Cocktail al ristorante, per fare quello che il vino non riesce a fare. Ecco quali e motivi

L’idea di D’Addezi, barman pluripremiato, è quella di strappare questa bevanda a una certa letteratura negativa e assegnarle una nuova dignità ora visto che rispetto ad altre bevande alcoliche ci sono diversi valori aggiunti

Cocktail al ristorante, per fare quello

La nuova frontiera del cocktail secondo D'Addezio


Quanti di voi hanno trascorso ore felici seduti a un tavolino del bar o di un ristorante a sorseggiare il proprio amato cocktail? Uno dei momenti che per gli intenditori ha gli stessi effetti benefici di una seduta in qualche Spa. Anche se l’alcol probabilmente non ha per il corpo gli stessi effetti benefici di un trattamento effettuato nelle strutture apposite.

Eppure il cocktail non è solo una semplice combinazione tra diversi superalcolici. Bensì un fatto culturale come ha spiegato Massimo D’Addezio, premiato da Havana Club nel 2008 come miglior Bar Manager d’Italia. I gusti cambiano e devono cambiare di conseguenza anche le proposte di queste cattedrali prese d’assalto da fedeli di una religione laica che sembra destinata a fare dei cocktail una bevanda da sorseggiare anche a pasto comodamente seduti a un tavolo di ristorante.

Cultura cocktail al ristorante

Il “Chorus Café”, bar che Massimo D’Addezio gestisce a Roma è entrato nel 2016 nella classifica di Condé Nast come uno dei nove migliori bar del mondo. Insomma si tratta di un vero e proprio riferimento per tutto quello che ruota intorno a quella che potrebbe essere definita la filosofia da cocktail. Tra le altre cose D’Addezio è docente del corso di Accademia Chorus al cui mission è quella di formare barman professionisti e di alto livello. Chi meglio di lui può raccontare l’evoluzione dei cocktail che da bevanda quasi sacrilega riservata a beoni da bar, sta diventando un piacevole invito a trascorrere del tempo in sua compagnia anche al ristorante.

L’idea di D’Addezio, e di tutti quelli che hanno deciso di seguire questo particolare filone che considera il cocktail come una categoria alcolica ancora tutt’altro che esaurita ma che nasconde ancora molti aspetti da esplorare, è quella di strappare questa bevanda a una certa letteratura negativa. Lo stesso D’Addezio spiega quale è il valore aggiunto del cocktail rispetto ad altre bevande alcoliche, come per esempio il vino o la birra. “I cocktail, per fortuna di chi li beve, hanno ancora moltissime cose da dire, e la loro è una pagina completamente bianca, soprattutto a tavola.

I cocktail fanno quello che il vino non riesce a fare, per la semplice ragione che al vino non posso aggiungere o togliere nulla. Non ho modo di modificare il suo sapore per meglio farlo sposare a quel che sto mangiando. Al contrario invece i cocktail possono essere cambiati, modificati, inventati, creando sapori che non solo si sposano con il cibo, ma di più: lo esaltano”.

Nuova frontiera dei cocktail

Tutto questo discorso serve ad inquadrare e a comprendere meglio quale può essere la nuova frontiera dei cocktail. La bussola, secondo il re dei barman, deve essere quella della creatività. Ideare nuove combinazioni, dar luogo a sapori nuovi e forieri di nuovi gusti è infatti lo scopo del corso che D’Addezio insieme a Gelasio Gaetani D’Aragona fondatore della “International Wine Academy of Roma” ha messo a punto con Forma e Openjobmetis SpA. L'obiettivo è quello di far sapere che c'è molto di più rispetto ai cocktail mainstream come Mojito, lo Spritz, il Moskow Mule, il Cuba Libre.