Imprenditore sbeffeggia tre fannulloni, vi do mille euro per non fare niente. A processo

Da una parte c'Ŕ il titolare e dall'altra tre dipendenti che lo hanno portato davanti a un giudice per ingiurie, minacce e violenza privata. Sono stati chiamati fannulloni.

Imprenditore sbeffeggia tre fannulloni,

Imprenditori definý dipendenti fannulloni


Di questi tempi occorre stare attenti a ogni espressione che si pronuncia. Anche e soprattutto in riferimento a fannulloni o presunti tali. E i fatti di Rimini, ampiamente riportati dalle cronache locali e ora ripresi da quelle nazionali ne sono la prova più concreta. Non è nostra intenzione riportare alcun giudizio di valore, ma solo evidenziare la facilità con cui un contrasto tra le parti, con tanto di provocazioni e ripicche, possa sfociare con molta facilità in liti da tribunali e in processi giudiziarie e mediatiche. Tutto ruota appunto intorno al concetto di fannullone, da tempo entrato nel vocabolario comune con riferimento ai lavoratori sfaticati, soprattutto nel settore pubblico, e incoraggiato da film di successo. E la vicenda di questi giorni, destinata a protrarsi per molto tempo, non può che continuare ad alimentare le polemiche.

Processo per averli chiamati fannulloni

Siamo allora a Rimini nel settore degli autotrasporti. Da una parte c'è il titolare e dall'altra tre dipendenti che lo hanno portato davanti a un giudice per ingiurie, minacce e violenza privata. In buona sostanza sono stati chiamati fannulloni. Più esattamente, la frase contestata è stata: "Vi do mille euro se rimanete seduti su quelle sedie a non fare nulla. Tanto è quello che fate sempre". Per i tre è stato sufficiente per fargli guerra sia dal punto di vista penale e sia davanti al giudice del lavoro.

Il punto, stando alla loro ricostruzione riportata dagli organi di informazione locale, è che sarebbero stati presi in giro alla presenza di altri lavoratori. Sarebbero infatti stati costretti a sedersi su sedie vuote messe, disposte in circolo, davanti a tutti i lavoratori dell'azienda. Spetterà naturalmente a giudici scrivere la parola fine su questa vicenda ovvero stabilire chi ha ragione tra la parti e procedere a una eventuale condanna o assoluzione.

A processo il 9 luglio

Se ne riparlerà il 9 luglio, giorno della prima udienza del processo. Ma c'è già chi tira in ballo una nota sentenza della Cassazione secondo cui il datore di lavoro deve trattare con rispetto il dipendente che non è tenuto a sottostare all'uso di epiteti di disprezzo e di disistima in virtù delle generali scelte di espressione del datore di lavoro. Di più: il contesto lavorativo - avevano messo nero su bianco i giudici della Suprema Corte - è caratterizzato da una pari dignità dei suoi protagonisti, da una pari effettività di tutta la normativa, senza che possa invocarsi, per nessuna delle parti una desensibilizzazione alle altrui trasgressioni.




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di Chiara Compagnucci pubblicato il