Blocchi a Leroy Merlin, a Castel San Giovanni scontri e tensioni nel polo logistico

Resta da scoprire quale delle due parti cederà per primo il passo, ben sapendo che i facchini in stato di protesta hanno annunciato la volontà di non piegarsi.

Blocchi a Leroy Merlin, a Castel San Gio

Blocco Usb allo stabilimento Leroy Merlin


Continuano dopo quelle della scorsa settimana le tensioni alla Leroy Merlin, per tuttauan serie di motivazioni. La partita rimane aperta. E in tati altri casi continuano le crisi delle aziende in tutta Italia, di cui cerchiamo di analizzare situazioni e ultimi sviluppi con rischi di migliaia di licenziamenti.
 

Non si placa la tensione dalle parti di Leroy Merlin perché nonostante la volontà delle parti di un sereno faccia a faccia, prosegue lo stato di agitazione. E anche dalle luci del mattino considerando che già alle 6.30 un centinaio di lavoratori della logistica aderenti alla Usb ha occupato il polo logistico Leroy Merlin di Castel San Giovanni, nel Piacentino.  E la situazione di proteste e lamentele p grave in tante, troppe realtà italiane coem vedremo nella nostra lista aggiornata.

I motivi della protesta

Le ragioni della protesta non devono sorprendere perché sono le stesse e quelle ben note ovvero il licenziamento di 3 lavoratori di Usb e la sospensione di altri 25 che, già lo scorso venerdì, hanno occupato la direzione Leroy Merlin di Rozzano, nel Milanese. Ci sono allora tutti i motivi per credere la situazione possa ulteriormente infiammarsi, in barba agli spiragli positivi che sembravano emersi nel fine settimana con la disponibilità reciproca a trovare un punto di incontro.

Ma evidentemente c'è ancora molto da lavorare e basta sfogliare l'elenco delle rivendicazioni dei manifestanti per rendersene facilmente conto. I lavoratori chiedono infatti alcuni punti ben precisi ovvero "buste paga e contratti regolari, la fine del caporalato, il reintegro dei colleghi licenziati, la stabilizzazione di tutti i lavoratori a tempo determinato, un giusto inquadramento professionale da parte delle cooperative che gestiscono il lavoro per Leroy Merlin". Insomma, evidente come il quadro dipinto non sia dei migliori, anche nella parte in cui invocano "un lavoro regolare" ovvero differente da "quello che viene praticato dalle cooperative spurie di cui si servono". Come capita nelle vertenze di questo tipo, resta da scoprire quale delle due parti - tra datore di lavoro e sindacato - cederà per primo il passo, ben sapendo che i facchini in stato di protesta hanno pubblicamente annunciato la volontà di non piegarsi e di andare avanti con le rivendicazioni.

Era già stata occupata la sede di Rozzano

Sale la tensione a Rozzano, dove una trentina di facchini, il sindacato di base Usb e i lavoratori della logistica della Leroy Merlin è sul piede di guerra per il licenziamento di tre operai e per le condizioni di lavoro a cui sono sottoposti. La protesta si è adesso concretizzata con l'occupazione della sede dell'azienda. Sul posto sono intervenuti i carabinieri e agenti della polizia locale, tuttavia non si registrano disordini e scontri. Lo striscione esposto dai lavoratori è eloquente e fotografa al meglio le ragioni della contestazione. Due sono gli slogan: "Una multinazionale fondata sullo sfruttamento" e "Stop caporalato", con tanto di logo del sindacato Usb.

Leroy Merlin è un'azienda che offre la possibilità di arredare la propria casa proponendo soluzioni complete di prodotti e servizi. Ebbene, secondo la ricostruzione dei sindacalisti, già intorno alle 11 di giovedì i lavoratori si sono chiusi all'interno di un palazzina di Leroy Merlin chiedendo di incontrare i vertici dell'azienda. Quest'ultima ha comunque dato il via libera a incontrare i lavoratori ovvero a favorire lo svolgimento della discussione. Complessivamente lavorano per la società più di 6.500 collaboratori, per il 99% azionisti del gruppo stesso. Nel mondo Leroy Merlin conta 407 punti vendita in 12 paesi con oltre 78.000 collaboratori.

Preoccupazioni per il polo logistico di Castel San Giovanni

A ogni modo, come hanno testualmente spiegato le organizzazioni sindacali che stanno seguendo la vicenda, i lavoratori chiusi all'interno dell'azienda stanno insistendo per incontrare i vertici di Leroy Merlin e spiegare le loro ragioni "contro il licenziamento di tre operai iscritti alla Usb e le condizioni di lavoro da caporalato operate nel polo logistico di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza". Non sarà semplice riuscire a venire a capo della situazione (anche se, come precisato, la società ha mostrato pubblica disponibilità per un faccia a faccia con i lavoratori e i sindacalisti che li rappresentano), ma il confronto sta facendo registrare segnali positivi.

Arrivata in Italia nel 1996, Leroy Merlin annovera 48 punti vendita distribuiti su tutto il territorio nazionale per un fatturato di oltre 1,5 miliardi di euro. Provando a fare un passo indietro, Leroy Merlin è nata in Francia nel 1923 ad opera di Adolph Leroy e Rose Merlin che aprono un negozio a Noeux-Les-Mines di residui bellici. Dopo un percorso di 53 anni, passato attraverso l'inserimento di nuovi collaboratori e tipologie di prodotto più orientate al bricolage e al fai-da-te arriva in Italia nel 1996 con l'apertura del primo punto vendita di Solbiate Arno, nel Varesotto.

Proteste e scioperi anche in Tnt

Quel processo di riorganizzazione aziendale non va proprio giù. Perché a rimetterci sono proprio i lavoratori. Anzi, tanti lavoratori. Nell'agenda della multinazionale statunitense delle spedizioni sono infatti finiti 315 esuberi strutturali, 17 dipendenti FedEx trasferiti e 92 addetti alle vendite di Tnt destinati ad altra sede. Il gruppo a stelle e strisce ha infatti fatto proprio già tre anni fa il player delle spedizioni. Inevitabile allora la proclamazione dello stato di agitazione da parte delle organizzazioni sindacali di categoria, secondo cui questa scure che si è abbattuta su corrieri, impiegati di magazzino, receptionist è immotivata. Il piano di ridimensionamento dovrebbe essere implementato entro il mese di marzo del prossimo anno.

A conti fatti sono 24 le filiali italiane Fedex destinate alla chiusura. Si tratta di un numero estremamente elevato per via dell'immediato impatto occupazionale. Già da adesso è ben nota la mappa di chi è destinato ad andare a casa e chi è fortemente a rischio. Le attività commerciali saranno concentrate in quattro centri. Ma come fanno notare le organizzazioni sindacali, le decisioni dell'azienda rappresentano un fulmine a ciel sereno per la semplice ragione che i conti sarebbero a posto e non c'è aria di crisi. I problema sorgerebbe piuttosto con i fattorini poiché quelli FedEx sarebbero considerati doppioni di quelli di Tnt, che non sono dipendenti diretti poiché assunti alla spicciolata dalle cooperative.

A dimostrazione di come tutto sia avvenuto improvvisamente, per ora non si parla di ammortizzatori sociali e la trattativa tra azienda e rappresentanti dei lavoratori non è iniziata. Domani è comunque prevista una riunione sindacale interna.

Ai sindacati Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti non resta altro che proclamare lo stato di agitazione dopo aver pubblicamente espresso un giudizio negativo sulla riorganizzazione aziendale. A detta della sigle è infatti caratterizzato esclusivamente da licenziamenti di personale, ritenuti immotivati alla luce dei volumi produttivi per nulla in sofferenza e all'altezza degli obiettivi di crescita dichiarati dalle aziende. Non si capisce perché, argomentano, in una fase di espansione dell'economia e delle attività di trasporto delle merci, anche per la crescita del commercio elettronico, si possa pensare di licenziare le persone che rappresentano il motore del business aziendale. Da qui la richiesta dei sindacati alla FedEx di sospendere i licenziamenti annunciati.

Catene informatiche

Il dado è tratto e le prime saracinesche di Trony, Mediaworld ed Euronics sono state tirate giù. La spiegazione ufficiale è l'incapacità di reggere la competizione con l'ecommerce. Il divario dei prezzi applicati sui prodotti di elettronica di consumo è troppo evidente per non spingere i consumatori ad affidarsi al web, anche a costo di non fare a meno di quel contatto fisico che tanto piace e tanto rassicura i consumatori italiani. E a poco sembra bastare la cosiddetta guerra delle promozioni e di sconti sull'Iva, considerata la risposta disperata ad Amazon. Offerte e riduzioni di prezzo non sembrano sufficienti per spostare gli equilibri.

Perché di mezzo non c'è solo Amazon, la più popolare delle piattaforme di commercio elettronico, ma anche i vari ePrice, eBay, Yeppon, Pixmania e Monclick. Nessun prodotto è di fatto tagliato fuori e tra smartphone e frigoriferi, tablet e forni, fotocamere e televisori, console per giocare e computer, lavastoviglie e stampanti, i consumatori italiani hanno trovato un altro prezioso spazio per fare acquisti risparmiando. Tutto molto interessante e stimolante dal punto di vista degli utenti. Ma evidentemente lo è da meno per gli imprenditori che hanno investito risorse e per gli stessi lavoratori dei punti vendita costretti a trovare un'altra occupazione.

Basta prendere in mano uno dei tanti volantini che periodicamente sfornano Trony, Mediaworld, Euronics per farsi un'idea degli sconti applicati. C'è stato perfino chi, come Unieuro, ha messo sul piatto il taglio dei prezzi fino al 50% sugli elettrodomestici. Ma di volta in volta si vedono anche il finanziamento a tasso zero, la cancellazione dell'Iva al 22% sugli acquisti, lo svuota tutto, le vendite sottocosto e i ben noti prezzi civetta per cercare di attrarre il maggior numero di clienti possibili. Segno del cambiamento dei tempi e della difficoltà delle catene di vendita di prodotti di elettronica di consumo a recitare una parte da protagonisti.

E così, le cronache ci consegnano la sparizione nei centri città di punti vendita, la riduzione dei margini di guadagno dei distributori, la perdita di quota di mercato del canale fisico, procedure fallimentari e concordati preventivi. Tanto per essere chiari, 43 negozi di uno dei soci di Trony sono in fallimento con tanto di licenziamento di 500 lavoratori. Euronics ha ceduto a Unieuro 21 punti vendita diretti tra Lazio, Abruzzo e Marche. Mediaworld ha annunciato 180 esuberi e chiuso due punti a Milano e Grosseto.

Rinascente

Era successo qualche anno fa anche a Napoli e le reazioni erano state simili se non proprio uguali. A proposito della chiusura della sede di Via Toledo, sgomento ed incredulità la facevano da padroni, come accade oggi. Come è possibile? La domanda più frequente. Non potrebbe essere altrimenti quando la notizia della chiusura non riguarda negozi piccoli e grandi che siano.

Ma il marchio, e che marchio, che per anni, in Italia, ha incarnato il modello unico ed invincibile del grande magazzino, quando i grandi magazzini rappresentavano qualcosa di esotico. Non essendo ancora diffusi in maniera così capillare come sarebbe capitato qualche decennio più tardi, rappresentavano quasi la Mecca dell’acquirente più incallito, quello più furbo e quello che voleva dimostrare di avere orizzonti ampi. Stiamo parlando della Rinascente di Genova che chiude i battenti nel 2018 e apre l’ennesima crisi del lavoro in Italia.

Circa sessanta persone resteranno dall’oggi al domani senza più un’occupazione. Un dramma che non riguarda solo la Rinascente perché basta fare una panoramica anche suk web per capire che poi, tutto sommato, le aziende italiane non godono di ottima salute. E, come spesso accade, queste vicende si circondano di un’aura di beffa visto che alcuni indicatori economici suggerirebbero euforia e la certezza che la crisi è ormai alle spalle. Ma non è così come vedremo nel corso di questo articolo.

Incredulità e rabbia. Questi sono i sentimenti che la chiusura della Rinascente nel centro di Genova lascia in eredità a chi aveva sempre visto questo marchio come invincibile. Una chiusura che avverrà entro il ventotto ottobre del 2018. E d’altra parte la genesi della Rinascente, o meglio le speranze di chi a vario titolo ha contribuito a rendere la Rinascente il mito che è attualmente, voleva essere proprio questo. Alla stregua di altri grandi gruppi internazionali ai quali spesso questo marchio è stato accostato.

Un colpo all’occupazione della città visto che sessanta persone resteranno senza lavoro e alla città stessa che perde un’altra grande azienda presente nel capoluogo ligure dal 1960, a causa della sua scarsa appetibilità commerciale, a quanto pare. Incredibile ma vero. come incredibili ed inutili sono stati anche i sacrifici dei dipendenti che non si sono risparmiati ed hanno provato in tutti i modi a resistere come dimostra il contratto di solidarietà che avevano deciso di adottare negli ultimi cinque anni.

Auchan in Campania

La decisione di Auchan di via Argine a Napoli di passare la mano e cedere la proprietà alla società Sole 365 non è andata giù a sindacati e lavoratori.

Stando a quanto raccontano, l'operazione sarebbe avvenuta all'oscuro ovvero senza che fosse stata data alcuna comunicazione. I problemi sono anche di altro tipo perché la nuova società avrebbe assorbito solo una parte del personale a cui non applicherà il contratto del commercio. Inevitabili allora le ripercussioni sia sotto il profilo occupazionale che di stipendio.

Da qui la decisione dei lavoratori di incrociare le braccia a tempo indeterminato. Si ricorda che sono coinvolti circa 700 persone negli ipermercati Auchan di Nola, Giugliano, Mugnano e Pompei. Un numero di rilievo che, temono le organizzazioni sindacali, potrebbe addirittura diventare più alto se la stessa operazione dovesse ripetersi in almeno uno dei 22 punto vendita Auchan in Itala. 

Vale tuttavia la pena far notare come, a oggi, non sono arrivati segnali di possibili cambi di proprietà in altre città. Ma è pur vero, come stanno facendo notare lavoratori e sindacati, che questo tipo di operazioni non sempre si consuma sotto la luce dei riflettori. Sono attese risposte nelle prossime ore, anche in relazione al rientro dallo sciopero.

Dynamicall e settore call center

Ancora una complicata situazione lavorativa da raccontare: questa volta siamo a Cagliari e di mezzo c'è il destino occupazionale di 30 persone della Dynamicall. Il mondo è quello dei call center e i dubbi nascono da una ragione ben precisa.

Come è possibile - si domandano i lavoratori coinvolti, spalleggiati dalle organizzazioni sindacali - che siano mandati a casa se l'importante commessa Enel Energia aggiudicata dal consorzio Call2net sia ancora attiva e duri da 10 anni?

I rappresentanti dei dipendenti hanno un dubbio ovvero che si tratta di una furbata. Il sospetto - tutto da dimostrare, sia chiaro - è che si tratta del preludio di un allontanamento di massa per poi consentire alla società Zeroquattronove di procedere all'assunzione di altri e differenti lavoratori. 

Ed Embraco

È la globalizzazione baby. Sembra questo il triste epilogo di un caso che ha suscitato molto scalpore provocando una reazione piuttosto stizzita del solitamente molto sobrio Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda.

Si tratta del caso Embraco, l’azienda controllata dal gruppo Whirpool che ha deciso di togliere le tende senza alcun preavviso da Riva di Chieri dove era presente con uno suo stabilimento. Una scelta che ha avuto ripercussioni disastrose per circa 500 lavoratori (erano addirittura duemila negli anni ’90) che si sono trovati praticamente senza un’occupazione e senza futuro da un giorno all’altro. La trattativa intavolata dallo stesso ministro Calenda è infatti naufragata e la decisione dei vertici aziendali di potenziare la produzione della fabbrica Spisska Nova Ves nella periferia di Bratislava è stata confermata.

Una decisione che ha, come abbiamo già avuto modo di dire in precedenza, scatenato l’ira del ministro Calenda che ha messo l’accento, in maniera inequivocabile su un uso illegittimo dei fondi europei per creare condizioni migliori per attrarre le imprese dagli altri Paesi membri. Insomma l’accusa sarebbe quella di aver intavolato una trattativa segreta con i vertici di Embraco per spostare la produzione nello stabilimento Spisska Nova Ves nella periferia di Bratislava.

Questa reazione veemente ha rischiato di avviare quasi un caso diplomatico tra Slovacchia ed Italia. La risposta dell’esecutivo slovacco non si è fatta attendere ed è arrivata perentoria con una telefonata all’ambasciatore italiano con la quale il ministro dell'Economia slovacco Peter Ziga ha voluto stigmatizzare il comportamento del collega italiano sottolineando come, per l’Embraco ogni sostegno garantito è sempre stato in linea con le regole europee, adeguatamente negoziato e reso noto. Ziga ha poi fatto sapere che considera questa uscita di Calenda come un corollario della campagna elettorale italiana e si è dimostrato pronto a fornire qualsiasi tipo di informazione richiesta su quale è la situazione reale, sgombrando così il campo da qualsiasi sospetto di trattative segrete del governo slovacco con la multinazionale del gruppo Whirlpool. Il titolare del dicastero dell'Economia ha respinto al mittente anche le accuse di dumping fiscale e sociale spiegando come la stessa Slovacchia sia vittima del differenziale di condizioni strutturali fra diversi Paesi dell'area dell'Europa Centrale. Ziga ha infine sottolineato che l’ammontare degli aiuti di Stato slovacchi in relazione al Pil è il più basso nell’Europa centrale ed orientale.

Le speranze per i lavoratori italiani sono adesso affidate a due gruppi, uno italiano e l'altro straniero, che si sono offerti di subentrare alla multinazionale brasiliana..

E la preoccupazione in Fca

Tutto è andato al di sotto delle aspettative. Stando infatti a quanto dichiarato da Fca, la partecipazione dei lavoratori allo sciopero è stata piuttosto scarsa. E anzi, in alcuni casi si è rivelata perfino irrisoria. A Pomigliano D'Arco (Napoli), ad esempio, avrebbero preso parte due operai su 1.275 presenti del primo turno nello stabilimento (dati Fca). Di conseguenza i disagi sono stati inesistenti e la macchina produttiva è andata avanti senza complicazioni. Stessa cosa, in realtà, anche altrove, considerando che secondo l'azienda del Lingotto, nessuna adesione è stata registrata negli stabilimenti di Melfi, Cassino, Termoli, Cento, Pratola Serra. A chiudere il cerchio, si registra la partecipazione di un solo lavoratore su 841 della fabbrica di Termoli.

Si può allora parlare di fallimento dello sciopero generale di otto ore proclamato in tutti gli stabilimenti italiani di Fca dal Coordinamento operai autorganizzati? I numeri Fca sembrano parlare chiaro: al primo turno, nessuna adesione negli stabilimenti di Verrone, Cento, Atesta Plastic Unit, Cassino, Melfi, Pratola Serra e Mirafiori Carrozzerie. Due adesioni a Pomigliano su 1275 operai, equivalenti allo 0,16%, nessuna adesione tra gli impiegati. A Termoli, una sola adesione tra gli operai su 841 presenti, pari allo 0,12%. Nessuna partecipazione tra gli impiegati. La società rende noto che il turno centrale ha visto la totale partecipazione dei lavoratori.

I fatti di cronaca riferiscono invece di circa 150 lavoratori aderenti ai Si Cobas sugli svincoli che dalla strada statale 162. Solo a distanza di alcune ore la situazione si è normalizzata. Complicazioni sulla statale in direzione Napoli e in direzione Nola. Alla base della protesta c'è il piano industriale di Fca che, a detta dei manifestanti, non è sufficienti a garantire il futuro occupazionale dei lavoratori. Nel mirino anche la gestione aziendale degli ammortizzatori sociali da parte di Fca e la mancata applicazione della rotazione.

Mercatone Uno, uno speranza...

Finalmente un elemento che si spera positivo, di risoluzione, di una delle tante crisi che ci sono aziendali, spesso dimenticate.

Per i lavoratori del gruppo Mercatone Uno si apre uno spiraglio di speranza. La crisi che ha portato all’amministrazione straordinaria da ormai quasi tre anni (è iniziata il 7 aprile del 2015), potrebbe essere finalmente superata grazie al contributo di tutti gli attori che hanno preso parte a questa vicenda. Commissari, Governi, sindacati, ma soprattutto lavoratori. Questo è quanto è emerso dall’incontro tra le parti che hanno poi divulgato la notizia di un’istanza di aggiudicazione dei compendi societari presentata al Comitato di Sorveglianza e al MISE. Un aspetto importantissimo visto che consentirà di garantire la continuità aziendale in un rilevante perimetro di punti di vendita e il mantenimento di adeguati livelli occupazionali. Una soluzione, questa, che consentirebbe la continuità aziendale e la salvaguardia dei settantaquattro punti vendita della rete commerciale e dei livelli occupazionali che si attesterebbero oltre le tremila unità nei 59 punti vendita attualmente attivi. L’auspicio è di arrivare ad una definizione rapida dell’epilogo della procedura amministrativa nel rispetto dell’obiettivo di salvaguardare il più possibile i livelli occupazionali.

Senza dimenticare le chiusure per sfruttamento...

Appena 92 euro al mese, 33 centesimi all’ora per una giornata di lavoro normale, o forse anche più lunga: le ultime notizie sulla situazione lavorativa rese note da una denuncia della SLc Cgil di Taranto, riguardo un call center della città lasciano davvero senza parole e, ancora una volta, dipingono una situazione occupazionale ed economica italiana davvero tragica. Fortunatamente quetso call center è stato chiuso dopo la denucia, con un intervento della magistratura, ma racconta i nuovi mestieri da schiavi tutti italiani

Stando a quanto denunciato dalla SLc Cgil di Taranto, un call center della città avrebbe attirato personale offrendo agli impiegati uno stipendio annuo di 12mila euro. Ma la realtà si è rivelata ben diversa dalle promesse e dall’annuncio: appena 92 euro di stipendio mensile, per 33 centesimi all’ora, e decurtazioni del corrispettivo di un'ora di lavoro per chi andava 5 minuti al bagno o arrivava con 3 minuti di ritardo. Per Andrea Lumino, segretario generale di SLc Cgil Taranto, si è trattato di una situazione che ha superato di gran lunga ogni più macabra immaginazione".

Coloro che sono stati assunti nel suddetto call center appena ricevuta la busta paga sono rimasti senza parole e si sono licenziati dopo il primo bonifico di appena 92 euro per un intero mese di lavoro. Scattate immediatamente le proteste, l’azienda ha fatto sapere che la cifra calcolata di pagamento è stato risultato del loro effettivo lavoro, sottolineando che se per soli 5 minuti nell’arco della giornata ci si è allontanati dalla propria postazione di lavoro anche solo per andare in bagno sono state di volta in volta applicate decurtazioni sulla paga finale.

Non c'è solo questo. La carta igienica bisogna portarsela dal bagno, solo per fare un esempio, sempre legato alla toilette...ma soprattutto vengono promessi dei bonus per riuscire a far firmare dei contratti a qualsiasi costo, che poi alla fine non vengono mai riconosciuti.

E poi trattamente infernali, urla e persone che contiuamente ti controllano e ti stanno dietro la scrivania arrivando anche a urlarti nell'orecchio o prenderti in disparte e farti una fortissima pressione psicologica, al limite del fisico, per una telefonata andata male o un tuo comportamento che pare essere in contrasto con le "loro" regole.

Il segretario generale di SLc Cgil Taranto Lumino aveva annunciato, circa 2 mesi fa, che i legali del sindacato stavano valutando la possibilità di collegare questa situazione alla legge contro il caporalato, ed era già stato già preparato un esposto denuncia dei lavoratori e del sindacato da inviare alla Procura della Repubblica, al Sindaco, al Presidente della Provincia e al Prefetto. E così è avvenuto e il call center, dopo le dovute indiagine, è stato finalmente chiuso

Al Mise oltre 150 tavoli di crisi

Sono circa centossesantadue, infatti, i tavoli aperti al Mise, il Ministero dello sviluppo economico tra Sindacati e Governo e dai primi di settembre si riparte con una fitta serie di appuntamenti che vanno dalla Perugina alla delicata situazione di Ilva, dall'ex Antonio Merloni ai supermercati Tuodì. Un tentativo di sciogliere diverse matasse che si sono create intorno a queste aziende. Vicende più complesse del previsto sia perché alcune di queste sono state lasciate a marcire e adesso sono incancrenite, sia perché con un contesto di ammortizzatori sociali meno forte del passato, lo spettro dei licenziamenti sono dietro l’angolo.

I 162 tavoli aperti interessano aziende che impiegano complessivamente circa centocinquanta mila persone. Le vertenze senza dubbio più importanti sul tavolo sono quelle dell’Ilva, dell’Alitalia, dell’la Aferpi di Piombino. E tra i primi faccia a faccia in programma, Perugina , l'ex Antonio Merloni ai supermercati Tuodì. E si parla solo di aziende di grandi, medie dimensioni e tutte le altre? E i professionisti?

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