città, e forse i tutta la regione, prima dello scoppio di una epidemia vera e propria del virus.

Stando a quanto riportato da due giornalisti del Wall Street Journal, Marcus Walker e Mark Miramont, che durante un viaggio nell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo hanno parlato con diversi dirigenti, il dirigente del 118 già a febbraio aveva mandato una mail alla Regione Lombardia, spiegando di aver notato diversi casi di coronavirus in città, invitando a liberare alcuni ospedali per adattare le stesse strutture esclusivamente alla cura dei casi di contagio da coronavirus.

In quegli stessi giorni, il focolaio di Codogno era già stato scoperto, la zona del lodigiano era già stata dichiarata zona rossa, e i dirigenti della Regione non immaginavano che da lì a qualche settimana, l’epidemia sarebbe diventata una vera e propria piaga per la Lombardia e l’Italia intera, fino a diventare una pandemia mondiale.

Allarme coronavirus Bergamo più di mese fa e risposta Regione

Secca fu allora la risposta da parte della Regione Lombardia: ‘Non abbiamo tempo da tempo da perdere per le str…te’.

In Regione si lavorava all’emergenza di Codogno e a Giupponi, lo stesso che qualche giorno fa ha ribadito la situazione fuori controllo che si sta vivendo a Bergamo in una lettera pubblicata dal News England Journal of Medicine, fu detto che si lavorava interminabilmente, senza dormire, sui casi di Codogno, e non c’era tempo di pensare ad altre st…te. Poi, dopo qualche settimana, la catastrofe. E’ emergenza sanitaria.

Oggi Bergamo, insieme a Brescia, è la zona più colpita dall’emergenza coronavirus, ogni giorno muoiono centinaia di persone, addirittura anche a casa, gli ospedali sono al collasso, al collasso anche cimiteri e forni crematori della zona per quanti deceduti si stanno registrando senza sosta. E anche in questi ultimi 4 giorni quando sembrava di iniziare a intravedere una luce in fondo al tunnel della speranza con un calo delle vittime, lo sconforto torna a fare da padrone.

Proprio a Bergamo, infatti, ieri si è registrata una nuova accelerazione dei contagi, l’epidemia è ripartita, totale dei casi positivi ufficiali annunciati è stato di 7.074, +344, i decessi 1.328, aumentano, e anche in maniera esponenziale, i casi tra i 30enni. Ed è il nuovo dato su cui bisogna fermarsi a riflettere.